Motta: Si può essere felici anche di invecchiare – l’intervista

Postato il Aggiornato il

Intervista di Luca Franceschini

Quando circa un anno fa ascoltai per la prima volta “La fine dei vent’anni”, il debutto da solista di Francesco Motta, conosciuto fino ad allora per la sua militanza nei Criminal Jokers, lo feci soprattutto perché era stato prodotto da Riccardo Sinigallia e non avrei mai immaginato che adesso sarei stato ancora qui a parlarne. Invece, non solo quel disco è stato in cima alle mie preferenze per quanto riguarda le uscite italiane del 2016, ma ha anche ottenuto tantissimi premi e riconoscimenti di prestigio (tra cui la Targa Tenco per il miglior esordio).
Il 1 aprile Francesco e la sua band saranno a Milano, nella prestigiosa cornice dell’Alcatraz, per chiudere in bellezza un giro di concerti che in dodici mesi li ha portati ad esibirsi in tutta Italia, con uno spettacolo di altissimo livello, dove la bellezza delle canzoni è valorizzata da un’esecuzione di prim’ordine,che ha nella bravura e nell’affiatamento dei musicisti il suo punto di forza principale (ne avevamo parlato qui). Ad arricchire la serata, alcuni ospiti d’eccezione: i Criminal Jokers, Nada, Appino e Giorgio Canali, tutta gente che ha incrociato il suo cammino e che ha in qualche modo contribuito a renderlo il grande artista che oggi è.
Sarà una grande serata: degna celebrazione per un disco che, ci sono pochi dubbi in proposito, verrà ricordato come uno dei più importanti che il rock italiano abbia mai partorito negli ultimi anni.
Per tirare qualche somma sul passato e provare ad affacciarci sul prossimo futuro, abbiamo fatto una breve chiacchierata telefonica con Francesco…

Hai suonato veramente tantissimo, per promuovere “La fine dei vent’anni”.Mi pare naturale chiederti com’è andata, che impressioni complessive hai ricavato, da questo lungo giro…
Siamo arrivati alla fine, mannaggia la miseria (ride NDA)! È andata molto bene, sotto tutti i punti di vista. Siamo diventati una famiglia con musicisti e tecnici, è stata un’esperienza davvero bellissima. Se non fosse per il fatto che devo mettermi a fare il disco nuovo, andrei avanti più che volentieri… però non è giusto dire “devo”: diciamo che voglio fare il disco nuovo!

La scelta di suonare così tanto è piuttosto fuori dal comune, soprattutto in un paese come il nostro, dove non è che ci siano tutti questi posti… È dipeso dai riscontri positivi del disco, o ci avete proprio tenuto, a fare una cosa così?
E’ stata anche una nostra decisione, quella di suonare tanto. Volevamo far vedere il concerto così come lo abbiamo messo in piedi. Sai, ci sono diverse strategie che i gruppi usano per promuoversi e noi, anche perché i musicisti con cui suono sono bravissimi, abbiamo scelto di suonare il più possibile. Poi è vero, di questi tempi non è facile: motivo per cui non smetterò mai di ringraziare loro e tutti quelli che hanno deciso di investire su questo spettacolo fin dall’inizio, per aver condiviso con me questo progetto. Direi che è questa la cosa vincente, il fattore che ha fatto andare così bene questo tour. Poi certo, anche il disco ha contribuito. Però la proposta era quella e io credo che la gente l’abbia apprezzata per quella che è.

Come è nata l’idea del concerto di sabato, con tutti questi ospiti?
Ci sono delle persone che sono state fondamentali nel mio percorso. Sono persone a cui voglio bene, sono amici miei. Oltretutto, sono tra quelli che stimo di più in assoluto in Italia; diciamo quindi che c’erano tutti i presupposti per chiamarle! Semplicemente, è bello che siano lì con me a festeggiare!

Come mai hai scelto Milano, come ultimo concerto del tour? Mi sarei aspettato Pisa, che è la tua città natale…
La scelta iniziale era quella di chiudere a Roma, perché adesso vivo lì e negli anni è diventata a tutti gli effetti la mia città, mi ha adottato in pratica e di questo non posso che essere grato. Però poi mi sono detto che sarebbe stato troppo facile…

Nel senso che ha poi prevalso la sfida di una città che non è la tua e, soprattutto, di una venue importante come l’Alcatraz?
Esattamente! 

Una curiosità: non ho visto il nome di Riccardo Sinigallia, tra gli ospiti…
Riccardo era un po’ incasinato, ma poi è talmente presente in queste canzoni, che in realtà è come se ci fosse! È in assoluto la persona più coinvolta in questo progetto: lui c’è sempre, ogni volta che canto questi pezzi dal vivo. E poi ci vediamo praticamente tutti i giorni!

Ho avuto modo di vedervi suonare tre volte, in questo tour e non posso che sottoscrivere quello che dicevi all’inizio: dal vivo siete un portento, il vostro è uno spettacolo che bisogna assolutamente guardare. È stata una precisa scelta, quella di presentare le canzoni in quel modo, o è venuto fuori in maniera naturale?
Dovevamo trovare il modo per divertirci, per rigenerare le canzoni, cambiare gli arrangiamenti, per coinvolgerci ancora con questi pezzi, dopo averli suonati in studio. Per cui, ad esempio, abbiamo scelto di ripetere, dilatare queste intro psichedeliche che nel disco ci sono parecchio, ma che dal vivo vengono fuori di più. Questo, ripeto, ho potuto farlo grazie ai musicisti con cui suono, che sono davvero bravissimi e con cui si è creato un grande affiatamento. Pensa che in cento e passa concerti non abbiamo mai litigato!

Questo puntare molto sulle percussioni, dal vivo, deriva dal fatto che nasci come batterista?
In realtà questa componente tribale è presente anche nel disco. Per dieci anni ho suonato la batteria cercando nel frattempo di cantare, per cui è una cosa che amo fare, è un’abitudine.

A distanza di un anno, come vedi “La fine dei vent’anni”? Normalmente si cambia la prospettiva dopo che è passato un po’ di tempo…
Penso che io e Riccardo abbiamo fatto una cosa importante, che non è ancora invecchiata. In futuro, se dovessi ritrovarmi ad essere più titubante su alcune delle parole o delle note che abbiamo utilizzato, sarò contento di avere cambiato idea. Però io credo che siano ancora le parole e le note giuste e che ci abbiamo messo così tanto impegno e pazienza, che tutto è uscito davvero come doveva essere. E infatti mi emoziono ancora a cantare queste canzoni dal vivo; anche adesso, dopo cento date.

“Del tempo che passa la felicità” è una delle tue canzoni che amo di più. È indubbiamente un pensiero controcorrente, se ci pensi. Ci credi ancora, che sia bello vedere il tempo passare?
Lì, in realtà, mi riferivo ad un’accezione positiva della noia: con gli anni infatti ho perso l’abitudine di annoiarmi, perché sono sempre stato costretto da me stesso a suonare, a spronarmi tutti i giorni, in virtù di questo grande amore che ho per la musica. Poi, ho scoperto anche che ci sono cose belle e positive nell’invecchiare, come ad esempio il potere scegliere sempre di più quello che si vuole fare… diciamo quindi che la penso sempre così. Anzi, forse oggi sono un po’ più convinto (ride NDA)!

Ultimamente si parla molto di “cantautorato indie” (per quanto io trovi orrendo questo termine), c’è tutta una schiera di nuovi artisti che sta ricevendo le attenzioni dei media, anche di quelli grossi. Però mi sembra che spesso se ne parli male, sempre e comunque attraverso un confronto sterile con i grandi del passato. È un fenomeno che coinvolge anche certi musicisti che (senza fare nomi) ogni tanto esprimono giudizi poco lusinghieri sui loro profili Social. Da una parte ci vedo tutta la miopia e anche l’invidia che sono tipici del nostro paese. Dall’altra parte, però, mi pare che tu non ti debba collocare in questa schiera. Nel senso che rispetto ai vari Dente, Calcutta, I Cani, Lo Stato Sociale, tu hai una profondità maggiore, guardi da altre parti…
E’ una domanda che mi hanno già fatto altre volte, ormai mi sono costruito una sorta di corazza… Penso che questo sia un ottimo momento per l’Italia, un momento in cui stanno venendo fuori cose bellissime. Tra vent’anni, se avrò per caso un figlio, mi dirà probabilmente che in quegli anni io e gli altri della mia generazione siamo stati fortunati, perché uscivano dischi bellissimi come quello de Le Luci della Centrale Elettrica o quello della Brunori Sas, giusto per citarne due. Ho molto rispetto per i mostri sacri, ma anche loro sono diventati quello che sono dopo anni, attraverso una selezione che, ne sono convinto, ci sarà anche per noi, per cui col tempo sarà inevitabile che rimanga ciò che merita di rimanere. Però, davvero, ci sono proprio tantissime canzoni belle, trovo che in tanti abbiano accantonato la vergogna e si siano messi a fare in modo di scrivere cose valide e di farle ascoltare…

Lo hai accennato tu prima, ed è inevitabile tornarci sopra: cosa puoi dirmi del prossimo disco? Lavorerai ancora con Sinigallia?
Con Riccardo non lo so però, come ti dicevo, ci vediamo sempre, quindi in un modo o nell’altro ci sarà. Per quanto riguarda il resto: la cosa bella è che ho la libertà di fare quello che voglio davvero. Ho aperto tante strade, si tratta solo di capire dove andare.

Hai fatto tante interviste, ci sarà sicuramente una cosa che non ti hanno mai chiesto, ma alla quale avresti voluto rispondere…
Se suono con i musicisti più forti che ci sono in Italia? La mia risposta è sì!

Non vi resta che venire il 1 aprile all’Alcatraz e scoprire che non scherza affatto…

[Immagini di Claudia Pajewski]

 

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