Motta @ Alcatraz, Milano – 1 aprile 2017

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Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Andrea Caristo

E’ finito in un bell’abbraccio con Riccardo Sinigallia, il concerto di Francesco Motta all’Alcatraz. Il cantautore romano, che ha prodotto “La fine dei vent’anni” e gli ha pure dato una grossa mano nell’indirizzo artistico dei testi, in teoria non avrebbe dovuto prendere parte a questa festa di fine tour; in effetti non ha suonato, ma sulle note finali della titletrack, penultimo brano in scaletta, è comparso a sorpresa (per lo meno del pubblico) e ha accompagnato Francesco sui cori finali. Non senza averlo prima esortato a guardare davanti a lui, dove un paio di migliaia di persone cantavano e applaudivano adoranti.
È stato un trionfo, non c’è che dire. Cento date in giro per l’Italia non sono poca cosa, questa sera la voglia di rivedere questo spettacolo era tanta, soprattutto perché finalmente avremmo avuto la possibilità di vedere lui e la band in azione su un palco di grande livello, con un set di luci degno delle grandi occasioni.
Poco da dire sullo show, che non sia stato già detto in precedenza. I musicisti che l’ex Criminal Jokers ha scelto per questo tour hanno formato un collettivo affiatatissimo, che ha dato ai pezzi del disco un tiro e una dinamica pazzeschi.

Un gran lavoro ritmico, un tappeto di Synth a riempire gli intarsi delle chitarre (con Francesco che suona l’acustica) e una dilatazione delle parti iniziali e finali, a creare Jam dal sapore psichedelico che hanno infiammato a dovere il locale.
Le canzoni del disco sono belle, lo abbiamo già detto, ma è dal vivo che raggiungono il massimo della loro potenzialità.
Francesco è carico come una molla, sa che questa è l’ultima possibilità di incontrare il suo pubblico e ha intenzione di godersela fino alla fine. Un solo inconveniente tecnico, quando sull’iniziale “Se continuiamo a correre” il suo microfono non funziona e ci perdiamo le prime battute. Ma poi tutto fila liscio, ci sarà solo da cantare e saltare, senza un attimo di respiro.
L’abbraccio continuo ai suoi compagni d’avventura, i gesti perentori ad incitare i fan, i ringraziamenti a tutto lo staff e ai collaboratori: c’è l’idea che se quello de “La fine dei vent’anni” sarà ricordato come il più bello spettacolo live di questa stagione, si sarà trattato del frutto di una collaborazione tra un gruppo di persone che sono innanzitutto una grande famiglia, come ci ha tenuto a più riprese a dire.
E gli perdoniamo anche qualche sfogo di troppo contro “fascisti e omofobi” (non mi sembrava ce ne fosse bisogno, francamente) che aveva il sapore di un qualche sassolino nella scarpa che si fosse voluto togliere.

Erano stati annunciati ospiti e ospiti ci sono stati: i Criminal Jokers hanno accompagnato la band principale per un breve set composto da “Bestie”, “Fango” e “Cambio la faccia”; è stato il momento in cui le dilatazioni psichedeliche sono state maggiori, in certi frangenti si è potuto capire meglio da dove sono effettivamente nate le canzoni del suo primo disco solista: non è per niente il frutto isolato e casuale di una genialità estemporanea, bensì l’approdo di un lungo percorso decennale sui palchi di tutta Italia. Ed è stato bello che anche ai suoi vecchi compagni d’avventura sia stata data la possibilità di farlo vedere a tutti.
È arrivato anche Giorgio Canali e la prima cosa che si è notata è che non lo conoscevano in molti. È un peccato, ovviamente, ma allo stesso tempo questo rivela un altro dato: l’età media del pubblico era bassissima. E considerato che il livello di questo disco è ben più alto di tutto quello che Lo Stato Sociale o Calcutta siano mai riusciti a produrre, forse abbiamo una qualche speranza anche per le giovani generazioni…
Comunque sia, l’ex CSI esegue la sua “Lezioni di poesia”, scelta perché è stata una delle canzoni che Francesco e la sua band ascoltavano di più durante i loro spostamenti in furgone. Dopodiché, il ferrarese rimane sul palco per “Abbiamo vinto un’altra guerra”, il brano su cui ha prestato la sua chitarra in studio.

Purtroppo non c’è Nada, assente per la scomparsa di Fausto Mesolella e tale assenza ci ha quasi sicuramente privato di quello che sarebbe stato il punto più alto di tutto lo show. Ma non è importante, è sicuramente meglio ricordare il grande chitarrista che ci ha appena lasciato e sperare che anche uno solo dei presenti, sia andato a casa con la voglia di ascoltare uno dei suoi dischi.
Il turno di Appino arriva perciò in anticipo. Pisano pure lui, con Motta si conoscono da vent’anni e fa dunque a tutti i diritti parte di quella famiglia che questa sera si è data appuntamento per festeggiare. “Fino a spaccarti due o tre denti” è il brano degli Zen Circus che Francesco preferiva ai tempi in cui faceva il fonico nella band dell’amico ed è dunque questa che viene suonata. E qui, comprensibilmente, la maggior parte della gente la conosce e la canta.
Il tutto termina con l’urgenza dilatata di “Prenditi quello che vuoi”, con il suo incedere ipnotico a farci ondeggiare per l’ultima volta, prima che tutto finisca. Le lacrime di Francesco sono più che normali, a questo punto.
Termina così un concerto bellissimo (era pieno di telecamere, non sarebbe male averne una testimonianza ufficiale), con una partecipazione dei fan assolutamente incredibile (tutte le canzoni sono state urlare a squarciagola parola per parola, una cosa che non avrei mai ritenuto possibile dieci mesi fa) che ha indicato senza mezzi termini un nuovo punto fermo del rock italiano.
L’attesa per il nuovo disco è già iniziata…

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