“Per il verso Giusto”, la forma canzone secondo Simone Lenzi – l’intervista

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Intervista di E. Joshin Galani

Con grande attesa aspetto i lavori discografici dei Virginiana Miller e dedico altrettanta attenzione, nonché curiosità, ai romanzi di Simone Lenzi.
Nel 2012  è uscito il suo primo  scritto “La Generazione” da cui è stato tratto il film di Paolo Virzì “Tutti i Santi Giorni”,  titolo omonimo del brano dei Virginiana che fa da colonna sonora e si è guadagnato il David di Donatello come miglior canzone originale.
L’anno successivo sono stati pubblicati “Sul Lungomai di Livorno” e “Mali minori”, che ha vinto il premio Ceppo a Pistoia.

Attesa ripagata, in questo fine giugno, con l’uscita di “Per il verso giusto”, edizioni Marsilio, il nuovo libro di Lenzi con prefazione di Francesco Bianconi dei Baustelle.
Quarto episodio letterario, porta come sottotitolo “Piccola anatomia della canzone” e di questo si tratta.
Un’opera che nasce da una serie di seminari che il nostro ha tenuto, rispettivamente, a Princeton, Scuola Holden di Torino, Livorno, Poggibonsi.
L’agilità della scrittura passa, tra gli altri, da Monteverdi agli Skiantos, da Rossini a Cobain, prendendo strade verso i Beatles, Battiato, Mina, Daft Punk, Paoli e Orietta Berti.
Lenzi ci accompagna nella forma canzone, partendo da tre postulati: “Tutte le canzoni sono canzoni d’amore, tutte le canzoni sono canzoni politiche, tutte le canzoni sono orecchiabili”, per poi attraversare la lettura della scrittura melodica, ridondanze, ritornelli e ripetizioni… perché la canzoni vanno prese ”Per il verso giusto”.

“Tutte le canzoni sono canzoni d’amore…” Prendo spunto dal primo postulato del libro per dire che l’intero suo contenuto l’ho percepito come un grande atto d’amore per la musica ed il suo alfabeto, hai parificato i gradi di conoscenza per renderli fruibili a tutti, hai omaggiato il tempo e la storia musicale… Volendo riassumere per chi ci legge, che cos’è una canzone?
Una canzone è una relazione tendenzialmente simbiotica fra testo e musica, in cui il tutto vale più della somma delle parti. Sia i letterati che i musicisti, ciascuno dal suo punto di vista, tendono a dimenticarlo. Il mio libro, ma ce ne sono altri che servono utilmente allo scopo, cerca di mettere a fuoco la forma canzone nella sua specificità.

Hai affidato la prefazione a Francesco Bianconi. Vi accomuna la terra e le collaborazioni, scelta naturale quindi?
Ci accomunano molte cose, direi. Soprattutto, per quanto mi riguarda, una grande stima artistica e la simpatia umana. Ci vediamo abbastanza di rado, ma, quando capita, è sempre bello parlare. Sento per Francesco una vera amicizia.

Ho riso di gran gusto iniziando il secondo capitolo! Quando si è pervasi dall’emozione di una canzone spesso si è fortemente incuriositi dalla sua genesi! Veramente non prevedi che ci possa essere una curiosità genuina nel chiedere al musicista se nasce prima il testo o la musica?
Chiedo scusa per essermi preso gioco, ma davvero con benevolenza, della tipica domanda che fanno sempre i giornalisti. Quello che mi premeva sottolineare è che, ottenuta la risposta, in realtà non si può saltare ad alcuna conclusione. In altre parole, se chiedere cosa nasce prima fra testo e musica implica credere che, una volta ottenuta la risposta, ci siamo fatti un’idea di cosa conti davvero in quella canzone, ci sbagliamo di grosso.

C’è una parte del libro che racconta dell’interpretazione della canzone legata al significato dei testi. Hai considerato “Una giornata al mare” e la relativa “grana della voce” nelle interpretazioni di Vandelli degli Equipe 84 e di Paolo Conte. Che visione hai invece del cantato di Lauzi che è stato anche lui interprete di questo brano?
La versione di Lauzi è la prima che comincia a dispiegare veramente la potenza del testo di quella canzone, anticipa la versione del secondo Conte. La voce di Lauzi comprende appieno ciò che canta. Mi dispiace non averne parlato nel libro, ma c’era bisogno di non dilungarsi troppo.

Nel libro c’è spazio anche per un’analisi sociale attraverso i tempi, sia storici che musicali. Illusioni e disillusioni che attraversano il 1800 di Schubert con la poesia di Müller, i “comizi mascherati”, di  Celentano a Sanremo nel 1970, l’autoironia degli Skiantos, fino ad arrivare ai disincanti dei Radiohead. Ce ne parli?
Nel libro cerco soprattutto di definire quale è il rapporto fra chi scrive canzoni e il “pubblico”, un rapporto originario che è dentro la scrittura stessa della canzone: un’arte popolare presuppone che si possa affermare una cifra personale solo all’interno di modelli condivisi. In questo senso ogni canzone è “politica”.

Quando parli di presenza dell’interprete, della fisicità ed erotismo della voce, usi una frase che riassume questi aspetti: “La voce comporta il corpo”. Come definiresti la tua anatomia vocale sul palco?
Quella di uno che è costretto a non aver pudore, ma che deve un po’ violentarsi per stare là sopra.

Chiudi con Kurt Cobain, la sua suicide note, la perdita di emozioni, il senso di colpa e il rispetto del pubblico. Di tutte le canzoni citate nel libro, ce n’è qualcuna che ti è venuta voglia di interpretare, magari con logiche di costruzione diverse?
Il problema è sempre sentirsi all’altezza del brano che canti. Penso di aver scritto un libro da ascoltatore soprattutto, e quindi sì, le voglio interpretare tutte, ma sotto la doccia.

A quando il nuovo lavoro dei Virginiana Miller?
Speriamo di riuscire a registrarlo entro l’anno, e sarà davvero una cosa molto diversa da tutto quello che abbiamo fatto sin qui.

Termino con una domanda  social: tornerai su FB?
Manco morto!

Fotograzie di Claudio Modonese

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