Slowdive @ Unaltrofestival 2017 – Circolo Magnolia, Segrate (Mi) – 2 settembre 2017

Postato il Aggiornato il

Articolo di Simone Nicastro immagini sonore di Ambrogio Brambilla e Unaltrofestival

Felice. Direi che è il termine più adeguato a descrivere il mio stato d’animo alla fine della serata di sabato 2 settembre. Felice non solo perché mi sono tolto lo sfizio di vedere per la prima volta un gruppo che mi piace da quasi trent’anni, ma soprattutto perché quello stesso gruppo ha realizzato una esibizione di prim’ordine, estasiando i presenti (abbastanza numerosi nonostante il clima non proprio estivo) e riaffermando con decisione che il loro ritorno sulle scene non è figlio solo di esigenze economiche, ma di nuove urgenze artistiche (vedi l’album pubblicato quest’anno).

Unaltrofestival, manifestazione che si svolge al Magnolia, l’anno scorso mi aveva deliziato con il concerto dei Daughter e fatto rivedere dal vivo dopo un po’ di tempo gli Editors. Quest’anno la scaletta, sempre in alternanza su due palchi, ha visto succedersi gli artisti Belize, Wrongonyou, Seafret e Gazebo Penguins. Escluso il primo, ho potuto assistere a tutti i set trovandoli ben strutturati, “sentiti” e abbastanza partecipati dal pubblico, soprattutto gli ultimi in ordine di menzione.

Gli Slowdive, sul palco grande in formazione da cinque, hanno dato vita dalle 22 in poi ad uno spettacolo di rara sensibilità, perizia tecnica, quasi impossibile spiegarlo a parole, tensione emotiva costante. Del resto il loro shoegaze è sempre stato il più romantico e melanconico di tutte le band capostipite del genere, giocando fin dal principio sia con il wall of sound delle chitarre, che sulle armonie sussurrate dalle voci di Neil e Rachel, sia sulle ritmiche deliziosamente pop, che sugli arrangiamenti cinematografici.

I brani in scaletta si alternano con inusitata semplicità tra il nuovo lavoro e gli album di inizio anni 90. Le differenze ci sono e si sentono, come del resto c’erano tra gli album dell’epoca,ma risulta evidente una unicità artistica alla base di tutte le composizioni suonate, soprattutto grazie alla scrittura e alla vena sempre in bilico tra melodia e sperimentazione di Neil Halstead, a mio avviso uno degli autori pop rock più sottovalutati degli anni 90/00 (vedi anche i suoi Mojave 3, soprattutto nei primi lavori).

L’inizio è folgorante: “Slomo”, prima gemma sognantedel nuovo corso della band, “Slowdive”, uno degli incipit formali di tutto il fenomeno shoegaze, “Catch The Breeze”, per il sottoscritto ancora oggi il  brano più bello oltre che il loro manifesto, e “Crazy For You”, hit mancata di quell’album controverso e “tombale” che fu “Pygmalion”. Il pubblico rapito canta, applaude, si sente completamente a suo agio in questo loop sonoro e temporale.

“Star Roving” e “Machine Gun”, intervallate dall’antica e ammaliante “Avalyn”, testimoniano ulteriormente la ritrovata vena poetica e musicale della band, mentre “Souvlaki Space Station, “When the Sun Hits” e la generazionale “Alison” catturano dai presenti tutto il calore e l’amore possibile.
Altre due nuove composizioni, come “Sugar For The Pill”, incantevole e notturna dreamsong, e “No Longer Making Time”, ballata dal pathos decisamente elettrico, fino alla personale esibizione della cover di Syd Barret, “Golden Hair”.

Una brevissima pausa e il ritorno sul palco per concludere questa splendida serata con due ripescaggi anni 90: ancora da “Pygmalion” l’evocativa con venature jazz “Blue Skied An’ Clear” e da “Souvlaki” quella “40 Days” che, anche in questa prima volta in versione live, mi ha ricordato quell’autunno dove bastava restare solamente nella stessa stanza con lei ad ascoltare il mangianastri per essere felici. Ad essere sincero una felicità diversa da quella provata in questa serata. Ma questa è un’altra storia…

 

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