The Dream Syndicate @ Circolo Magnolia, Segrate (Mi) – 26 ottobre 2017

Postato il

Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Andrea Furlan

È stato un concerto che ricorderò a lungo. Difficile dire se si sia trattato del migliore visto finora quest’anno perché, al di là che ce ne sono stati tanti, le impressioni soggettive e l’emotività in questi casi giocano moltissimo. Ma i Dream Syndicate al Magnolia hanno spaccato tutto e tutti, fugando una volta per tutte i dubbi di tutti coloro che temevano una reunion avvenuta sull’onda dell’effetto nostalgia e della monetizzazione del passato.

Per la verità non so se davvero fosse il caso di dubitare: sarebbe bastata da sola la qualità altissima di “How Did I Find Myself Here”, il disco di inediti arrivato dopo 19 anni di quasi totale silenzio, per mettere le cose in chiaro.
Le date italiane sono tre: Torino, Milano e Bologna e fa piacere notare che c’è stata un’ottima risposta a tutte quante. Certo, parliamo di posti piccoli e l’età media, almeno a Milano, era altissima. Ma comunque è confortante vedere che un gruppo del genere, seminale, ma sempre piuttosto lontano dai grandi circuiti, non sia stato dimenticato.
La formazione con cui girano è la stessa del disco ed è abbastanza vicina a quella originale: oltre a Steve Wynn sono infatti della partita il bassista Mark Walton e il batterista Dennis Duck. Alla chitarra c’è sempre Jason Victor, che aveva già partecipato ai concerti del ritorno, nel 2014. Da ultimo, il prezioso regalo di Chris Cacavas, che oltre ad avere prodotto l’album assieme a Wynn, sta seguendo il gruppo in tour suonando le tastiere in gran parte dei pezzi.

L’inizio del concerto, con perfetto timing stagionale, è affidato ad “Halloween”, subito seguita dall’accoppiata “The Circle”/80 West”, due brani nuovi per mettere bene in chiaro che il gruppo al disco ci tiene e questo non sarà assolutamente un concerto nostalgico. In effetti “How Did I Find Myself Here” verrà eseguito per intero, con l’eccezione di “Kendra’s Dream” (e avrebbe avuto poco senso, data l’assenza della diretta interessata), garantendo una continuità assoluta con gli episodi del vecchio repertorio.
Non avevo mai visto dal vivo i Dream Syndicate e forse è anche per questo che mi hanno spazzato via. Hanno suonato per due ore abbondanti con la stessa intensità di chi è all’ultimo giorno su questa terra, con quell’allegria e quella gioia in volto di chi sta facendo l’unica cosa che mai potrebbe fare nella vita.
Wynn è un mattatore autentico, la sua chitarra detta i tempi dello show, disegna i pezzi con grazia impeccabile, mentre la voce, solo leggermente scalfita dal passare degli anni, si muove sicura attraverso linee melodiche che si marchiano a fuoco nel cervello. È lui l’anima del gruppo, è lui che ha richiamato gli altri e li ha voluti fortemente insieme. Guardandoli, si ha subito chiaro che questo non è un nuovo capitolo della sua carriera solista, col ripristino del vecchio logo per fare qualche spettatore in più. Qui si tratta proprio del ripartire da dove ci si era interrotti, del riprendere il filo di una certa storia, di certi legami. Lo capisci quando vedi Steve e Jason che si sfidano l’uno di fronte all’altro, il primo con le sue ritmiche serrate, il secondo con assoli taglienti come rasoi. E come se la godono, mentre basso e batteria si fermano o vanno avanti con discrezione, e loro due possono lanciarsi a briglie sciolte in quelle improvvisazioni psichedeliche che tanto hanno fatto nel coniare il termine “Paisley Underground”!

Dennis Duck è un gran bel metronomo dietro le pelli, non fa niente di particolarmente complesso (che bisogno ne avrebbe?) ma poi ci si scopre a dimenarsi ai ritmi tiratissimi di certi brani e si capisce che lui è lì che martella inarrestabile. Al suo fianco c’è Mark Walton, il suo basso è quanto di più profondo e avvolgente mi sia mai capitato di sentire. Le sue linee ritmiche scavano dentro la pelle , sono un tutt’uno perfetto con le due chitarre.
In tutto questo, Chris Cacavas, nei brani in cui è presente, dà un tocco in più a livello di spettro sonoro, ma il settaggio dei volumi lo penalizza non poco, rendendolo spesso troppo confuso nell’insieme generale. Sale in cattedra nella splendida “Whatever You Please”, che in pratica è tenuta su solo dal suo pianoforte, in “Medicine Show”, dove tira fuori un bel suono acido e distorto, e in qualche altra sporadica occasione. Per il resto, l’impressione è che sia stato penalizzato da inconvenienti tecnici.

Il concerto è un lungo e inarrestabile viaggio attraverso la discografia del gruppo: ci sono i classici leggendari come “Armed With an Empty Gun”, “Burn” (che botta pazzesca!), “Forest for The Trees” e ovviamente “The Days of Wine and Roses”, il cui ritornello, tirato allo spasimo, provoca un bel pandemonio tra il pubblico. Ci sono i pezzi nuovi, che come detto non sfigurano e anzi, sembrano già essi stessi dei classici. Meravigliosa “Filter Me Through You”, che del resto ha l’appeal dei grandi brani di apertura della band, come la peraltro non eseguita “Tell Me When It’s Over”; tra le vette assolute dello show c’è stata la title track, che ha rappresentato il momento massimo di improvvisazione e dilatazione psichedelica, coi cinque che parevano posseduti da un’energia magnetica, in totale simbiosi col pubblico che, non a caso, alla fine del pezzo non la finiva più di applaudire.
Verrebbe voglia di citare altri highlight della serata, ma poi si scorre la scaletta e si scopre che è inutile: dall’inizio alla fine non abbiamo avuto un attimo di respiro, è stato tutto indimenticabile. La cosa bella, poi, è che anche per loro è stato così: “Non c’è nessun altro luogo in cui vogliamo essere, se non qui e ora a suonare con voi – ha detto Steve poco dopo essere tornato sul palco per gli immancabili bis – e grazie per essere venuti così numerosi, anche se è un giorno feriale. Dopo il concerto, sarebbe bello che rimaneste qui, perché saremo al banco del merchandising e vorremmo avere la possibilità di incontrare ognuno di voi!”. Non c’era ombra di retorica in queste parole. Io sono andato via perché ero distrutto, ma sono pronto a scommettere che avrà stretto mani e fatto foto fino a tarda notte.

I bis, dicevamo. A Torino hanno avuto un po’ di problemi con gli orari e a quanto mi hanno detto, sono stati costretti a tagliare qualcosa. Per fortuna qui non è successo, perché il piatto che ci hanno apparecchiato nel finale è stato quanto di più appetitoso potesse esserci: partiti con la romantica poesia di “Merritville”, hanno proseguito con la lisergica “Glide” e poi ancora con “Boston”, nella quale è stato inserito un potentissimo accenno a “Refugee” di Tom Petty, che ha provocato non pochi brividi in sala.
Sembrava finita e invece eccoli di ritorno. Lo scatenato rock di “The Side I’ll Never Show” ha infiammato ancora una volta l’atmosfera prima del gran finale. A sorpresa (perché non era stata suonata nelle ultime date) ecco “John Coltrane Stereo Blues”, coi suoi dieci minuti abbondanti in cui è successo di tutto, un’autentica summa e una sublimazione di tutto ciò che abbiamo ascoltato da questa band nell’arco di due ore di concerto.
Dicono che “è solo Rock and Roll” ma non è vero. Quando assisti ad un’esibizione così, quando hai davanti un gruppo come i Dream Syndicate, capisci che questa musica ha davvero a che fare con la vita e con la morte. E che per loro e per chi li va a vedere è una cosa seria, maledettamente seria. Tornare insieme per ricordarci questo, ancora una volta: che gran regalo che ci hanno fatto!

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...