Curtis Harding @ Magnolia, Segrate (Mi) – 26 novembre 2017

Postato il Aggiornato il

Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Stefania D’Egidio

Solo il tempo ci dirà se “Face Your Fear” di Curtis Harding verrà ricordato come uno dei più bei dischi Neo Soul di tutti i tempi. Non ho francamente la sfera di cristallo e non possiedo neppure quella conoscenza enciclopedica del genere che potrebbe farmi azzardare qualche previsione più ragionata.

Eppure, sin dall’anticipazione dei due singoli, il secondo lavoro di questo enfant prodige che ha Marvin Gaye, Curtis Mayfield e probabilmente Stevie Wonder a mo di santini sul comodino, si è dimostrato come un passo avanti notevole rispetto all’esordio “Soul Power” e non ci ha messo molto a diventare uno dei miei preferiti nell’anno che sta per finire.

In Italia ci era già venuto due anni fa ma aveva suonato a Bologna e io, lo confesso candidamente, non sapevo neppure chi fosse. La data del Magnolia arriva a seguito di un hype piuttosto consistente e sull’onda di un rinnovato interesse per questo genere musicale anche nel nostro paese. Certo, a ben guardare Harding ha coniato il termine SLOP per definire il suo lavoro, volendo puntare l’accento su una commistione col Garage Rock che renderebbe indigesto il prodotto finale (SLOP è infatti il pastone che danno ai maiali negli stati del Sud da dove lui proviene). Ecco, sinceramente non saprei se questa nozione un po’ giornalistica sia un bene o un male: spesso l’ansia di definire fa più danni che altro, diciamo che la riporto per dovere di completezza, poi vedete voi.

A vederlo sul palco, lui e la sua band, forse si capisce un po’ di più: la formazione è quella classica basso/chitarra/batteria, c’è un tastierista che utilizza il sassofono in due o tre brani ma dell’elettronica che ammantava seppur discretamente il disco nella sapiente produzione di Danger Mouse non si è vista neppure l’ombra. L’effetto, complice anche le ridotte dimensioni dello stage, è stato proprio quello di quattro amici che provano in saletta; da questo punto di vista, la magniloquenza e la ricchezza sonora di un D’Angelo o anche solo di un Blood Orange sono decisamente lontane.

Ho parlato di stage ridotto: lasciatemi dire che è una vergogna organizzare un concerto in questo modo. Il Magnolia è un bel posto e non bisogna lamentarsi troppo visto che a Milano i locali per suonare stanno scomparendo uno dopo l’altro. Detto questo, il palchetto laterale che utilizzano per quelle esibizioni dove non si prevede larga affluenza di pubblico è un insulto per chi fa della musica dal vivo il proprio credo e il proprio mestiere, oltre che per chi paga un biglietto e avrebbe tutto il diritto di godersi uno spettacolo come si deve.
Chi ci è stato lo sa: posizione eccessivamente defilata, una colonna in mezzo a coprire la visuale, una resa acustica a dir poco scadente. Aggiungiamo che l’altezza del palco è ridotta, lo spazio in lunghezza è poco e si può capire che se non si è nelle prime file non è che si riesca a vedere molto.

Curtis e la sua band un po’ l’hanno patita, questa situazione: al netto di un pubblico numeroso e piuttosto partecipe (si sarebbe tranquillamente potuto suonare sul palco più grande), loro sono apparsi impiccati nello spazio ristretto e non sempre totalmente coinvolti, a tratti anche sbrigativi.
Il finale, per dire, l’hanno un po’ buttato lì: chiusura con “Heaven’s On The Other Side”, veloce ritorno per i bis, esecuzione piuttosto freddina della sola “Keep On Shining”, quasi come se si dovesse svolgere il compitino, saluti frettolosi e buonanotte.

Probabilmente però è lui che è fatto così. Non ha parlato molto, nei 60 minuti esatti che ha concesso al pubblico. Inguainato in una giacca di pelle con cerniera chiusa, che contrastava visibilmente con la temperatura del locale, gli occhi costantemente nascosti da un paio di occhiali da sole che non si toglierà mai, neppure per sbaglio, Harding è apparso voler comunicare (giustamente) solo con le sue canzoni. La presenza scenica non è certo la sua maggiore dote e del resto la situazione logistica non lo ha aiutato. Ha cantato tutti i pezzi da solo, senza cori o basi preregistrate (come ho detto, il tutto è stato rigorosamente analogico), accompagnandosi ogni tanto con la chitarra. Una buona voce, la sua, ma niente di eclatante, soprattutto dal vivo: qualche incertezza nei falsetti e una lettura dei pezzi nel complesso molto meno convincente che in studio.

Il gruppo, da parte sua, lo ha supportato a dovere ma senza strafare: gli arrangiamenti erano piuttosto lineari, il tiro complessivo ha convinto, la voglia di ballare veniva, però si è rimasti tutto sommato nella norma. Tutto troppo facile, a tratti anche banale; sicuramente in studio i brani non sono totalmente diversi, c’è sempre quell’approccio spontaneo ma ci sono più dettagli e la qualità della produzione fa il resto. Qui la resa acustica non è stata sempre all’altezza e l’impressione è di avere ascoltato un ottimo repertorio eseguito da una brava cover band.
Già, il repertorio: alla fine Curtis Harding sarà ricordato e salvato dalle sue canzoni. Non so quanti anni abbia ma con un talento così nella scrittura non potrà che andare lontano: i brani dell’ultimo disco, eseguito praticamente per intero, hanno brillato di luce sfolgorante, sia che si trattasse di alzare i toni (“On and On”, “Need Your Love”, “Till The End”) sia che fossero languide e sensuali ballate (la title track, “Ghost of You”, “Dream Girl”). In mezzo, gli estratti da “Soul Power” non hanno deluso e cose come “Next Time” o “Drive My Car” hanno davvero sprigionato tanta energia nell’aria.

Si potrà dire che è derivativo ma non credo che in questo genere (così come un po’ dovunque) ci sia ancora molto da inventare. Questo ragazzo ha talento vero e sta dimostrando che il nome che porta non è immeritato. Dovrà solo imparare a rendere i suoi concerti degli eventi indimenticabili ma per il resto direi che Curtis Harding è un artista su cui poter scommettere.

 

 

 

 

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