U2 – Songs of Experience (Island, 2017)

Postato il Aggiornato il

Articolo di Thomas Maspes

Molto difficile oggi come oggi riuscire ad inquadrare un disco nuovo del gruppo irlandese U2. Per rimanere in pista 40 anni la band ha cambiato pelle ben più di una volta.
Dal sound cristallino dei primi dischi è passato ad uno più ricercato ed evocativo (“The unforgettable Fire”), per poi approdare ad una contaminazione molto intensa con il tipico suono americano, attraverso il capolavoro “The Joshua Tree” e il buon disco metà dal vivo metà in studio “Rattle and Hum”. Nei primi anni ’90 nuovo cambio di direzione, con un sound molto più pesante, contaminato dalla musica industrial e dai primi tentativi di fondere il rock con la musica da club tipica di band come Happy Mondays e Stone Roses (giusto per citare due nomi). “Zooropa” portò la band a sperimentare sempre più in profondità, arrivando addirittura a ricevere il premio come miglior album “alternative” dell’anno (offerto proprio a loro che erano sul gradino più alto del mondo “mainstream”!). Poi l’album “POP“, uno dei loro più controversi, prodotto forse non in modo impeccabile dal giovane DJ Howie B, ma che al suo interno è ricco di una forza incredibile, quasi folle, con pezzi molto eterogenei tra loro. Il disco divide moltissimo i fan. Nel mastodontico tour che segue il disco, per la prima volta gli U2 si ritrovano stadi a volte vuoti per metà. Pochissimi i sold out. Si spaventano. Pensano che forse sono andati troppo oltre. Da quel momento in poi spunta la parola che Bono pronuncerà molte volte negli anni a seguire: “rilevanti”. Gli U2 vogliono rimanere rilevanti, il che vuol dire tornare a piacere un po’ a tutti. Da “All you can’t leave behind” in poi la band si rifugia in un sound più rassicurante, in una forma di canzone più classica e lineare. Due gli album pubblicati in quei primi anni 2000 che mettono da parte qualsiasi tipo di velleità sperimentale. Qualcosa sembra cambiare con “No line on the horizon”, però la band non ci crede fino in fondo, vorrebbe tornare a rendere il proprio sound più creativo, ma l’inserimento di qualche brano insipido a metà del disco, ne inficia la riuscita completa. Le recensioni della critica non saranno infatti molte tenere.

Fallito quindi il tentativo di tornare a fare musica più interessante, gli U2 si gettano totalmente nelle braccia di alcuni dei produttori più in voga nella scena pop di questi anni. Intendono rimanere al passo con i tempi, non vogliono sembrare dei dinosauri del rock (rock che tra l’altro nelle classifiche mondiali è quasi sparito del tutto, sostituito da un pop standardizzato e, in America, dall’Hip-Pop). L’idea iniziale sembra buona: un unico lavoro suddiviso in tre dischi distinti, che prendono ispirazione dalla raccolta di poesie di William Blake “Songs of innocence” e “Songs of experience”. Nel primo capitolo uscito tre anni fa, la band si presentava con un sound molto levigato, piuttosto distante da una classica produzione rock. Ogni tipo di sperimentazione sia a livello di suoni che di creazione vera e propria delle canzoni viene bandita. Che tipo di suono ha l’innocenza? Gli U2 scavano nei loro ricordi adolescenziali, cercano di recuperare quel senso di purezza che li contraddistingueva, ma il suono che ne scaturisce è piuttosto piatto. La chitarra di The Edge sembra affogare in mezzo a tutti quei suoni sintetici, plasticosi. Sono pochissimi i momenti in cui la sua classe risplende come ai bei vecchi tempi. Il brano forse più bello (ma questa è una costante degli U2 degli ultimi 15 anni) viene inserito solo come bonus track (“The Crystal Ballroom”).
Arriviamo oggi quindi alla pubblicazione del secondo capitolo, quel “Songs of Experience” che sarebbe dovuto uscire in prossimità del primo capitolo, ma che la band ha posticipato di anno in anno, non essendo mai contenta di come le canzoni suonassero una volta registrate in studio. E questo in effetti è il problema di fondo: l’insicurezza di come riuscire a vestire con l’abito giusto canzoni che nascono da quattro persone che suonano insieme in una stanza, ma che poi vengono manipolate se non proprio “rismontate” in studio per renderle adatte e fruibili soprattutto ai giovani di oggi. E qui nascono i veri problemi. La scelta dei singoli che anticipano il nuovo album sono quanto di più pop gli U2 abbiano mai pubblicato nella loro carriera. Essendone ben consapevoli, fanno pubblicare negli stessi giorni anche un nuovo brano eseguito live dal titolo “The Blackout”. Un brano molto distante da “You are the best thing about me” scelto invece come singolo apripista. Una canzone decisamente rock, tanto che fa tornare in mente ai vecchi fan i fasti di Achtung Baby. Peccato poi che la versione che verrà inserita nel disco, perda molta di quella carica, visto che sia la chitarra che la batteria verranno molto ridimensionate.

Ma andiamo con ordine: il disco inizia molto bene, con un brano d’atmosfera, tastierona e la voce di Bono ispiratissima. Il testo è molto forte, come anche in altri brani all’interno dei disco. Ecco quindi una nota positiva: Bono torna ad essere un songwriter profondo, e come lui stesso ha raccontato, ha tentato di scrivere delle lettere alle persone che ama (parte da questo l’idea della copertina con il figlio di Bono e la figlia di The Edge che si tengono per mano) pensando di dover morire da lì a poco (“L’amore è tutto ciò che abbiamo lasciato, un bambino che piange sul ciglio della porta, l’amore è tutto ciò che ci è rimasto, l’amore è tutto ciò che abbiamo lasciato, tu discuti perché non puoi accettare che, l’amore è tutto ciò che ci è rimasto (non chiudere gli occhi))”. Sono due minuti e quaranta secondi quasi magici, in cui Bono giganteggia, arrivando anche a filtrare la sua voce con il vocoder, cosa che fa tornare in mente certe sperimentazioni tipiche di Zooropa. La seconda traccia “Lights of home” è altrettanto ben riuscita. I suoni sono ottimamente calibrati, la batteria finalmente suona come una vera batteria, l’andamento del brano è seducente, Bono canta della paura di perdere la propria fede, la chitarra di The Edge è sempre presente, con un bel assolo a metà canzone. Il finale poi spiazza, cambiando completamente ritmo e diventando quasi un gospel moderno. Sembra che gli U2 abbiano ritrovato la giusta ispirazione, la voglia di tornare ad essere intensi e brillantemente complessi. Purtroppo questo buon inizio viene spazzato via dalle tre canzoni che seguono: “You are the best thing about me”, “Get out on your own way” e “American soul” sono veramente delle canzoni deboli. Le prime due soffrono di una produzione troppo da boy-band, con la batteria relegata sullo sfondo, i coretti stupidini e banali, la voglia smaccata di piacere subito al primo ascolto, con il ritornello furbetto che si insinua immediatamente in testa neanche fosse la sigla di un cartone animato. “American soul” era stata pubblicata come snippet all’interno di una canzone del nuovo disco di Kendrick Lamar, e dal quel che si percepiva sembrava un brano alquanto interessante, lenta e con venature quasi jazz. Purtroppo si vede che quella versione è stata scartata dalla band, in favore di questa pubblicata che risulta essere un brano piuttosto pacchiano e fintamente rock, che ingloba al suo interno una citazione di “Volcano”, brano presente nel predecessore “Songs of Innocence”. Ci saranno altri due richiami dal disco precedente, e la cosa poteva anche essere interessante, ma “Volcano” era già debole, perché riprenderlo di nuovo? Agendo in questo modo, dopo un ottima partenza, il disco sembra già affondare inesorabilmente. Da li in avanti l’album faticherà a risollevarsi.

Ci sono sicuramente delle buone canzoni, come “Summer of love” e “Landlady”, quella “The Blackout” che dal vivo aveva convinto non poco, ma che qui graffia molto meno, una “Red Flag Day” che se avesse avuto una produzione in stile con un album come War avrebbe sicuramente spaccato, ma anche in questo caso il brano scivola via senza colpire veramente. “The Showman” è una traccia atipica, interessante, fresca, quasi divertente, che richiama molto i The Cure di Wild Mood Swing e sembra attraversato da una vena fatalmente folle. Colpisce in effetti che un brano del genere possa essere stato scritto da una band in attività da quasi 40 anni. “The little things that give you away” è la ballata del disco, una ballata amara, in cui Bono ammette di aver perso per sempre la sua innocenza e forse anche la sua ispirazione (“Non posso tornare indietro, a volte l’aria è così piena di ansia, tutti i miei compiti sono così ingrati e tutta la mia innocenza è morta…colmo di rabbia e addolorato, così lontano dal credere che una qualsiasi canzone possa riaffiorare”). Poteva essere la canzone giusta per concludere il disco, invece ce ne sono altre due che nulla di interessante aggiungono al lavoro. Il richiamo su 13 (there is a light) a “Song for someone” chiude il cerchio con il disco precedente, ma non sembra brillare particolarmente. Nella versione deluxe però viene inserito, oltre a un remix inutile di “Ordinary Love” una versione string di “Lights of Home” e la collaborazione con Kygo su “You’re the best thing about me”, un brano davvero notevole che avrebbe meritato sicuramente un posto nella tracklist finale: “The Book of your Heart”. Una canzone che richiama veramente ciò che gli U2 sono stati un tempo: epicità, potenza lirica e pathos a livello quasi mistico. Forse proprio perché richiamava troppo i vecchi U2, hanno preferito nasconderla. Fosse stata inserita come traccia N°3 eliminando “Get Out of your own Way” e “American Soul” forse saremmo stati qui a festeggiare un ottimo ritorno. Aveva ragione Brian Eno quando durante la lavorazione di “No Line…” arrivò a dire che “gli U2 in studio lavorano in modo molto disordinato, hanno nel cassetto 30/40 canzoni, tra cui alcune veramente interessanti, ma decidono di concentrarsi per settimane intere solo su quelle che hanno un potenziale radiofonico e possono arrivare a tante persone. Le altre le abbandonano o le finiscono solo successivamente, per poi dimenticarle”. Arriverà forse un giorno che quelle canzoni rispunteranno fuori, magari in un cofanetto retrospettivo. Allora potremmo capire meglio questa loro fase decadente, il perché di tante scelte che all’apparenza appaiono incomprensibili. Un tempo forse sapremo. Oggi molte di queste canzoni ci dicono che dobbiamo solo saperci accontentare.

VOTO dopo 2 ascolti: 6-
VOTO dopo parecchi ascolti: 6,5

Tracklist:
01. Love Is All We Have Left
02. Lights of Home
03. You’re The Best Thing About Me
04. Get Out of Your Own Way
05. American Soul
06. Summer of Love
07. Red Flag Day
08. The Showman (Little More Better)
09. The Little Things That Give You Away
10. Landlady
11. The Blackout
12. Love Is Bigger Than Anything in Its Way
13. 13 (There is a Light)
14. Ordinary Love (Extraordinary Mix)
15. Book Of Your Heart
16. Lights of Home (St Peter’s String Version)
17. You’re The Best Thing About Me (U2 vs Kygo)

 

 

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