Articolo di Luca Franceschini

Tra i gruppi emersi nei cosiddetti anni Zero gli Horrors sono indubbiamente quelli con la storia più interessante. Se in generale ci si è mossi tra un Indie Rock sbarazzino e un po’ arrogante (Strokes, Arctic Monkeys) e un pedissequo senso di ricostruzione storica che è andato ad attingere a piene mani negli archivi di New Wave e Post Punk (Editors, Interpol), il quintetto dell’Essex si è sempre mantenuto su una strada molto equilibrata: tanti i riferimenti utilizzati, in un eterno gioco di omaggi e citazioni anche piuttosto distanti tra loro che hanno però prodotto una miscela unica e originale, un mix tanto omogeneo nel risultato finale, tanto variegato negli addendi impiegati.

E poi un’evoluzione costante, inarrestabile, che li ha portati dal Garage dell’esordio “Strange House” alle contaminazioni Dance dell’ultimo “V”, uno dei dischi dall’estetica più convincente degli ultimi tempi.
Li vedi come una band nuova, ancora alle prese coi primi passi, poi fai quattro conti e realizzi che sono passati dieci anni dal loro esordio discografico: quando è accaduto, esattamente, che abbiamo perso il senso dello scorrere del tempo?

È una freddissima sera di inizio dicembre quella che accoglie la band nella sua ennesima calata italica, questa volta al Circolo Magnolia. Che per l’occasione, grazie a Dio, spolvera lo Stage principale permettendoci di godere di un concerto come Dio comanda, anche se il calore dei corpi pigiati per l’affluenza cospicua non è servito a tenere lontano il gelo che imperversava al di fuori.
Un gelo che, bisogna dirlo, i nostri non sembrano avere alcuna voglia di dissipare. Il palco è buio, con luci bassissime a colori tenui e un trionfo di stroboscopiche a prova di attacco epilettico. Quel che succede è difficile capirlo: i cinque sono dei contorni evanescenti che si agitano al ritmo della musica, fantasmi evocati dalle loro stesse visioni mentre tutto si fa confuso e allo stesso tempo è impossibile non farsi rapire totalmente da quel che stanno suonando.

Il repertorio scelto aiuta questa sensazione di “avvolgimento”: l’accoppiata “Hologram”/”Machine” dal nuovo album, la prima col suo trionfo di Synth, la seconda col basso pulsante e la chitarra di Joshua Hayward che comincia a graffiare, sono il modo migliore per iniziare lo show e chiarire a che punto del cammino gli Horrors siano arrivati. Abbandonata in parte la psichedelia del precedente “Luminous” (peraltro poco rappresentato in questo tour, con l’esecuzione della sola “In and Out of Sight”), rallentato vistosamente il ritmo e scurito sempre di più un sound dove le tastiere e l’elettronica hanno assunto un ruolo preponderante, il gruppo può sembrare a tratti una moderna versione dei Bauhaus, con Faris Badwan che è già nuova icona rock, a metà tra Robert Smith e Peter Murphy. È proprio il cantante l’anima del gruppo e del concerto, anche dal punto di vista visivo (per quanto sia giusto usare un termine del genere, dato che si è visto ben poco): magnetico e solenne nei movimenti, sopperisce con l’ottima tenuta di palco ad una resa vocale non certo impeccabile (molte e frequenti le stonature) e in generale è un ottimo elemento catalizzatore.

Per il resto la band suona alla grande, con una sezione ritmica devastante (la batteria era forse un po’ troppo alta) e le tastiere di Tom Cowan a svolgere il ruolo principale nella costruzione delle melodie, con la chitarra comunque sempre ben presente col suo timbro saturo, ad erigere un compatto muro di suono.
Una selezione piuttosto equilibrata di brani, che privilegia ovviamente quelli dell’ultimo “V” ma che si muove lungo tutta la loro discografia, lasciando fuori solo “Strange House”, evidentemente oggi ben poco rappresentativo della loro attuale identità.
Impossibile dire cosa sia stato meglio, visto che nell’arco dei 75 minuti di durata la qualità si è sempre mantenuta altissima. Sicuramente “Sea Within a Sea”, col suo ritmo ipnotico e ossessivo e le sue reminiscenze Dark ha avuto un impatto notevole. La stessa cosa si può dire per gli episodi più diretti come “Who Can Say” o l’assalto elettrico di “Endless Blue”, dove le chitarre si sono prese per una volta un ruolo di primo piano.
Probabilmente è però la conclusiva “Something To Remember Me By” ad aver fatto davvero il botto e ad averci dato la percezione più chiara di dove gli Horrors sono adesso: un brano Dance Pop al limite della perfezione, eseguito spingendo ancora di più sull’acceleratore e scatenando un pubblico che comunque ha sempre partecipato attivamente, con Tom che alla fine si lancia nelle prime file per sottolineare ancora di più il momento.
Lo avevano scritto i tipi di Ondarock recensendo l’album, che in un mondo perfetto un pezzo così girerebbe in heavy rotation su tutte le radio. Ecco, questo non sarà un mondo perfetto ma la canzone esiste e il gruppo che l’ha scritta pure: finite l’anno in bellezza e date agli Horrors lo spazio che si meritano perché qui abbiamo a che fare con la grandezza, quella vera.