Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Alessandro Pedale

Karin Dreijer Anderson è tornata alla sua creatura Fever Ray dopo un periodo di silenzio che rischiava di raggiungere i dieci anni di durata. “Plunge”, uscito lo scorso dicembre, è stato per quanto mi riguarda uno dei dischi più belli del 2017 per come ha saputo mescolare elettronica e forma canzone, spezzando i ritmi, decostruendo le strutture ma allo stesso tempo rendendo ben forte la coesione d’insieme.
Attendevo di vederla dal vivo perché si sa, in questi casi non è mai scontato che quel che si riesce a fare in studio riesca poi ad essere riprodotto sul palco.
Il pubblico italiano ha risposto bene, nonostante il tempo trascorso e il
Fabrique, ormai affermatosi come il locale milanese più importante per questo genere di appuntamenti, risulta ben imballato, seppur nella sua versione a capienza ridotta. Ci saranno dunque poco più di un migliaio di persone ad accogliere la ragazza svedese nel suo nuovo tour e non sono numeri così bassi se, come ripeto ad ogni giro, si considera di quale paese stiamo parlando. Avrei solo voluto vedere un po’ più di giovani (per la verità non ho visto proprio nessuno, almeno se parliamo della fascia 16-20) ma è anche vero che una proposta di questo tipo non è proprio quel che si dice immediata.
Arrivo troppo tardi per poter vedere lo show di
Tami T. (sento giusto metà dell’ultimo brano) ma per fortuna il nostro fotografo era sul pezzo per cui potete almeno consolarvi con qualche immagine.

Karin e la sua band si presentano poco dopo le 21, con il classico quarto d’ora accademico. Sono in sei, lei compresa, e sono tutte donne. Tre stanno dietro agli strumenti (Mikaela Hansson si occupa dell’elettronica e della maggior parte del suono delle tastiere, mentre c’è un doppio set di percussioni manovrato per lo più da Diva Cruz con l’aiuto di Lilliana Zavala), altre due (Helena Gutarra e Maryam Nikandish) coadiuvano la cantante dietro al microfono, doppiando costantemente le parti vocali e dandole una mano con le coreografie.
Notevole l’impatto visivo: indossano tutte dei costumi colorati e stravaganti, che creano un’atmosfera fantascientifica, a metà strada tra Star Trek e Sea of Tranquility (il finto show che compare in “Nosedive”, una delle più celebri puntate di Black Mirror) ma che ricordano anche saltuariamente certe trovate sceniche già messe in mostra da Miley Cyrus.
Le luci sono anch’esse potenti, con il rosso e il verde come colori prevalenti, a creare un feeling da club anni ’80, sempre molto intenso, sia quando il palco si fa sgargiante di colori chiari, sia quando prevalgono le tinte più scure e le performer si muovono avvolte nell’ombra.

L’inizio, con “An Itch” e “A Part of Us”, entrambe dall’ultimo disco, è decisamente suggestivo: Karin sale sul palco per ultima, rasata a zero come siamo abituati a vederla in questi mesi e agghindata in bianco, maglietta, calze e gonna. Il viso, truccato pesantemente a rassomigliare un teschio, il contrasto tra il bianco del cerone e il rosso di orbite e labbra come effetto più evidente. Chiaro l’intento di ricreare, anche sul palco, il feeling straniante e malato che si respirava nei videoclip di accompagnamento al disco.
Il ritmo è ossessivo, l’incedere pesantemente tribale, dato da percussioni molto presenti, che si sono prese gran parte dello show. Non si balla molto, è difficile farlo: troppo scure le atmosfere, troppo lenti i ritmi nella maggior parte della scaletta.
Le mosse delle tre cantanti non aiutano: non c’è infatti una vera e propria coreografia organizzata per ogni episodio. Anzi, la Anderson appare parecchio impacciata sul palco (era probabilmente un atteggiamento voluto) muovendosi ben poco, posizionata quasi sempre dietro l’asta del microfono e lasciando alle altre due il compito di animare lo show. In generale però, da quel punto di vista non c’è stato molto da segnalare: a parte qualche semplice passo e qualche mossa esplicitamente erotica (specie nella sensuale “Triangle Walks”) la forza dello spettacolo è soprattutto nell’insieme: le luci, la divisione simmetrica tra chi suona e chi canta, l’effetto kitsch e ridondante dei costumi, la fusione perfetta tra tastiere e percussioni.

Da questo punto di vista, il livello è alto, grazie anche ad una resa sonora perfettamente adeguata. “Plunge” e la sua disamina sull’universo femminile e le problematiche di genere occupa ovviamente la porzione più abbondante della scaletta (verrà infatti suonato per intero, ad eccezione della strumentale title track). Funziona tutto benissimo, dai singoli “Wanna Sip” e “To The Moon and Back”, ad episodi come “IDK About You” e “This Country”, dove il ritmo si alza e anche sul palco ci si agita di più. Molto suggestiva anche “Red Trails”, dove compare una fisarmonica a suonare la parte che su disco era affidata al violoncello.
Non c’è molto dal primo album: questo è un concerto costruito appositamente sulle visioni fredde e alienate di “Plunge”, lo si capisce bene. Non può però mancare “When I Grow Up”, animata da uno scuro beat dal sapore vagamente africano. Stessa cosa per “I’m Not Done” e “Concrete Walls”; lente, pesanti, caratterizzate da vocal su tonalità bassissime, quasi maschili.
E poi, ovviamente, una drammatica versione di “Keep the Streets Empty For Me”, col palco illuminato (si fa per dire) da luci verdi, un pezzo recentemente tornato all’attenzione dei più per essere stato inserito nella colonna sonora della serie tedesca “Dark”.

Il pezzo in questione costituisce anche la chiusura più adatta del Main Set, coi bis che seguono a ruota, senza troppi fronzoli: “If I Had a Heart” viene eseguita con Karin, Helena e Maryam che imbracciano ognuna una chitarra acustica, anche se in realtà il grosso dell’accompagnamento lo fa il lugubre tappeto delle tastiere.
A concludere il tutto, come da copione, ci pensa il messaggio d’amore di “Mama’s Hand”, a cui era affidata anche la chiusura di “Plunge”. Luci arcobaleno illuminano a festa lo stage mentre la melodia principale viene ripetuta ad oltranza, col pubblico che batte le mani e le musiciste se ne vanno salutando. Un finale vagamente positivo e in qualche modo liberatorio, all’interno di uno spettacolo che è stato per certi versi difficile da seguire.
Ci sono ancora diverse cose da aggiustare, in primo luogo la parte visiva della performance ma si può senza dubbio dire che questo tour di Fever Ray stia mantenendo le aspettative. Di sicuro siamo di fronte ad un’artista di livello superiore, che parla un linguaggio non facile, che probabilmente non è adatta a tutti (certe immagini da lei veicolate sono effettivamente molto forti) ma che è in grado di comunicare con intensità la propria visione dell’arte.

Tami T.
Tami T.
Tami T.