The Pains of Being Pure at Heart @ Magnolia, Segrate (Mi) – 5 marzo 2018

Postato il Aggiornato il

Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Alessandro Pedale

Non è sbagliato definire i The Pains of Being Pure at Heart come un progetto personale di Kip Berman anche se poi, nei fatti, sul palco si comportano come una vera e propria band. Nei diversi cambi di line up che ci sono stati nel corso degli anni (il più consistente nella fase centrale della loro carriera, col lungo gap tra “Belong” e “Days of Abandon”) al centro dell’act newyorchese c’è sempre stata la figura del cantante e chitarrista, unico autore di musica e testi, portatore di quella lucida visione del Pop che ne ha fatto uno dei gruppi seminali di questa scena musicale.
In effetti se guardiamo al recente “The Echo of Pleasure”, capitolo quattro della loro discografia, le conclusioni che possiamo tirare sono bene o male quelle: c’è stata una decisa virata di sound ma si tratta di un mutamento solo apparente. Dietro alla maggior presenza di Synth, Beat elettronici e ritmi ballabili, si cela lo stesso identico stile di scrittura che ce li ha fatti amare sin dal primo disco. Sono sempre i soliti, efficacissimi inni Pop, con la differenza che adesso ci sono le tastiere e si respira un feeling molto più Eighties, con la scomparsa delle chitarre sporche che facevano molto Jesus and Mary Chain.


È accaduto come sempre accade in questi casi: pubblico spaccato tra chi dice “Erano meglio prima!” (discorso che, per onestà intellettuale, bisogna dire iniziato già dal precedente “Days of Abandon”) e quelli che: “Sono grandissimi, non hanno mai sbagliato un disco!”.
Il sottoscritto propende per la seconda ipotesi, anche se negare il valore oggettivo e superiore dei primi due lavori (soprattutto “Belong”, anche se l’esordio è ormai un punto di riferimento per l’intera scena Indie Pop) sarebbe un atto di presunzione intellettuale.
Probabilmente ci credo più di loro, al valore delle loro ultime cose, dato che la setlist che stanno portando in giro durante questo tour europeo (che poi è quasi la stessa proposta in Giappone qualche tempo prima) risulta fortemente sbilanciata sulla prima fase di carriera e quindi molto più sbilanciata sulle chitarre di quanto non siano ora nella loro attuale incarnazione in studio.

Meglio però andare con ordine. Quando arrivo al Magnolia il quadro è desolante: lo show si svolgerà sull’ormai tristemente famoso palco piccolo e in sala non ci sono più di cinque persone. La situazione migliorerà nel giro di qualche minuto ma non abbastanza da permettere a Vikowski di esibirsi in una cornice degna di lui. Vincenzo Coppeta ha pubblicato lo scorso anno il suo esordio “Beyond Skyline”, del quale mi ero occupato su queste colonne e che gli sta dando non poche soddisfazioni (a breve partirà per un breve tour europeo). A differenza di quando lo vidi l’ultima volta, sul palco sono in due: Vincenzo canta e suona le tastiere mentre Lorenzo Pisanello si occupa dei Synth, delle basi e delle seconde voci. Una scelta che garantisce al sound un maggiore spessore e ne aumenta il feeling live.
La mezz’ora di set che ha a disposizione dimostra ancora una volta le buone qualità del suo repertorio: canzoni malinconiche e crepuscolari, che si muovono nel costante bilanciamento tra la ballad piano e voce ed inserti elettronici; un contesto comunque sempre di minimalismo, che a tratti potrebbe ricordare le primissime cose dei The National.

Viene proposto anche un pezzo nuovo e se dobbiamo prenderlo come indicazione della strada che verrà intrapresa, direi che possiamo essere ottimisti. Peccato solo che sia stato costretto ad esibirsi davanti a così poca gente perché le sue canzoni meritano senza dubbio molto di più.
Tempo una ventina di minuti ed ecco Kip e i suoi compagni di avventura presentarsi sul palco. Nel frattempo il posto si è riempito in maniera soddisfacente e data l’angustia del luogo la modalità “pienone” è garantita in pieno. Loro sono in cinque e pare incredibile che riescano a starci tutti su uno stage così minuscolo. Eppure, sin dalle prime note di “My Only”, il brano indubbiamente più telefonato con cui iniziare, si capisce che non hanno intenzione di risparmiarsi e che daranno vita ad una serata memorabile.
Berman è una furia, salta di qua e di là, si piega sul suo strumento e ondeggia ripetutamente la testa talmente vicino al microfono che pare impossibile che non l’abbia mai centrato in pieno con una craniata. Sicuramente è uno che si diverte e fa di tutto per dimostrarlo, come del resto il sudore che gli gronda in volto dopo appena un paio di pezzi fa ampiamente capire.

Gli altri sono più compassati ma fanno alla grande il loro dovere: il grosso dell’impatto è dato dall’intreccio tra le chitarre di Berman e di Christoph Hochheim, quest’ultimo molto più concentrato sui fraseggi solisti. Jacob Sloan al basso è un motore inarrestabile e tiene su magnificamente quei passaggi in cui le chitarre si fermano ed è la sezione ritmica ad incalzare. Del resto Anton Hochheim è un batterista egregio, il suo lavoro è semplice e costante, il tiro pazzesco che hanno gran parte dei pezzi in scaletta è per molti versi opera sua. La più penalizzata, a conti fatti, risulta Jess Rojas: all’interno di una resa sonora tutto sommato discreta, se consideriamo le circostanze, le sue tastiere, indispensabili per dare quel tocco in più di profondità, si sentono davvero troppo poco e la stessa cosa avviene per le parti vocali.
Nel complesso, comunque, è un gran concerto: la band non si risparmia e snocciola il meglio del suo repertorio suonando a duemila all’ora, apparendo potente ma anche molto precisa (le uniche sbavature, a conti fatti, saranno ad opera di Kip, non sempre precisissimo dietro al microfono).

Dalla loro, poi, hanno un repertorio strepitoso: le varie “Come Saturday”, “Heart in Your Heartbreak”, “HigherThan The Stars”, “Young AdultFriction”, “The Body”, sono canzoni di livello superlativo ed è assolutamente irresistibile vederle eseguite così, con questo entusiasmo e questa foga. Il resto della scaletta è all’altezza, anche quando si viaggia su territori più recenti: singoli come “Eurydice” e “Until The Sun Explodes” infiammano ugualmente la platea e anche i brani nuovi fanno il loro dovere. Bellissima in particolare “When I Dance With You”, con il suo ammiccante giro di Synth, tanto che dispiace che il gruppo abbia scelto di puntare così poco sull’ultimo disco (solo tre in tutto, con la splendida “Falling Apart So Slow” purtroppo abbandonata lungo la via).
Dura un’ora o poco più ma è giusto così: un pezzo bello dopo l’altro, tutti di fila, quasi senza rifiatare. In men che non si dica giunge il tempo di “The Pains of Being Pure At Heart”, che col suo “We Will Never Die” ci ricorda una verità banale ma sempre di moda: che sia possibile o meno, chi ama la musica ricerca in essa sempre un po’ di quell’immortalità a cui chiunque di noi aspira. E quando ci si trova ad ascoltare un concerto come quello di questa sera, l’illusione che le canzoni possano davvero salvare la vita diviene più forte che mai.

I bis vedono Berman uscire da solo per una sua personale versione di “Suzanne”: ogni paragone con l’originale risulterebbe ovviamente superfluo ma è stata comunque un’esecuzione onesta e sentita. Poi spazio ancora alla band per gli ultimi due classici che ancora mancavano all’appello: “This Love is Fucking Right” (il brano che per primo li ha fatti conoscere) e “Belong”.
Il cantante lo aveva detto poco prima: “Abbiamo quasi finito ma poi ci vediamo qui fuori; non abbiamo molta strada da fare per recarci alla prossima città (che per inciso era Bologna) per cui avremo tempo per stare un po’ insieme!”. Detto fatto: pochi secondi dopo la fine dell’ultima nota dell’ultimo brano, è già lì al banchetto del merchandising, stanco ma entusiasta, a vendere magliette e a chiacchierare con i fan. Direi che altro non serve, per descrivere un essere umano che ha capito che essere un puro di cuore potrà anche essere doloroso ma alla fine paga sempre.
Speriamo solo di poterli rivedere presto.

VIKOWSKI
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