PALETTI

Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Stefania D’Egidio

Locusta New Generation”: di nuovo non c’è molto, visto che due dei tre nomi che si sono esibiti al Serraglio sono attivi già da alcuni anni e hanno avuto modo di costruirsi un pubblico fedele. Rimane comunque interessante, questa iniziativa: c’è molta gente che sa scrivere musica e soprattutto che ha tante cose da dire, al di là di quelle che possono essere le mode del momento.

Si comincia poco dopo le 22 con Elso, ovvero il nuovo progetto del savonese Luca Cascella, già attivo con iVenus. Palco adibito come per un dj set, consolle al centro e grandi lettere luminose a scandire il monicker, che è poi il nome di suo nonno, la cui recente scomparsa ha dato il via a tutto.
“1989”, il disco di debutto, è uscito alla fine dello scorso anno e a dispetto delle sonorità EDM e della cassa dritta che imperversa, è un lavoro triste, a tratti cupo, che racconta l’ultimo anno e mezzo di Luca, pieno di difficoltà lavorative, lutti e sofferenze ma che allarga anche l’orizzonte, mettendo il dito nella piaga sulle sfasature e le idiosincrasie della società contemporanea.
Dal vivo, nonostante la presenza massiccia e totalizzante delle basi, riesce comunque a mettere in piedi un live coinvolgente e credibile; la presenza scenica e il modo con cui si immerge nelle storie che canta creano immediatamente un legame con pubblico che, seppur ancora sparuto, partecipa attentamente. Sulla scia di Cosmo per l’approccio musicale, testi che solo superficialmente possono essere assimilati all’ultima generazione degli artisti cosiddetti “Indie”, Elso è un progetto che merita e che va tenuto d’occhio con attenzione.

ELSO

Lucio Leoni è bravissimo ma non è una novità. Il cantautore romano è in giro da alcuni anni e il suo ultimo disco, “Il lupo cattivo”, uscito lo scorso anno, ha ottenuto pressoché ovunque ottime recensioni e consensi.
Dal vivo non lo avevo mai visto e devo dire che ci ha messo pochissimo a conquistarmi. Supportato da una band di tre elementi (chitarra, tastiere, batteria), con un suono scarno ma potente quando necessario, ha proposto le sue canzoni inframmezzandole in modo omogeneo a monologhi e battute scherzose con il pubblico e i suoi musicisti. Tra Jannacci e Gaber (del cui Teatro Canzone riprende in qualche modo il linguaggio oltre che la serietà dei temi) con eccessi e sperimentazioni musicali che ricordano a tratti i Marta sui Tubi, Lucio è un artista vero, con una visione e uno sguardo sul presente non banale e indubbiamente da approfondire. Le sue canzoni sono complesse, spesso e volentieri sconfinano in una riflessione sull’arte, sullo stesso scrivere canzoni (“Le interiora di Filippo”, seppure non parta da un’idea sua, è in questo senso illuminante), sull’utilizzo dell’archetipo e sulle sue implicazioni (il lupo cattivo che dà il titolo al disco è esattamente questo e la sua funzione narrativa è stata in questo caso liberamente interpretata per indicare in che modo la società si sarebbe confrontata col ruolo del male e le sue responsabilità nei confronti di esso). Allo stesso tempo, però, sono le difficoltà della vita, soprattutto all’interno dei rapporti di coppia, ad essere oggetto d’indagine nei suoi brani. Un set breve ma denso di suggestioni, spunti ed emozioni, arricchito dall’autentica simpatia umana del personaggio, che ci mette davvero pochissimo a conquistare i presenti (mai vista tanta attenzione durante un concerto, non sto esagerando).

Paletti, in quanto a serietà e valore umano non è da meno. Pur con un linguaggio più semplice, immediato e talora anche ruffiano, non ha mai rinunciato ad esplorare i meandri dell’animo umano, a portare avanti un progetto di ricerca personale, prima e ancora che artistico. “Super”, il suo terzo disco (senza contare gli ep) è ancora una volta una prova maiuscola, probabilmente la sua migliore: affiancato nuovamente dall’amico Matteo Cantaluppi, l’artista bresciano ha portato il suo Synth Pop ad un nuovo step qualitativo, riuscendo ancora una volta a scrivere brani memorabili (“Nonostante tutto”, per quanto mi riguarda, è uno dei pezzi italiani più belli del 2017) e allo stesso tempo a trattare temi importanti ed efficaci dal punto di vista narrativo come la gelosia, l’immagine costruita delle nuove generazioni o la dipendenza da Social Network.
Sul palco non lo vedevo da un po’ ma è stato un piacere ritrovarlo in forma come l’avevo lasciato. L’inizio non è semplicissimo, però: il pubblico non è numeroso (altri eventi in concomitanza a Milano e la cronica riluttanza tutta italiana a muovere il culo non sono attenuanti sufficienti, purtroppo) e ci mette un po’ a scaldarsi. Pietro e i suoi compagni d’avventura non sembrano comunque prendersela troppo, partono in quarta con un lotto di canzoni dell’ultimo disco: “La notte è giovane”, “Lui, lei, l’altro”, “Chat ti amo”, “Capelli blu” hanno un tiro irresistibile e piano piano l’atmosfera si scalda.

D’altronde la band che ha a disposizione è di tutto rispetto: Simone Piccinelli fa un egregio lavoro al basso, Antonio Pastore è responsabile di tutto il lavoro di Synth e tastiere, componente fondamentale del sound dell’artista, mentre Jaka James è un batterista fenomenale, che dà ai pezzi una potenza quasi doppia rispetto alle versioni in studio. Si diverte un sacco, picchia come un fabbro, tanto che a metà concerto si ritrova col rullante rotto: seguono istanti di paura ma per fortuna l’inconveniente viene risolto in fretta.

PALETTI

Il set è breve (poco meno di un’ora) e sono i brani di “Super” a prendersi la grande maggioranza del tempo: arrivano anche “Più su”, “Nonostante tutto”, “Accidenti a te” e “A che serve l’amore”, che è l’ultimo pezzo suonato prima dei bis.
Interessante il momento di “Eneide”, brano  scritto per il figlio, che Pietro ha chiamato appunto Enea: lo suona da solo con la chitarra acustica, in fondo al locale, in una postazione improvvisata di fianco al mixer. La band lo attende sul palco e si lancia poi nella coda strumentale, con lui che li raggiunge e imbraccia l’elettrica. Non una grandissima prova vocale, la sua (c’è qualche problemino d’intonazione, più evidente nei brani più lenti e meno sostenuti dalla base ritmica) ma la sincerità sopperisce laddove manca la tecnica.
Poca roba vecchia, purtroppo ma i classici “Cambiamento” e “Senza volersi bene”, ormai assunti ad autentici manifesti della sua poetica, sono sempre un regalo gradito.

Ormai l’atmosfera si è scaldata, il pubblico si è sciolto, così si può evitare quella che lui definisce la “finzione” dell’uscita dal palco e relativo ingresso per i bis. Rimangono tutti ai loro posti e si lanciano in due divertenti e scatenate riletture di “Rock the Casbah” e “Maniac”, cantate rispettivamente da Simone e Antonio.
Siamo alla fine, purtroppo, c’è tempo solo per una tiratissima versione di “Avere te”. Il pubblico rumoreggia, chiede a gran voce “Barabba” (quasi una riedizione della ben più celebre scena evangelica) ma lui fa lo gnorri, sorride e se ne va.
È stato un gran concerto ma decisamente troppo breve, soprattutto perché il pubblico, entrato in partita con qualche canzone di ritardo, avrebbe avuto senza dubbio bisogno di qualche brano in più. Rimane il fatto che abbiamo assistito all’esibizione di tre artisti di primissimo livello, che testimoniano come questo, checché ne dica gran parte della critica, sia un momento straordinariamente fecondo per la musica del nostro paese. Peccato solo per la risposta del pubblico: vedere il Serraglio così scarsamente popolato ha fatto proprio male al cuore.

ANTONIO PASTORE (PALETTI)
PALETTI
SIMONE PICCINELLI (PALETTI)
JAKA JAMES (PALETTI)
PALETTI
LUCIO LEONI
(LUCIO LEONI)
(LUCIO LEONI)
(LUCIO LEONI)
ELSO
ELSO
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