Intervista di Luca Franceschini

Sono passati due anni da “Camper” e di cose ne sono successe parecchie, in casa Bonetti. Sconvolgimenti soprattutto personali, dall’interruzione di un’esperienza lavorativa che durava da molto, ad una rottura amorosa, al trasferimento da Torino a Milano. Avvenimenti che lo hanno scombussolato, buttandolo al centro di un conflitto aperto con la vita e con la propria dimensione interiore. Sono stati mesi duri, di incertezze e domande, ma alla fine questa ferita sanguinante ha prodotto un disco bellissimo. “Dopo la guerra”, il secondo lavoro del cantautore piemontese è il classico lavoro della maturità. Semplice e scarno come è sempre stata la sua scrittura, ma profondo e autentico come solo chi sta guardando la vita dritta in faccia può riuscire ad essere.
Se sarà anche il disco della consacrazione, lo scopriremo solo vivendo, come dice quella canzone famosa. Nel frattempo, quando ci incontriamo per un aperitivo in un locale milanese, Maurizio sembra particolarmente in forma: è da poco tornato da Londra, dove ha visto suonare Bon Iver, ed è comprensibilmente su di giri per l’imminente uscita del disco. Pare che tutto sia pronto per un nuovo inizio, insomma.

Il disco mi è piaciuto davvero tanto. Si capisce che è un lavoro che parte da un cambiamento: il titolo, le foto promozionali che ti ritraggono vestito da soldato, sono già segni eloquenti. Ma poi, al di là dei testi, che mi sono arrivati solo in un secondo momento, è proprio il mood ad essere cambiato notevolmente. Il primo era molto più ironico, questo contiene ben altre atmosfere… sei d’accordo?
Sì e no. Il mio modo di scrivere canzoni non è cambiato. La differenza sostanziale è forse che “Camper” era una raccolta di canzoni: mi era piaciuto fare un disco così come funzionava negli anni ’70, come collezione di pezzi brevi e cose così, forse te l’avevo già detto durante la precedente intervista… in questo invece funziona molto di più il discorso narrativo. Nelle mie intenzioni, è la fotografia di quei venti mesi della mia vita dove sono successe molte cose. Per la prima volta mi è capitato di scrivere molto velocemente, almeno a livello di bozze, perché poi c’è stata una fase maniacale di riscrittura. In generale però ho fatto tutto in un lasso di tempo circoscritto e direi che questo ha influito molto perché ha dato alle canzoni un taglio molto omogeneo, per cui poi è stato più facile lavorarci. È questo forse, il motivo per cui suona così diverso dal primo. Non lo vedo solo come una raccolta di canzoni, tant’è che se fosse per me sarebbero tutti singoli! Personalmente, su otto pezzi ne avrei trovati almeno cinque che sarebbero andati bene, anche se poi ovviamente uno fa diversi calcoli di opportunità: “Correre forte” funziona meglio, per tanti motivi.

A livello di influenze, mi sono venuti in mente subito il De Gregori del secondo disco e i Diaframma con Fiumani alla voce, in particolare quelli della prima metà degli anni ’90…
Che sono anche quelli che amo di più, tra l’altro. Guarda, è curioso perché per la prima volta nella mia vita non mi sono ispirato direttamente a loro! In quest’ultimo periodo ho davvero ascoltato tante cose diverse. Eppure, sono talmente dentro di me, li ho fatti talmente miei (si potrebbe davvero dire che ho iniziato a scrivere canzoni perché ho scoperto De Gregori e i Diaframma) che anche se non ci penso esplicitamene, escono fuori lo stesso.

Del titolo mi ha colpito questo: in un periodo in cui la guerra è fin troppo presente nelle nostre vite, purtroppo anche con una spettacolarità mediatica davvero fastidiosa, scegliere di mettere in un disco un riferimento così preciso, con tanto di foto tue come se fossi al fronte, potrebbe forse risultare fuorviante e magari un po’ provocatorio. Poi però uno ascolta il disco, presta attenzione ai testi e si rende conto che la guerra, per come la intendi tu, è in realtà una dimensione esistenziale…
E’ esattamente quello che avevo in mente, in effetti. Ho sempre fatto molta fatica a trovare i titoli delle canzoni, dei dischi. Questo però è venuto fuori subito, di getto, è un titolo che ho avuto ben presente sin da quando scrivevo i brani. Anche perché le parole relative a questo concetto uscivano fuori spesso, nei testi che stavo buttando giù, c’erano come dei riferimenti continui che mi portavano lì. In più, quando ero immerso in tutto quel casino personale, non so per quale motivo, mi sono riletto tutto Fenoglio, “L’Agnese va a morire”, “La paura” di Chevallier… insomma, tutta una serie di romanzi ambientati in periodo di guerra. È sicuramente una roba che ho assorbito ed è venuta fuori nei testi. Poi è chiaro, mi sono posto il problema che potesse risultare offensivo, dato il periodo che stiamo vivendo; spero però che la gente si accorga che non è così, è evidente che la guerra qui è una metafora di un qualcosa che nel giro di pochissimo tempo distrugge delle certezze che si erano conquistate nel corso degli anni, come il lavoro e la vita di coppia. Inoltre, è una precisazione che mi sento di fare, vorrei intendere il “Dopo la guerra”, in maniera differente da “Dopoguerra”: sono ovviamente due concetti simili ma hanno sfumature di significato diverse. Il dopoguerra rappresenta la fase di ricostruzione dopo un conflitto. Io invece ho voluto cantare il “dopo la guerra” per come poi è inserito nell’ultimo verso de “Il futuro”: quella fase in cui ci si risveglia, ci si guarda intorno e si percepisce il silenzio. Dopo tutto quello che mi è successo, c’è stato un momento in cui, pur sbigottito, mi sono dovuto riprendere. Quindi non è proprio la fase della ricostruzione, che è quella che, incrociando le dita, forse sto vivendo adesso. È più la fase di una presa di coscienza, una consapevolezza che sono successe cose importanti che hanno cambiato la mia vita, non ho voglia di piangermi addosso, di farne dei drammi, di fermarmi a leccare le ferite. Ho semplicemente la consapevolezza che tutte queste esperienze mi abbiano portato ad una crescita personale e anche che, credo a 33 anni di poterlo dire, certe certezze non sono propriamente delle certezze; ragion per cui non occorre fare dei drammi quando vengono meno perché se ne possono poi sempre avere delle nuove, non per forza meno credibili o meno forti.

Visto che si parla di certezze, la mia canzone preferita è “Cosa tiene su i muri”… aspetta, non si chiama veramente così, mi pare…
No, è “Cosa mettono nei muri”…

Ecco appunto, ci fosse una volta che mi ricordo i titoli!
Vai tranquillo, io ho in mente dieci titoli in tutto e sono quelli delle mie canzoni (Risate NDA)!

MI confondevo perché c’è questo verso dove dici: “Io non lo so che cosa tiene su le cose”, che mi ha colpito veramente tantissimo. Voglio dire, la domanda su che cosa fa stare in piedi le cose, su che cosa permette di rimanere in piedi quando tutto crolla, è un po’ la domanda della vita, mi pare…
Beh la risposta ovviamente non la so (Ride NDA)! Però ci tengo a precisare una cosa: in queste canzoni io parto da ciò che mi è successo ma poi tendo a fare anche discorsi generali, non sono le pagine di un diario privato. Detto ciò, questo pezzo parla più di altri della fine della mia storia precedente ma, in maniera meno poetica, avrebbe potuto riguardare anche la conclusione del lungo rapporto col mio datore di lavoro, che comunque ha avuto delle conseguenze notevoli nella vita reale! È un pezzo che parla di quando qualcosa finisce ed è legato a quel che dicevo prima: è inutile uccidersi di drammi, perché una risposta non c’è. Che cosa mettono nei muri? I muri a volte crollano e a volte si ricostruiscono; forse la metafora stessa del muro sta a rappresentare qualcosa che per definizione non è eterno, nel bene o nel male.

Hai girato un video per “Correre forte” che mi è sembrato molto efficace. È strano, perché fai un disco così personale e poi il video del primo singolo lo giri in Giappone. Può sembrare una contraddizione, no? Eppure prima parlavi di questa generalità nell’affrontare certe situazioni e allora mi sono detto che forse il punto sta proprio qui, che quello che vivi tu può essere di tutti…
Prima di tutto i due ragazzi che hanno fatto il video sono due cari amici e hanno fatto davvero un bel lavoro…

Non sono andati in Giappone apposta, immagino…
Ovviamente no, altrimenti sai quanto mi sarebbe venuto a costare (Risate NDA)? Avrebbero già dovuto andarci e mi hanno proposto di fare questa cosa. È legato a quello che si diceva prima: ci sono io in un ambiente domestico che faccio cose più o meno legate al quotidiano e indosso questi occhiali per la realtà aumentata dove vedo cose che sì, posso anche aver vissuto in prima persona ma che è la stessa situazione in cui si potrebbero trovare anche due individui dall’altra parte del mondo. Quindi l’universalità c’entra perché nel mondo tutti ci lasciamo, tutti perdiamo il lavoro, tutti perdiamo una persona cara, tutti dobbiamo improvvisamente cambiare prospettiva e abbandonare cose per cui abbiamo lavorato per anni. E tutto riporta a quella sensazione del “dopo la guerra”: quella sensazione per cui alla fine rimaniamo con noi stessi, a capire quello che ci circonda, quello che ci sta succedendo…

E correre forte può aiutare, in questo senso?
Mi verrebbe da dire di sì. Non significa per forza scappare dalle situazioni o mettere in pratica il vecchio proverbio: “Morto un papa se ne fa un altro”. Significa semplicemente dedicare il giusto spazio alle cose. Si può stare molto male per un certo tempo però la vita alla fine è una cosa nostra, unica, si troverà sempre la forza per ripartire. Correre forte quindi significa semplicemente non fermarsi; dove poi porterà quella corsa non lo so ma credo, in senso generale, che possa essere sia un tentativo di ricominciare dopo una situazione negativa ma anche lo stare di fronte a quella situazione per analizzarla, per capire che cosa sia andato male… è un dialogo con noi stessi, insomma.

Anche “Eleonora” è un bellissimo pezzo. Ad un certo punto parli delle “mani appiccicose come di frutta bagnata” e dici: “Quella è la vita”. Io sono d’accordo con questa immagine: la vita, in fin dei conti, è così; è azione, è sporcarsi le mani…
In effetti è proprio quello che volevo dire. Tant’è che il nome Eleonora è un banalissimo escamotage. Il soggetto a cui mi rivolgo da subito è la vita, la vita di quel periodo in cui ho scritto i pezzi. È la canzone più vecchia, tra l’altro, non era ancora successo tutto il casino però alcune situazioni si stavano già complicando. All’epoca facevo ancora il pendolare, un giorno ero in macchina e la melodia della canzone mi è venuta fuori di getto, una cosa che mi capita raramente. Ero fermo al semaforo e avevo già tutto strutturato in mente però chiamarla “vita” mi sembrava banale, ridicolo, manco fossi Venditti (Ride NDA)! A parte che poi l’ha fatta anche Jovanotti per cui meno male che non l’ho intitolata così altrimenti sarebbe stato davvero terribile, anche per la SIAE (Ride NDA)! Comunque, ero fermo al semaforo e mi ha attraversato la strada una ragazza del mio paese, che si chiama Eleonora. A quel punto era fatta: ci stava nella metrica e l’ho chiamata così! La parte sulla frutta bagnata è proprio la parte naturale della vita: a volte sono fin troppo perfezionista nelle cose che faccio per cui se succede un imprevisto non sono subito disposto ad accoglierlo bene. Però poi ti rendi conto che se hai le mani appiccicaticce, significa che sei passato dall’imprevisto, ti sei sporcato con l’imprevisto. Il fatto stesso che una situazione del genere sia venuta da te significa che la vita sta andando avanti.

Parliamo della title track. È un bel pezzo, mi è piaciuta ma ha un non so che di interlocutorio. Voglio dire, l’hai messa al centro della scaletta quindi si capisce che riveste un ruolo particolare eppure suona un po’ come un interludio, non proprio come un brano centrale. Sarà che l’hai fatta totalmente acustica…
Attenzione però che non è proprio la title track: il brano si chiama “È guerra”…

Ecco appunto! Io e i titoli… (Risate NDA)
Sì beh, è una questione tecnica, di fatto è come se fosse la title track. L’ho messa volutamente alla fine della prima parte del disco, era giusto metterla lì, anche per una questione di bilanciamento di tracklist, nel senso che avrei anche potuto metterla all’inizio ma c’era già un’introduzione strumentale che aveva più o meno lo stesso mood. È una canzone volutamente scarna nell’arrangiamento. Ci abbiamo ragionato molto con Fabio Grande perché nei provini che avevo registrato a casa era un bombardamento di distorsioni e un tripudio di batterie (ovviamente fatte con la Drum Machine, quindi ti lascio immaginare!) probabilmente perché in maniera inconscia mi ero fatto condizionare dal tema della guerra. Pensa che avevo pure collegato la pedaliera della chitarra per darle un suono ancora più distorto, era davvero un’esplosione di suoni! Poi però, ragionando con Fabio, lui mi ha fatto notare che il testo era già fin troppo esplicito e che da solo bastava a rendere il mood della canzone. Di conseguenza, abbiamo deciso di lasciarla scarna, con questa chitarra al limite dell’accordatura che però riusciva a dare veramente l’intenzione giusta. Poi è vero che tornandoci sopra, pensandoci meglio, uno riesce a mettere a fuoco meglio le cose. Diciamo che sta proprio nella posizione giusta all’interno del disco: dopo di lei c’è “Gerani” e da lì parte tutto il discorso delle canzoni legate al dopo la guerra. Quindi, probabilmente questo pezzo rappresenta un po’ l’apice della situazione e nello stesso tempo una pausa. Come se fosse una collina, no? Abbiamo fatto la salita, siamo arrivati in cima, fermiamoci un attimo su questa scena, mettiamola a fuoco e poi cambia tutto. Ecco, se fosse un vecchio disco, “È la guerra” sarebbe la classica ultima canzone del lato A…

Esattamente, si capisce benissimo! Il vero e proprio apice del disco però a mio parere è “Dobbiamo tirar fuori qualcosa”, che è veramente un pezzone, ti faccio i miei complimenti!
Ti ringrazio, mi fa piacere! Volevamo farlo come primo singolo ma poi abbiamo pensato che “Correre forte” si prestasse di più…

Avete fatto bene, perché questo secondo me va goduto all’interno del disco, in tutto il contesto, avendo già ascoltato le canzoni precedenti. Quello che mi ha colpito di più, a parte il testo che è davvero bellissimo, è quel tema di Synth così semplice eppure così presente, così ossessivo,quasi. E poi la tua voce: sgraziata, al limite dell’intonazione. Perfetta per comunicare quello che è il messaggio del brano…
Ho avuto diverse fortune in questo disco ma indubbiamente la più grossa è stata quella di aver trovato un produttore come Fabio Grande. Sarebbe persino fuori luogo elencare tutta la bravura, la professionalità, il talento e la preparazione che ha. Oltre a questo, è entrato benissimo nei pezzi anche a livello emotivo, dandomi i consigli giusti, dando ad ognuno il taglio giusto; di conseguenza, molte delle cose belle che mi stai dicendo sono merito suo. Sono cose che mi fa piacere sentirti dire perché nonostante i miglioramenti tecnici che ci sono stati sotto la direzione di Fabio, non avverto questa grande differenza tra le versioni definitive e quelle dei provini. È bello quindi accorgersi di certi particolari: tu ad esempio mi fai notare di questa voce al limite dello sgraziato ed è vero! Ma non ci siamo posti il problema perché era giusto farlo così. E attenzione che non era un “buona la prima!” eh! Le avrò cantate tutte almeno una decina di volte, se non di più! Non è stato facile neppure ottenere questo risultato. Comunque è bello sentire queste cose da te perché sono stato dentro questi pezzi per così tanto tempo che è inevitabile perdere un po’ di oggettività, è bello quando chi le ascolta, non avendo seguito tutti i processi, ti fa notare certi particolari…

E poi è bellissima questo quadro di Bologna di sera…
Quello è realmente accaduto, in effetti…

Lo so, lo so! Anche perché citi un concerto a cui avrei dovuto esserci anch’io (i Teenage Fanclub NDA) ma alla fine non ce l’ho fatta…
Ti sei perso davvero un gran concerto!

Non me lo dire, guarda! Tra l’altro è un testo bello anche per queste citazioni: parli dei Teenage Fanclub, che sono una band che ha un approccio bello e vero alla musica che fanno, poi tra le righe citi “Panic” degli Smiths, con quel verso sulle canzoni che parlano della vita…
Sì, anche gli Smiths sono una band che ho fatto mia nel corso degli anni, è normale che siano finiti dentro. Ma aggiungerei anche i versi iniziali, quando dico che ho pulito la casa, che poi non era già più mia, me ne stavo andando. La prima cosa che ho pensato di portar via sono stati i miei dischi: per quanto mi riguarda, casa è dove ci sono i tuoi dischi! La musica per me è davvero importante quindi è giusto quello che hai detto. Non riuscirei mai ad immaginare la mia vita senza la musica, la prima canzone l’ho scritta a sette anni, quando neppure ascoltavo nulla! Quindi questa è una canzone a cui sono particolarmente legato, una canzone in cui mi sono particolarmente messo a nudo. È dunque normale che siano uscite fuori certe immagini: è stato un processo inconscio, immagino.

Parliamo di “Gerani”, adesso: mi pare possa essere considerata come l’ideale ponte col disco precedente. Ha un mood in un certo senso divertente, anche dal punto di vista musicale, con questo blues elettrico, un po’ strascicato… ma anche il testo, questa atmosfera un po’ allucinata, onirica quasi. In più, se citi Flannery O’ Connor in una canzone, per me avrai sempre ragione…
Beh, quello è un racconto che amo molto, mi fa piacere che tu abbia beccato il riferimento (ride NDA)! In effetti è una canzone particolare, non ha una struttura definita, non c’è né un ponte né un ritornello ed è giusto quello che dici, che potrebbe fare da collegamento col disco precedente. Tra l’altro è anche la seconda che ho scritto, subito dopo “Eleonora”: diciamo che sono le due canzoni che fotografano il “pre guerra”, anche se ripensandoci c’era già qualcosa nell’aria.

La situazione di cui parli è successa davvero?
E’ andata esattamente come la racconto, sì: ero uscito per fare la spesa ed ho incontrato questa amica che non vedevo da tempo. Siamo andati a prenderci un caffè e lei si è sfogata raccontandomi i suoi problemi. Io ero in un periodo in cui già non ne potevo più del mio lavoro, diversi amici erano andati all’estero, io ero lì che mi chiedevo: “Lo dovrò fare anch’io o no, prima o poi?”. Quindi lei, sfogandosi, è andata a toccare dei problemi a cui io ero parecchio sensibile in quel periodo. La canzone si conclude infatti con quel verso che dice: “Esco fuori che ho bisogno di sentirmi vivo” ed era esattamente quello che provavo. Ero uscito per distrarmi, trovo una che mi parla di cose che già stavo rimuginando nella testa… insomma, non era proprio una bella situazione!

Come un sentirsi in trappola, no? Da questo punto di vista, il titolo e la citazione di quel racconto non sono casuali, mi pare: là si parlava di un uomo che si trasferisce dalle campagne della Georgia al caos di Manhattan, obbligato dalla figlia e si sente male, non ritrova più le cose a cui era affezionato, è totalmente fuori posto, triste…
Esattamente. Andando più terra terra, il vaso di gerani se lo sposti un po’ troppo in là, cade, non sei totalmente libero, è un’evidenza: se lo sposti troppo, cade giù!

Hai fatto un disco da cantautore ma anche piuttosto corale: gli arrangiamenti sono semplici ma è tutto al posto giusto e si sente che ognuno ha dato il suo contributo… mi dici qualcosa di più di come avete lavorato?
Tutto è partito come al solito da camera mia e dai demo registrati col multi traccia. Poi Fabio Grande e Pietro Paroletti hanno iniziato a ragionare un po’ sugli arrangiamenti. In un secondo momento sono andato a Formello, dove loro hanno lo studio e sono rimasto per due settimane. Lì abbiamo lavorato e parlato del disco almeno venti ore al giorno! Siamo stati davvero tantissime ore in studio! Mi ha anche ospitato a casa sua per cui già dalla colazione si iniziava a parlare di quello! È stata un’esperienza bellissima, un’autentica esperienza umana. Sai, di produttori bravi ce ne sono tanti al mondo ma lui è stata proprio la persona giusta, anche umanamente ci siamo trovati benissimo.

Com’è nata l’idea di coinvolgerlo?
Mi era piaciuto tantissimo il disco di Mai Stato Altrove, che aveva prodotto lui. Con Simone (Castello, uno dei responsabili dell’etichetta Costello’s, che ha pubblicato il disco assieme a labellascheggia NDA) stavamo cercando chi potesse essere un possibile produttore e abbiamo fatto una rosa di nomi. Quello di Fabio piaceva molto a tutti e due per cui abbiamo provato a contattarlo. Ci ha risposto subito e quindi la cosa si è fatta, con molta semplicità. Tra l’altro mentre stavamo per chiudere l’accordo con lui è uscito pure il singolo di Colombre, sempre prodotto da Fabio e diciamo che quello è stato il segno definitivo che fosse lui il produttore giusto! Che ti posso dire ancora? Non ho mai visto una persona lavorare con così tanta passione e impegno. Non guardava l’orologio, era totalmente concentrato sui pezzi, senza nessun limite. È stato bello e col senno di poi lo risceglierei milioni di volte! È stato un lavoro tosto, però! Fabio è veramente un perfezionista: se anche gli arrangiamenti possono risultare semplici, perché questo non è certo un disco Prog, in realtà ti assicuro che ogni singolo suono, ogni singolo riff è stato ragionato, riprovato, rivisto in maniera davvero maniacale. Abbiamo ascoltato tantissima musica in studio, cercando da un lato di non scimmiottare nessuno, per quanto poi nel 2018 sia impossibile. Dall’altro lato, abbiamo cercato di mettere a fuoco quelli che volevamo maggiormente come riferimenti e quelli che invece non volevamo assolutamente! Scegliere il suono del Synth, scegliere il suono del basso, decidere la sequenza di note per un assolo… sono state tutte operazioni curate e per niente immediate. Quel solo di Synth, appena accennato, che c’è in “Cosa mettono nei muri”, avrà portato via un intero pomeriggio, tra ascolti, ragionamenti, prove…
Per non parlare poi di “Gerani”! Pensa che ne abbiamo fatta anche una seconda versione, completamente diversa e anch’essa bellissima, che però poi alla fine abbiamo deciso di non utilizzare: questo per dirti che abbiamo sperimentato tantissimo…

Che mi dici invece degli altri musicisti?
Non ce ne sono tanti, in realtà. La maggior parte delle cose le ha suonate Fabio, poi Pietro Paroletti, che è stato molto vicino a lui in diversi momenti della lavorazione; tanto merito va anche a Francesco Aprili il batterista, che ha uno stile molto riconoscile e non a caso volevamo lui, lo abbiamo chiamato apposta. Quel modo di suonare la batteria è stato determinante per fissare il mood delle canzoni in cui lui è stato coinvolto. “Correre forte”, per dire, si può suonare in diecimila modi diversi ma solo Francesco Aprili te la fa così!

Cosa farai per i live? Hai già deciso come muoverti?
Per la prima volta da quando ho iniziato avrò un Booking, che è Wero, e la cosa mi rende felice. Stiamo facendo tre date di presentazione: Torino, Milano e Roma, che sono le tre città che in passato hanno risposto meglio alla mia proposta. Poi ne abbiamo già altre programmate che verranno annunciate a breve e immagino che anche quest’estate succederà qualcosa.

Chi ci sarà sul palco con te?
Per le date di Torino e Milano la mia band saranno i Pagliaccio. Siamo molto amici e sono molto contento che abbiano accettato di unirsi a me. Sai, non ci sono solo le invidie, tra musicisti! Invece per Roma e per altre date future ci saranno dei ragazzi giovani, anche loro molto bravi…

È interessante questa cosa delle due band. Abbastanza innovativa, tra l’altro…
Eh, purtroppo non si campa di musica, c’è un po’ questo alla base di tale scelta! Se i cachet fossero più adeguati alla vita reale, uno potrebbe mollare il lavoro e farsi tutto il tour. Non essendo così, bisogna un po’ cercare di incastrare gli impegni di tutti e utilizzare due band può essere un modo utile per risolvere il problema…

Ti lascio chiedendoti un parere su questo, visto che lo hai accennato ora: quanto è importante che ci sia più affiatamento, più collaborazione tra i musicisti? Quanto cambierebbe la nostra scena musicale se tra gli artisti (ma anche tra gli addetti ai lavori) ci fosse più attenzione a sottolineare le cose positive e a passare sotto silenzio quelle negative? Sarà anche banale, ma molto spesso invidie e pettegolezzi vari si prendono più spazio di quello che meriterebbero…
Certo, potrebbe andare meglio! Ma è nell’interesse di tutti! Guarda Roma, per esempio: Ketama 126, Carl Brave, oppure progetti come Frah Quintale, che non è di Roma ma che è comunque legato a questo network…  laddove i musicisti sono amici, dove ci sono dei legami, ne beneficiano tutti. Guarda, appunto, la vicenda Bomba Dischi: da I Cani, a Calcutta, a Giorgio Poi… è evidente che uno tira l’altro ed è bello che sia così. Poi ovviamente non sono certo quello che dice: “Vogliamoci bene” a tutti i costi perché ci sono dei casi in cui semplicemente non si può! Non bisogna fare per forza gli amiconi, però è vero che quando ci sono le amicizie e i rapporti, le cose funzionano meglio. Non voglio essere eccessivamente sentimentale e sdolcinato, è proprio una questione pragmatica: a Roma, che sia esplosa Bomba Dischi ha rappresentato un guadagno per tutti. Si sono accesi i riflettori perché ci sono delle sinergie, in quell’ambito! A Milano non so come possano essere le cose ma mi pare sia diverso. Vorrà dire che il compito di Costello’s e labellascheggia sarà quello di creare una scena milanese (ride NDA)! A parte gli scherzi, mi pare doveroso menzionare loro perché stanno facendo veramente un gran lavoro, si stanno sbattendo tantissimo!