We Are Waves – Siamo ancora in fissa con gli Smiths (ma non solo) [intervista]

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Intervista di Luca Franceschini

Arrivati al terzo disco, i torinesi We Are Waves non hanno più niente da dimostrare. “Hold”, il loro nuovo lavoro, fresco di stampa e trasuda energia e freschezza in ogni singolo brano, manifestazione viva di un suono storicamente datato eppure mai andato del tutto fuori moda. Li abbiamo visti in azione qualche settimana fa a Milano, dove hanno presentato il disco nell’ormai rassicurante cornice dell’Ohibò. Un concerto bellissimo, da parte di una band che vive il palco come dimensione naturale e che ha alternato pezzi del disco nuovo con quelli del precedente “Promises”, donando a tutti un impatto e una dinamicità notevole, dando l’impressione, nonostante gli anni di assenza dai palchi, di essere già pronti per un nuovo tour.
Abbiamo raggiunto la band qualche giorno dopo per complimentarci e cercare di saperne di più sul disco.

Innanzitutto complimenti per il concerto dell’altra sera! Era la prima volta che vi vedevo dal vivo e devo dire che mi avete impressionato molto. Avete detto di dover riprendere confidenza col palco ma la verità è che vi ho trovati davvero in palla e affiatati. Che impressioni vi ha lasciato il concerto?
Grazie mille! E’ stato strano, ce ne siamo accorti solo quando eravamo sul palco; è un po’ come andare a prendersi quel caffè con l’amico con cui non parli da tempo. Hai presente quell’imbarazzo iniziale? Quella roba tipo ma cos’avremo da dirci, e se non abbiamo più argomenti? Poi però inizi a parlare e ti rendi conto che sembra ieri che non vi vedevate, e alla fine te ne vai col cuore caldo. E’ stato bello.

Mi dite due parole sui Visual che avete utilizzato? Li ho trovati molto affascinanti…
Mi fa piacere, è una cosa che ci piace molto. Ce li facciamo noi, tagliamo e montiamo materiale pescato in rete a seconda dell’effetto che vogliamo dare. Cerchiamo di realizzare qualcosa che faccia da supporto visivo alle canzoni, che ne ampli il respiro. Ci sono quasi sempre persone dentro, per noi la questione umana è fondamentale, è come se avessimo un costante bisogno di confronto; del resto abbiamo un “we are” già nel nome della band…

Parliamo del nuovo disco: mi pare una gran bella prova di maturità. Avete mantenuto ben salda la vostra direzione musicale ma migliorando il songwriting, così che, credo, abbbiate realizzato il vostro miglior lavoro…
Innanzitutto grazie. Anche noi siamo convinti che questo sia l’album migliore, ma non sarebbe mai potuto esistere senza i due precedenti. Ci hanno accompagnato nel passaggio da post-adolescenza a età adulta. Sicuramente ci hanno cambiato anche i due anni di tour di Promises, siamo entrati in contatto con pubblici sempre diversi, e la cosa ci ha arricchito tanto facendoci entrare nuovi suoni in testa.

C’è molta più elettronica, a questo giro. O comunque mi pare che il Synth sia più presente. È stata una scelta consapevole o è venuta fuori così?
E’ stata una scelta abbastanza consapevole, negli anni i synth si sono ritagliati uno spazio sempre maggiore. Se penso che in Labile erano qualcosa di molto timido, poi sono via via cresciuti. Cisa è un musicista molto prolifico, passa ore a migliorare i suoni e a scrivere roba nuova. In questo caso il grosso passaggio rispetto a Promises è stato quello di abbandonare gli effetti digitali dei software per usare delle macchine analogiche vere come l’OB-6 o l’Analog-4, che “mordono” molto di più ma che sono anche più complesse da inserire in una band, dal momento che non li puoi programmare, è tutto uno smanopolare in tempo reale!

Gli Smiths sono sempre stati un’influenza ben presente, soprattutto nel modo di cantare di Fabio. Però questa volta avete messo una citazione di “This Charming Man” all’interno di “I Can’t Change Myself”. Premetto che l’ho trovata davvero azzeccata! Mi raccontate come è venuta fuori?
E’ legata al testo, che è un po’ un racconto autobiografico sul far pace con un certo senso di alienazione. Quella strofa è un episodio realmente accaduto, il negozio di dischi esiste e si chiama Gravity Records (un luogo meraviglioso, se amate l’elettronica e passate da Torino è una tappa obbligatoria), dove quel giorno c’era questo piccolo showcase acustico di Levante. Vista dal vivo ho capito perché così facile innamorarsi di lei, persona carismatica, artista eccezionale, attuale e “giusta”, nel senso bello della parola. Mi ha fatto sentire un po’ fuori dal mondo, per la serie “ma dove voglio andare, io che sto ancora in fissa con gli Smiths!”

Il mio pezzo preferito del disco è “Maracaibo”. Tra l’altro la versione dal vivo dell’altra sera l’ho trovata devastante. Ho trovato molto curioso l’accostamento di questo immaginario con le atmosfere cupe del brano… me ne parlate?
Fa parte dell’evoluzione di cui parlavi prima. Sarebbe stato fino troppo facile assecondarlo con un titolo e un testo altrettanto scuri, non trovi? Probabilmente i WAW di Promises lo avrebbero fatto, sarebbe venuto fuori un brano mediamente chiusone e dopo due mesi ci avrebbe stufato. Non volevamo cadere nel cliché, e quindi abbiamo optato per una scelta drastica, ovvero tenere il titolo provvisorio che gli avevamo dato durante le lavorazioni e buttarla sul divertente, mischiare un po’ le carte. Se ci fai caso c’è anche un campionamento di quel “zazzà” dell’originale di Lu Colombo quando parte la seconda strofa!

“And there is only a redeeming quality in my life, to sing about a fading feeling, hoping that tomorrow it will sweep away the fears, like the memory of your head in the ocean”: sono versi che mi colpiscono molto e trovo interessante che il disco si concluda in questo modo (oltretutto credo che il brano in questione sia perfetto per chiudere). Fabio, hai voglia di parlarmene?
E’ un po’ quello che ho capito in quest’anno; in questo disco ho iniziato a pensare “cazzo, adesso so le cose che voglio fare”: questa cosa un po’ l’ho imparata: scrivere qualche nota che va dritta lì, tra le pieghe di certi sentimenti, qualcosa che consoli nella sua malinconia, che possa curare anche chi la ascolta. Alla fine la malinconia ci salverà tutti, è uno dei sentimenti più nobili che abbiamo.

Cosa vuol dire, nella realtà di oggi, vivere “come fuggitivi”?
Credo semplicemente non rassegnarsi alla mediocrità del quotidiano, a quel perverso giro che la vita mette in atto per banalizzarti. E’ facile sentirsi speciali e ribelli a vent’anni, il difficile è continuare ad esserlo passati i trenta…non lo so poi nel pratico come si può fuggire da questo, diciamo che era bello immaginarlo.

Ho visto che partirete per un tour piuttosto lungo. Che cosa vi aspettate? Ci sono differenze tra il suonare in un luogo o in un altro nel nostro paese? Avete dei posti dove siete meglio recepiti? E all’estero? È vero il luogo comune per cui c’è molta più attenzione e sensibilità nell’ascolto?
Speriamo che la gente sia presa bene ai concerti, che si crei empatia e bei momenti da vivere insieme. In Italia si, ci sono enormi differenze da un posto all’altro, e la cosa bella è che sono imprevedibili. Non va (quasi) mai come ti aspetti, e ogni destinazione è una sorpresa. Per quanto riguarda l’estero devo dire che un po’ quel luogo comune è vero…si fanno molte meno paranoie su quanto tu sia cool e quanto hype giri intorno al tuo nome, si godono la musica e stop, il resto non gli interessa. E’ molto rilassante, anche quando ti trovi ai confini con la Polonia, piove e ci sono 4 gradi e 10 persone, barista compreso.

Recentemente mi è capitato di parlare con un artista di Torino che mi raccontava di come la città stia vivendo un certo declino culturale, negli ultimi anni, con la chiusura di molte manifestazioni e rassegne in cui si poteva ascoltare musica di livello. Voi come la vedete? Esiste una scena viva dalle vostre parti?
Credo che non sia solo una questione torinese. Nel suo caso prima c’erano più soldi, soprattutto nella decade legata alla coda lunga delle Olimpiadi del 2006. Ora quei budget sono impensabili e bisogna arrangiarsi con quello che c’è, che è sempre meno. Credo non vedremo più i Daft Punk col piramidone alla Pellerina. Ma ci sono tante band e artisti di livello, roba quasi carbonara, ma si tiene botta. Anche il pubblico, quello attento, continua a spostarsi e andare ai concerti. L’altra sera a Torino per la prima volta abbiamo dovuto mandar via della gente, non ci stavamo tutti. E’ stato incredibile. 

Voi suonate un genere che è indubbiamente legato ad un determinato periodo storico eppure negli ultimi anni sembra davvero tornato in primo piano. Secondo voi perché? Potrebbe avere a che fare con la Retromania di cui ha parlato Simon Reynolds?
Credo che abbia molto a che fare con questi anni di crisi, e non solo economica. Pensa com’era la musica e lo showbiz a inizi 2000: tutto molto più sfacciato, plasticoso. Ora gli artisti, le produzioni e il pubblico stesso sono più sottotono, e lo dico con una valenza positiva. C’è un minimalismo e uno spleen di fondo anche nelle produzioni più glitterate come la trap. In questo gli anni ’80 arrivano al cuore e hanno un immaginario super attuale, perché era un periodo in cui si è osato tantissimo con pochissimi mezzi a disposizione. Oh ragazzi, questi non avevano niente. Se guardi i video o le foto dell’epoca capisci bene che erano fenomeni creati in posti brutti con pochi soldi, e hanno trovato in quella logica DIY l’estetica e la bellezza di cui avevano bisogno. E’ una lezione più che mai attuale, credo sia quello che ancora ci riverbera dentro.

Da ultimo, perdonatemi se ve lo chiedo ma non lo so e probabilmente non lo sanno neppure molti dei nostri lettori: il nome We Are Waves da dove esce?
Figurati, ne sono contento, significa che è un nome che racconta qualcosa. In realtà è nato abbastanza per caso e no, non c’entra nulla col fatto che facciamo new wave. Ci piaceva il suono e il significato. Volevamo qualcosa che fosse evocativo e che rappresentasse in maniera semplice quel continuo alternarsi tra potenza e fragilità che è la nostra musica. E poi chissà, mi è venuto in mente mentre ero al mare…mi avrà condizionato?

 

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