Intervista di Luca Franceschini, immagini sonore di Stefania D’Egidio

Alla fine le cose che ripetiamo sono sempre le stesse: nessuno compra più i dischi, sempre meno gente va a vedere i concerti (a meno che non siano dei soliti 10-15 nomi che fanno “evento”), le giovani generazioni consumano musica in maniera bulimica, distratta e poco consapevole. Eppure, in mezzo a tutto questo panorama che apparirebbe desolante ad uno sguardo superficiale, ci sono una marea di nuove band che fanno uscire lavori a getto continuo; paradossalmente, nell’aporia generica, nel mondo dei soliti noti che scalano le classifiche, esiste un universo parallelo dominato da musicisti appassionati che scrivono, pubblicano e suonano dal vivo. Non tutto, ovviamente, è di buon livello e tanti nomi, temo, spariranno presto dalla circolazione. Eppure di cose belle ne ho sentite tante, nell’ultimo periodo. Anzi, quelle due o tre persone che leggono abitualmente quello che scrivo, si saranno accorte che dall’inizio dell’anno ho dedicato diversi pezzi alle realtà emergenti del nostro paese. Anzi, probabilmente mai come in questo 2018 ho trovato in esse così tanti motivi di soddisfazione.
I Siberia vengono da Livorno e avevano già pubblicato un disco, “Nel sogno la mia patria”, che era stato ben recensito ma che si era perso nel marasma generale, lasciando poca traccia. Non ha forse neppure aiutato il fatto che la Maciste Dischi, l’etichetta per cui sono stati tra i primissimi artisti a firmare, fosse nel frattempo esplosa con Gazzelle e Canova, act indubbiamente più sintonizzati con l’andazzo commerciale del momento.
A marzo però, quasi in sordina, è uscito “Si vuole scappare” ed è stato un fulmine a ciel sereno. Un disco dalla potenza devastante, che parla il linguaggio della New Wave ma che allo stesso tempo non ha paura di suonare ammiccante, di suonare “Pop”. Avendolo praticamente imparato a memoria (non dico che è l’unica cosa che ho ascoltato nelle ultime settimane ma poco ci manca), non ho voluto perdere l’opportunità di scambiare due parole con la band, più che altro per ringraziarli per averci dato un disco così. L’occasione è la tappa milanese di un tour che è partito da poco ma che sembra già ricco di soddisfazioni. Qualche ora prima del concerto, dunque, Eugenio Sournia (voce e principale autore di musica e testi) e Cristiano Sbolci Tortoli (basso) si sono gentilmente prestati a ritardare di qualche minuto la cena già pronta, per chiacchierare col sottoscritto. Quel che è uscito è scritto qui.

Complimenti per il disco, innanzitutto! Rispetto al primo, che ho recuperato successivamente perché non avevo avuto tempo di ascoltarlo, l’ho trovato molto migliore. Non solo a livello di scrittura, anche se quello è innegabile, ma soprattutto a livello di arrangiamenti, di confezione dei brani. È un disco che suona “pieno”, ricco, ci sono tanti piccoli dettagli che rendono ogni brano un piccolo gioiello e, in generale, si capisce che siete una band, che c’è un vero e proprio lavoro d’insieme…
Eugenio: Su questo bisogna dire che una grossa mano ce l’ha data Federico Nardelli, il produttore. Il primo l’avevamo registrato qui a Milano da Ettore Gilardoni, che lavora per Real Sound. Era una produzione incentrata più sull’essere “atemporali”, nel senso che tendeva più che altro a potenziare, migliorare quelli che erano i pezzi, così come li avevamo tirati fuori. È stata fatta in meno tempo, anche perché la stessa Maciste era agli inizi, probabilmente il nostro è stato il terzo prodotto in assoluto ad essere uscito per loro. Questo nuovo invece è stato molto più pensato, Nardelli è un ragazzo molto giovane, ha 28-29 anni e sul Pop è molto ferrato. Ci ha aiutato molto a toglierci “la paura di fare Pop”, come dice spesso anche Cristiano. Sai, venendo da una città di provincia, da un ambiente come quello dell’indipendente, però inteso nel senso vecchio, nel senso di Underground, ci ha un po’ tolto quella patina di polvere che, in un mondo musicale come quello odierno, dove la soglia di attenzione è molto bassa, rischiava di condannare questo lavoro all’anonimato.
Cristiano: E comunque non è stato semplicissimo il passaggio dal vecchio al nuovo. Eravamo abbastanza spaventati all’inizio…
Eugenio: Temevamo di non poter più girare liberamente nelle strade della nostra città (ride NDA)!
Cristiano: Nel senso che tu arrivi da quel trascorso lì e poi ti ritrovi a scoprire un mondo completamente nuovo. C’è un sacco di elettronica in più, ci sono molte meno chitarre… inizialmente non è stato così semplice però poi siamo rimasti molto contenti, soddisfatti del compromesso trovato tra noi e Federico.

E’ un disco coeso ma che ha anche una grande forza nei brani. Avete fatto uscire due singoli, per ora, molto diversi tra loro: “Nuovo Pop italiano” è un brano più ammiccante mentre “Cuore di rovo”, oltre ad essere un po’ più scura ed elettronica nel sound, ha anche questo feeling un po’ baustelliano, e lo dico come un complimento, visto che adoro i Baustelle…
Eugenio: Anche noi, figurati!

Ecco mi piacerebbe sapere qualcosa di più su questa coppia di brani, anche riguardo al motivo del perché avete deciso di puntare su di loro come singoli…
Eugenio: La scelta dei singoli, alla fine, è dell’etichetta però bisogna dire che in questo caso è stata molto condivisa. Non c’è mai stato nessun dubbio che avrebbero dovuto essere questi due. Semplicemente perché “Nuovo Pop italiano” è un po’ il manifesto del disco, vuole inserirsi in questo nuovo filone dell’Indie Pop, dell’It Pop, però in un’ottica critica, diciamo, da pecore nere: vogliamo farne parte ma allo stesso tempo vogliamo denunciarne le idiosincrasie. Anche l’utilizzo più esasperato rispetto al passato di termini moderni, anche anglofoni come “playlist”, oppure le immagini più Pulp come può essere la vecchia col rosario in mano…
“Cuore di rovo” invece è una canzone più classicamente Siberia, nel senso che c’è una maggiore componente di poesia rispetto alla precedente, che invece è più radicata nell’attualità. In realtà il tema è più o meno lo stesso: la nostra generazione si rifugia spesso in malinconie fittizie, nella costruzione di un personaggio. Dalle gocce di Xanax alla canzone triste, c’è un certo mood onnipresente che toglie spazio alla sofferenza vera, dalla quale però (come dice anche “Epica del dolore”) si può trarre un grande accrescimento; al contrario, questa malinconia, questo “Tramonto per sempre” (scusa se mi cito in continuazione ma è perché mi viene in mente!) impedisce di arrivare alla fase risolutiva, catartica, del dolore, della sofferenza. Per questo anche l’urlo finale: “Svegliati!” va visto in quest’ottica: oltrepassiamo questo modo di vedere la sofferenza, la malinconia! Allora, se “Nuovo Pop italiano” affronta questo tema in maniera più ironica, sardonica, “Cuore di rovo” lo fa in maniera drammatica. Stesso argomento ma due momenti della giornata diversi, potremmo anche dire: se la prima rappresenta quel momento in cui sei in compagnia degli amici col bicchiere in mano, la seconda è la mattina dopo, quando ti svegli dopo la sbornia e ti rendi conto di un certo vuoto che deve essere superato.

E’ chiarissimo. Tra l’altro, mi viene in mente che anche il titolo “Si vuole scappare” potrebbe avere a che fare con quello che mi hai appena detto. Voglio dire: se c’è un problema che hanno le giovani generazioni è proprio quello del non riuscire mai a stare nel qui e ora del presente, di volere sempre cercare uno scenario alternativo nel quale proiettarsi o nel quale rifugiarsi…
Eugenio: Trovo che tu abbia ragione: c’è una grande difficoltà a creare legami, ci si accontenta delle connessioni, di vivere dei momenti che però rimangono lì, non vengono mai trascesi. Oppure, penso spesso al rapporto che abbiamo con la tecnologia, col mondo fittizio che c’è in internet. È una grande fuga dalla realtà, probabilmente rispetto alle generazioni precedenti non abbiamo più voglia di cambiare le cose perché abbiamo trovato una sorta di isola felice dove tutti i problemi, nostri e del mondo, possono essere ignorati.

Come sono nati questi pezzi, nello specifico?
Cristiano: Diciamo che per la maggior parte sono nati in studio con Federico. Inizialmente avevamo proposto delle canzoni in una veste diversa, più rock.
Eugenio: Era già diversa rispetto al primo disco perché era ancora più oscura. C’eravamo ispirati molto a cose come l’ultimo disco di Nick Cave, quindi ad atmosfere plumbee…
Cristiano: Poi però in studio è stato stravolto tutto, abbiamo lavorato insieme a Federico, molto entusiasti da quello che stava venendo fuori e ci siamo fatti trasportare dal flusso.

Questi riff di chitarra, queste casse dritte, che mi hanno ricordato molto certe cose di Editors o Interpol, sono quindi venuti fuori spontaneamente?
Cristiano: Esatto. Quella potenza che senti è uscita fuori così, mentre le suonavamo…
Eugenio: Ed è un qualcosa a cui è impossibile rinunciare. Quando senti le tue canzoni rivestite di un tale tiro, è davvero difficile tornare indietro…

Il mio pezzo preferito in assoluto è “Strangers in the Field of Love”, la trovo davvero trascinante…
Eugenio: Eh, quella è molto New Wave!

Probabilmente è proprio per questo che mi piace! Però volevo chiedervi qualcosa riguardo alla scelta del titolo: da dove esce fuori? Non mi pare ci sia dietro qualche rimando o citazione…
Eugenio: Ma sai che non lo so nemmeno io (risate NDA)? Era un periodo in cui dovevo andare in Inghilterra a trovare una persona che era appartenuta al mio passato… e poi considera che io sono cresciuto ascoltando musica anglosassone; solo in un secondo momento, tramite i Baustelle e i CCCP, mi sono avvicinato, verso i 17 anni, alla musica italiana. Questo per dirti che la musica anglofona è sempre stata molto presente nei nostri ascolti, soprattutto nei miei, che poi sono quello che scrive la prima bozza delle canzoni. Cosa vuol dire “Strangers in the field of Love”? È che alla fine sono contatti molto veloci, se hai presente la classica teoria del “Non luogo”… non so se sia James Graham Ballard che lo dice…

Sai che non l’ho mai letto?
Eugenio: Io lo conosco principalmente perché i Joy Division ci hanno fatto una testa così con lui! Comunque, luoghi a scorrimento veloce: gli aeroporti, i centri commerciali… siamo un po’ la stessa cosa, stranieri nel campo dell’amore, no? Contatti veloci, repentini che però, con la stessa velocità, si consumano. Poi sicuramente c’è anche un riferimento a Battiato, con questo uso della lingua straniera. Magari uno quando scrive non se ne rende conto, pensa che sia farina del suo sacco ma poi quando ci riflette si rende conto che c’è stata un’influenza…

A proposito di questo: nella seconda strofa è presente un riferimento neanche troppo implicito al Cantico di Simeone. So che hai ricevuto un’educazione cattolica per cui immagino che anche questo sia uscito in maniera inconscia…
Eugenio: “Ora lascia che il tuo servo si riposi”, giusto? Provengo da una famiglia molto tradizionalista, almeno da parte di madre perché poi mio padre è ateo, ho sempre vissuto un po’ di questo dualismo. Comunque la sera, prima di andare a letto, spesso ho recitato la compieta. E qui c’è questa frase che dice appunto: “Nunc dimitte servum tuum…”. Ce l’avevo in testa e l’ho usata, quindi. Però poi ho scritto: “Tra le braccia di una piena umanità.”. È dunque un richiamo religioso che però torna subito nella concretezza. Siamo all’interno di un modo di vedere le relazioni, le connessioni, che non lascia mai riposo, c’è sempre qualcosa di nuovo. Invece avverto proprio l’esigenza di riposarsi nelle braccia di un’altra persona, in un rapporto umano molto appagante, anche se poi risulta difficile da costruire. Voleva essere questo, il senso della citazione.

State suonando molto e mi pare che stiate ricevendo una buona risposta, a giudicare da quello che leggo… come vi state trovando sul palco, a riprodurre i brani nuovi?
Cristiano: Molto bene, direi! Siamo partiti un po’ spaventati dal fatto che avremmo dovuto suonare con le basi, con la batteria elettronica, con un sacco di aggeggi nuovi…
Eugenio: Macchine di morte (risate NDA)…
Cristiano: Poi però abbiamo preso il via e adesso ce la stiamo gestendo abbastanza bene sul palco. Ci divertiamo molto, siamo coesi e cerchiamo in tutti i modi di fare uscire il progetto, la band.
Eugenio: Non vogliamo neppure che suoni troppo uguale rispetto al disco: ci dev’essere una componente di energia maggiore che deve emergere…

Come siete rispetto alle basi? Io, lo dico sinceramente, non le ho mai amate più di tanto…
Cristiano: Veniamo tutti da un background di rock classico per cui sali sul palco, attacchi gli strumenti, suoni. Però ci siamo abituati subito a suonare con le basi, ti dirò. La nostra paura iniziale era quella di suonare freddo, di fare il karaoke. Invece il live rende perché comunque tu suoni, le basi sono solo una cornice del quadro che stai proponendo…

Fatemi capire: le basi andrebbero a sostituire le tastiere?
Cristiano:Le tastiere le abbiamo anche, però siamo solo in quattro: l’alternativa era prendere un altro o mettere le basi!
Eugenio: Avere un quinto elemento, che non fosse proprio parte del progetto e che rimanesse nelle retrovie (come fanno gli Interpol, ad esempio), ci avrebbe forse penalizzato troppo dal punto di vista scenico.
Cristiano: All’inizio ci abbiamo pensato, di prendere uno che suonasse un po’ la tastiera e un po’ la chitarra a seconda dei brani…
Eugenio: Sarebbe stato un ammattimento, però, per cui abbiamo ripiegato sulle basi. Anche perché alla fine le parti rilevanti sono suonate, ci resta comunque un sacco di margine di interpretazione…
Cristiano: Credo che il concerto non abbia perso energia, da questo punto di vista…
Eugenio: Infatti. L’altro giorno, facendo un’altra intervista, mi è venuto un paragone che secondo me è calzante: è stato come passare dall’età delle armi bianche a quella delle armi da fuoco. D’altronde, siamo in un periodo in cui ci sono artisti che si presentano sul palco da soli e fanno il karaoke. Ovviamente c’è modo e modo di usare le armi da fuoco: usarle si deve, perché se gli altri ti vanno contro col fucile non puoi certo fronteggiarli con la spada! Al tempo stesso però, c’è una maniera etica di fare la guerra…
Cristiano: Suoniamo. Su questo non ci sono dubbi!

Per finire, torniamo sul “Nuovo Pop italiano”: nella dialettica tra chi si ispira direttamente al passato e questo nuovo Indie Pop che va molto oggi e di cui anche la vostra etichetta si è fatta portavoce, mi sembra ci sia posto per tutti, no? Banalmente, mi pare che tutta questa possibilità di ascoltare musica in maniera ampia e illimitata faccia sì che, al di là del trend prevalente, l’offerta sia poi talmente varia che ognuno riesce a trovare quel che gli interessa di più…
Eugenio: Però in realtà, se vedi cosa va di moda, alla fine c’è un’identità molto precisa. Se guardi la Playlist Indie Italia di Spotify, ti accorgi che questo It Pop di cui si diceva prima, spopola totalmente, sono tutti progetti che riescono ad avere dei numeri. Ci sono due o tre artisti, Calcutta, Thegiornalisti, Cosmo, oppure penso ai nostri compagni di etichetta Gazzelle o Canova, che riescono ad emergere come individualità, però poi quello che davvero va è il genere. Chiunque riesca ad accodarsi a questo genere poi parte da un’ottima base di ascoltatori, di paganti ai concerti… noi abbiamo sempre voluto essere una terza via tra questi due poli, tra questo nuovo che avanza e le band più passatiste. Ci sono grandi influenze del passato che è inutile provare a rinnegare perché fanno parte della nostra identità musicale; dall’altra parte, ci sembrerebbe un peccato rinunciare alla possibilità di dialogare in maniera aperta con quello che sta succedendo di nuovo nella scena musicale, con questo pubblico che comunque è in grande fermento. Perché ora finalmente i ragazzi ascoltano canzoni, ascoltano musica italiana.

Ma non è sempre stato così, in fondo?
Eugenio: Dieci anni fa, quando noi eravamo adolescenti, no, assolutamente!
Cristiano: Io ho visto un bel ritorno della musica italiana. È una cosa buona per chi fa musica in Italia e si prende il rischio di farla nella propria lingua, che è sempre una via complicata. Quindi io di tutto questo Indie Pop a mio modo sono grato perché ha ridato vita a qualcosa di nostrano, di importante.

Quando, alle 23 inoltrate, i Siberia salgono sul palco sulle note di “Yamamoto”, capiamo che Eugenio e Cristiano avevano ragione. Il sound è nitido e la band è compatta e potente al punto giusto. La presenza delle basi si fa sentire ma non snatura una proposta che, come anticipato, risulta genuinamente live. I quattro spingono tantissimo, trascinati da Luca Pascual Mele alla batteria che è veramente un metronomo inarrestabile. La chitarra di Matteo d’Angelo risulta nel complesso più presente che su disco e tiene su da sola gran parte del coefficiente melodico dei pezzi. Menzione particolare per Eugenio, che non solo conferma il timbro splendido che già ben conoscevamo ma si mostra anche in possesso di una tecnica e di un controllo notevole, considerando che in diversi momenti si accompagna alla chitarra o alla tastiera.
Il nuovo album, suonato nella sua interezza, si conferma meraviglioso e soprattutto gli episodi più trascinanti provocano un bel putiferio sotto al palco; menzione speciale per “Strangers in the Field of Love”, suonata con un notevole piglio e caratterizzata da un’esplosione chitarristica che è tra le cose migliori del concerto.
I pezzi di “Nel sogno è la mia patria” sono solo tre ma vengono riarrangiati in modo da creare continuità col nuovo lavoro e soprattutto “Mare”, giocata com’è su una prima parte acustica e una seconda molto più potente, che inserisce suggestioni Wave, fa capire che quella prima prova, seppur acerba nella realizzazione, non mancava per nulla di potenzialità.
A metà set arriva anche una lettura personale de “Il mio canto libero” (“Un pezzo che avrei voluto scrivere io” ha confessato Eugenio) e il mood oscuro di cui viene ammantata mette in mostra che questi ragazzi non solo posseggono la tradizione ma non hanno paura di interpretarla a loro piacimento.
Il pubblico è contento, canta i pezzi e si muove molto, dando vita ad una bella interazione. Il tutto si chiude dopo appena un’ora scarsa, con un’intensa “Cuore di rovo”; dopodiché, scelta che non mi è mai piaciuta particolarmente ma che nel caso specifico ha indubbiamente funzionato, vengono proposte nuovamente “Nuovo Pop italiano” e “Tramonto per sempre”, che ci fanno saltare e urlare come non mai e mettono la parola fine ad un concerto che definire perfetto non pare esagerato.
I Siberia ci sono: sono grandi in studio e hanno dimostrato di saperlo essere anche dal vivo. Alla fine hanno ragione loro: è un grande momento questo, per la musica italiana.