L’orgoglio di una mela marcia: The Zen Circus live @ Alcatraz, Milano – 19 aprile 2018

Postato il Aggiornato il

Report di Giovanni Tamburino, immagini sonore di Stefania D’Egidio

Ci si sente quasi dei veterani a saper ormai indovinare quando una serata all’Alcatraz sembra promettere bene. Si vede negli occhi della gente già seduta davanti al palco in quel punto che a breve diventerà l’ombelico del mondo, aprendosi e chiudendosi a ritmo di corpi scatenati, finalmente sguinzagliati dalla foga del pogo. Del resto, va anche ammesso che non ci vuole un profeta per capire che un concerto degli Zen Circus non è posto per stare stesi a farsi le coccole, soprattutto considerando le referenze dell’ultimo loro lavoro: Il fuoco in una stanza, ennesimo successo della trionfale carriera della band pisana.

Le danze sono aperte da La notte, giovani conterranei degli ospiti principali della serata, che ci dà la riprova che Appino e soci sanno scegliersi bene le band di apertura. Malinconia e potenza si mescolano nella voce pulita di Yuri, inseguito dal resto della band tra le sue esplosioni e i suoi sussurri in pezzi come “Sotto assedio” e “Per nuovi pescatori”, tirati fuori dal nuovo album: “Volevo fare bene”. L’Alcatraz non può che dargli ragione.

LA NOTTE

Il riscaldamento termina sotto lo scroscio di applausi per i fiorentini, ma la folla pregusta già la portata principale. Non si fanno attendere più di tanto, facendo annunciare il loro ingresso dalla storica “Il cielo in una stanza” di Gino Paoli, quasi da contraltare alla loro ultima creatura. La chitarra inizia sul riff della nuovissima “Catene”, primo singolo del nuovo album, che racconta senza peli sulla lingua di come la vita e la morte si intreccino, si soffochino e si liberino di continuo e reciprocamente senza sosta. A seguire, “Canzoni contro la natura”, “La terza guerra mondiale”, “Vent’anni”: la bandiera del cinismo e della disillusione del nuovo millennio è issata con orgoglio tra la urla di un Alcatraz che non si fa aspettare quando c’è in ballo il disagio esistenziale di uno e di tutti.
“Non voglio ballare / Voglio farmi male”: basterebbe questo a riassumere e non spiegherebbe nulla comunque. Tra nuovi arrivi e pezzi che sembrano ormai già consacrati ad inni, gli Zen Circus ripercorrono una carriera di sarcastica contestazione e strafottente accettazione, di una borchia o un dito medio messi davanti a ferite aperte. Il rimpianto e la rivolta si inseguono tra “Low Cost” e “Ilenia” e arrivano, non casualmente, a “Sono umano”: l’accettazione della propria storia e di se stessi così come si è. Pezzi dal glorioso “Andate tutti affanculo”, a “Nati per subire”, fino a “Villa Inferno”, con giovani ad urlare con orgoglio festante: “Mia madre è strana / mi dà del figlio di puttana”, e ancora a citare a menadito la telefonata col “babbo natale” che fa da chiusura a “Canzone di Natale”.

Si ritorna sul palco per l’ultima manciata di pezzi e tutti si stringono immediatamente sulle note di “L’anima non conta”, ancora relativamente nuova ma si è già conquistata un posto duraturo nei cuori dei fan. Dopo “Questa non è una canzone”, i toni si abbassano e con Appino e un piano a cantare “Caro Luca”.
La conclusione però è su toni ben più vivaci e la festa si conclude con una “Viva” urlata a squarciagola, l’attacco frontale ad ogni convenzione e certezza, che tanto “vivi si muore”.
Gli Zen Circus si sono conquistati negli anni il ruolo di catalizzatore dell’insofferenza indifferente di quella frangia di gente che si è trovata a percepirsi come “scarti”, come frutti caduti troppo lontano dall’albero e che sembrano destinati a non produrre, a non generare. Quello che l’albero non si sarebbe mai aspettato era che proprio la marcescenza dei frutti si rivelasse la potenza di questi, che la trasformassero in un sinistro fascino capace di attirare lo sguardo di chi si trovasse a passargli vicino più di quanto non possa fare l’istituzionale, condannato proprio dal suo essere conforme e perfettamente adeguato ad essere cornice di una natura morta.
E uscendo dall’Alcatraz, i membri di questa strana tribù di scarti non possono che sentirsi in qualche modo partecipi di qualcosa che i grandi alberi da cui sono caduti non riusciranno che a intravedere attraverso il loro rigoglioso fogliame: la terra stessa, col suo eterno mescolarsi di nascita e distruzione affinché si possa nascere ancora.

Setlist:
– Catene
– Canzone contro la natura
– La terza guerra mondiale
– Vent’anni
– Non voglio ballare
– Il fuoco in una stanza
– Andate tutti affanculo
– Low cost
– Ilenia
– Sono umano
– Il mondo come lo vorrei
– L’egoista
– La stagione
– Pisa merda
– I qualunquisti
– La teoria delle stringhe
– Ragazzo eroe
– Figlio di puttana
– Canzone di Natale
– Nati per subire

Encore:
– L’anima non conta
– Questa non è una canzone
– Caro Luca
– Viva

 

Un pensiero riguardo “L’orgoglio di una mela marcia: The Zen Circus live @ Alcatraz, Milano – 19 aprile 2018

    Enri1968 ha detto:
    29 aprile 2018 alle 11:47

    Gli ho visti varie volte dal vivo. Suona bene l’ultimo album?
    Bel post. 😊

    http://www.sullamaca.it/tag/the-zen-circus/

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