Brunori sas @ Teatro OpenJob Metis – Canzoni e monologhi sull’incertezza – Varese, 28 aprile 2018

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Articolo e immagini sonore di Alessandro Pedale

Sabato 28 aprile al Teatro Openjob Metis di Varese si è concluso con l’ennesimo sold out il tour teatrale di Brunori SasForma e sostanza dichiarate fin dal titolo: la prima è quella del teatro-canzone; la seconda è quell’incertezza che era già uno dei temi portanti di A casa tutto bene, del 2017. Lascio la macchina nel garage davanti al teatro (solo 2 euro per tutta la serata: un sogno per chi come me è abituato ai parcheggi luxury di Milano) e vedo uscire dalle auto le persone più varie: tanti ventenni (sorpresa), fino ad arrivare ai quaranta-quarantacinquenni. Avvisto anche genitori con figli adolescenti. Diverso anche l’abbigliamento: dal casual classico da concerto ad outfit più ricercati. “A teatro si va eleganti”, immagino sia il ragionamento. Se qualcuno se lo stesse domandando, io sono vestito male (in quanto addetto ai lavori ho il diritto-dovere di vestire male).

Quando inizia lo spettacolo il cantante e i musicisti non si vedono, nascosti dietro enormi teli bianchi. Si sente solo la voce di Dario Brunori che pirandellianamente parla di “1, Nessuno e 100k Brunori” cominciando a delineare i binari sui quali scorreranno le successive due ore e passa: citazioni, riferimenti pop, aneddoti e metafore. Soprattutto già da subito si capisce che sarà una serata divertente. C’è poco da dire: Dario Brunori sa come intrattenere, e sa farlo in maniera intelligente. Mi hanno sorpreso in particolare due cose. Un’evidente abilità nel muoversi con ironia e grazia tra tematiche impegnative – angosce, ansie, rapporti: tutte cose reali, tutte cose con le quali ci si trova a fare i conti, volenti o nolenti – e una capacità di interrogarsi su tutto questo con onestà. Ecco, io penso che questa onestà di approccio sia la ragione per la quale Brunori Sas “funziona”, e le persone lo vanno a vedere. Oltre al fatto che fa ridere parecchio, come dicevo.

Per come è organizzato lo spettacolo, l’impressione che ne ho avuto è simile a quella di una cena tra amici, dove si passa dai racconti divertenti alla condivisione delle preoccupazioni, dalle serie TV alla politica, senza avvertire uno stacco o una forzatura tra una cosa e l’altra. Dal punto di vista delle canzoni, grande protagonista è A casa tutto bene, di cui vengono riarrangiati tutti i pezzi. L’effetto è generalmente più intimo, salvo in alcune occasioni dove i brani risultano più esplosivi. Si parte con Secondo me e La vita liquida, che introduce il primo monologo, sul concetto di liquidità della società e degli individui (viene citato esplicitamente Zigmunt Bauman). In questo contesto a guidare i comportamenti sono l’incertezza e la paura nelle sue varie declinazioni. Detta così sembra una noia mortale – lo so – ma in realtà è il contrario: il tono è leggero, le battute filano via una dopo l’altra e in sala ci si diverte.

Si procede con le coinvolgenti Lamezia-Milano e Canzone contro la paura, mentre il monologo successivo tratta il tema del possesso di cose e persone, portando così a Colpo di pistola e alla storia (d’amore?) che già dal titolo si capisce non finirà benissimo. Segue un momento decisamente godibile: Brunori passa in rassegna le sue paure e racconta aneddoti di vita familiare, per poi concentrarsi sulla paura degli squali, così forte da bloccarlo a riva nello stesso mezzo metro quadrato insieme a tanti altri, e da negargli la possibilità di avventurarsi a godere realmente dell’acqua là dove è più limpida.

Le canzoni successive sono Don Abbondio e L’uomo nero; qui le percussioni suonate da Massimo Palermo si fanno sentire, e il pubblico risponde a tono: chi canta, chi balla sulla sedia, chi batte le mani. Pochi i cellulari a riprendere. Dopodiché il Brunori stand up comedian si riprende la scena e partendo da Socrate, colpevole di aver dato dignità al dubbio (“è morto bevendo la cicuta: praticamente è morto bevendo una tisana. Come se uno morisse con il finocchietto”) arriva ad affermare che l’incertezza non è scindibile dalla vita, e a provocare dicendo che “l’unico modo per eliminare l’incertezza dalla vita è eliminare tutto ciò che è vita dalla vita stessa”. Anche questa parte è – ancora una volta a dispetto del tema – spassosa: il passaggio sull’elogio dei morti (“i morti sono una garanzia: dove li lasci, lì li ritrovi”), e quello sulle serie TV fanno ridere veramente di gusto.

Ricompare la band e vengono suonati Sabato bestiale e Diego e io, introdotta dalla splendida voce di Simona Marrazzo a dare intimità all’esecuzione. Dopo qualche battuta si passa a Il costume da torero – con una convinta partecipazione del pubblico – e a Come stai, che insieme alla successiva La vigilia di Natale è l’unico brano a non essere tratto da A casa tutto bene (bis esclusi). Quest’ultima viene eseguita solo pianoforte e voce, in una versione particolarmente intensa.

Il monologo finale è un invito a essere vigili, a occuparsi del futuro, più che a preoccuparsene. Di quest’ultima parte mi ha colpito quando Brunori fa notare che se una crisi dura da decenni allora forse non è una crisi, ma la nostra condizione normale, e va affrontata come tale. È un tema che ricorre spesso in un certo cantautorato (mi vengono in mente gli Zen Circus, per esempio, che ne parlano in termini molto simili in Viva). Due pezzi conclusivi: La verità – e io personalmente sono grato che ci sia uno che ha il coraggio e la serietà di dire che “la verità è che ti fa paura l’idea di scomparire” – e La vita pensata, punto d’arrivo di tutto il percorso, eseguita solo chitarra e voce, mentre in una sala ammutolita non si muove una foglia. Brunori se ne accorge e ringrazia per il silenzio. I bis sono due pezzi più datati, dal sapore malinconico: Kurt Cobain e Arrivederci tristezza. Dopo i saluti e i ringraziamenti, quando vengono fatti salire sul palco anche i tecnici, noi spettatori usciamo dal teatro con in testa i versi di quest’ultimo pezzo: “arrivederci tristezza / oggi mi godo la mia tenerezza”. E a me non sembra poco.

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