Rancore – Non è solo musica per bambini!

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Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Stefania D’Egidio

Appena arrivo al Carroponte il cielo, che fino ad allora aveva fatto di tutto per mostrare il suo aspetto più minaccioso, si stanca di limitarsi alle minacce e riversa al suolo una quantità considerevole di pioggia. Conoscendo gli standard del posto, sono ormai praticamente certo che il concerto non si farà. Fuori c’è un piccolo gruppo di fan in paziente attesa. Sono giovani, probabilmente tutti minorenni e qualcuno indossa una maglietta del proprio idolo. Sono tranquilli, posati, a guardarli non sembrerebbe che l’idea dell’annullamento stia passando loro per la testa.

Mancano quasi tre ore all’inizio, però, ed è inutile pensarci. All’entrata trovo ad accogliermi Matteo, il gentilissimo tour manager, che mi dice che a causa del tempo non sono riusciti ad ultimare il sound check per cui se riuscissi a non dilungarmi troppo con l’intervista, sarebbe meglio. Annuisco senza problemi e intanto penso che, povero lui, non sa di trovarsi di fronte ad un logorroico totale. Vabbeh, penso, mal che vada verrà a cacciarmi via e avremo risolto.

Quando entro nel backstage Tarek mi viene incontro sorridente e mi stringe la mano. Gli faccio i complimenti per il disco e lui mi ringrazia contento. Fa strano, io che il mondo del rap l’ho sempre bazzicato poco o nulla, essere qui ad esaltarmi per un disco che considero tra le cose più potenti uscite in Italia negli ultimi anni. Ma tant’è, alla fine il rap è solo un linguaggio come tanti e se ci sono i contenuti anche il mezzo espressivo prima o poi rischia di venire apprezzato.


Tarek Iurcich, in arte Rancore, classe 1989, indelebilmente romano ma allo stesso tempo cittadino del mondo in virtù della sua doppia origine croata ed egiziana, ha iniziato giovanissimo a fare rap e si è da subito ritagliato uno spazio tra i nomi che contano. Si muove all’interno del genere ma allo stesso tempo non ne ricalca passivamente gli stilemi: ha trovato sin dall’inizio una voce originale, talmente originale che in molti si lamentano del fatto che quello che scrive non si capisca. La verità è un’altra: la sua musica possiede la profondità che hanno solo le cose vere e può essere apprezzata solo nella misura in cui si ha sete di verità. Magari non ha proprio tutti i requisiti per fare il grande botto a livello numerico (anche se è ancora tutto da vedere) ma credo sia difficile, oggi, non inserire la sua voce tra le quattro o cinque migliori a livello artistico, quando si parla di Hip Pop tricolore.
Qui di seguito il resoconto di una chiacchierata interessantissima, che grazie alla gentilezza di Matteo e alla disponibilità dell’intervistato, desideroso di raccontare al sottoscritto un disco di cui va comprensibilmente fiero, è durata anche più del previsto…

Partiamo dal titolo: “Musica per bambini” dice sicuramente di una maggiore volontà di immediatezza a livello comunicativo, come del resto anche tu hai dichiarato. È un’immediatezza che in effetti si percepisce perché rispetto alle cose che hai fatto in passato mi pare che il messaggio passi in maniera più diretta. Allo stesso tempo, però, rimane il fatto che la tua scrittura è complessa e, lasciami dire, per molti versi superiore  a quanto si sente in giro, anche alle robe di gente molto più quotata. Hai da sempre scelto un altro livello di comunicazione, mi sembra: dove molti tuoi colleghi cercano i giochi di parole (a volte anche con un effetto estetico un po’ fine a se stesso), tu parti dai concetti, dalle riflessioni e ti muovi spesso su differenti piani di lettura. È un qualcosa che hai fatto anche su questo disco, mi pare…

“Musica per bambini” è un disco in cui dico tutto quello che voglio dire senza pormi problemi. Il bambino, in primis, si esprime in questo. Nonostante poi il titolo vada in contrapposizione col contenuto del disco, che è sicuramente più complesso, il mio intento era quello di riuscire ad urlare dicendo tutta la verità, dipingendo questo mondo che viviamo, dipingendo questo mondo assurdo con gli occhi di una persona che è talmente “fanciulla” che quasi diventa un alieno. Si crea dunque questa incomunicabilità tra il protagonista e il mondo, che è poi l’incomunicabilità che percepisco a tanti livelli, dal mio rapporto con i Social Network, a quello con il rap italiano stesso. Il titolo vuole infatti essere anche una provocazione. Non è stato scritto esclusivamente con questo intento (nel senso di dire: “In Italia si può fare solo musica per bambini!”) ma è un disco dove il bambino sono veramente io. Essendo un bambino, è un po’ più diretto, semplificato, perché ha usato una parte di cuore più ampia, perché ha toccato dei tasti della propria emotività e dei propri sentimenti molto più ampi, cercando di declinare la dote cervellotica in maniera diversa rispetto a quanto fatto prima. È rimasta ovviamente, questa dote cervellotica, che è un po’ la firma del mio modo di scrivere. Se la vai a paragonare a quello che gira oggi nella musica italiana, ce n’è sicuramente troppa! Tanto che nel corso degli anni mi è stato detto che i miei testi bisogna sentirli centinaia di volte per capirli! In questo disco si parla anche di questo perché anche questo aspetto ha a che fare con la difficoltà di comunicazione: magari per me è normalissima una cosa che per te è incomprensibile. Questo disco dà voce a tutto ciò, a questa volontà di esprimere se stessi senza rinchiudersi negli schemi, e lo fa tramite metafore, favole, travestendo il mio io con differenti soggetti, da Arlecchino ad un alieno, come nell’ultima traccia. Dove addirittura (parlo di “Questo pianeta”) sono talmente alieno che invece di dire: “Non capisci nulla di quello che dico”, affermo il contrario: “Non capisco nulla di quello che tu dici!”. “Musica per bambini” dunque è sincerità, fantasia, avventura, paura, tanta paura e tanto coraggio trovato per poter esprimere quella paura; cosa che in un certo senso mi avvicina tanto all’atteggiamento che avevo quando ero bambino.

Un altro aspetto che mi ha colpito del disco è a livello musicale: hai sempre avuto delle basi bellissime ma queste sono veramente pazzesche! Mi ha colpito tantissimo il massiccio utilizzo che hai fatto degli archi, che in questo contesto si sposano magnificamente con le cose che dici. Ho visto che questa volta non hai lavorato con Dj Mike per cui mi piacerebbe capire come sei arrivato a questo risultato…
È la prima volta in vita mia che dirigo direttamente la musica di un disco e ho cercato di dare il giusto terreno per tutti questi piedi che avevo costruito al mio Frankenstein, che poi sono tutti questi testi…

Ma quindi normalmente scrivi prima i testi e poi la musica?
È un lavoro complementare. Diciamo che nel momento in cui sono io a fare la produzione e ho in testa più o meno un testo, è ovvio che bene o male già sappia come deve andare a finire. Non dico che nel mio cervello sia già scritto ma è più semplice pensare ai vari elementi quando sono io a dirigere, decidere quali strumenti devono entrare di volta in volta e dove. Quando lavoravo insieme a Dj Mike c’era invece una complementarità tra la base che scriveva lui e il testo che scrivevo io anche se poi anche lì mischiavamo molto. Ed ovviamente è stato grazie al lavoro che ho fatto assieme a Dj Mike che ho imparato tutte queste cose ed ho quindi potuto dirigere musicalmente il mio disco, questo lo voglio sottolineare. È stato un lavoro molto arduo perché cercare di dare il vestito giusto ad un certo tipo di testi, quando non sei un produttore in senso stretto, significa mettere insieme persone di tipologie diverse, chiamare musicisti, unire le cose… magari persone che prima non si sono mai conosciute, mai viste e tu diventi il portavoce per ciascuno di loro, per creare le basi sul tuo computer oppure su quello di qualche Beat Maker: lui opera nel pratico, mette dei suoni però poi le chitarre vengono da una parte, le fisarmoniche da un’altra, poi magari si va insieme a registrare una batteria in un altro posto perché lì hanno un bel suono… ecco, è un lavoro che necessita di un punto focale, di un motivo per cui avviare il processo; e sono contento di essere stato io questo motivo, io il direttore d’orchestra. Non è scontato: oggi come oggi è difficile farlo. Non solo scrivere questi testi ma anche fare queste basi, questa produzione. Per cui sono molto soddisfatto, nel momento in cui mi dicono che è un buon prodotto. Sono partito con un livello di considerazione veramente basso, ho cercato di pormi sempre milioni di problemi su qualunque suono, su qualunque ritmica. Ci sono brani di cui avrò rifatto la base sessanta volte, fino a che non ho trovato quello che volevo! È stato un lavoro di costruzione molto ampio e se ci sono tanti archi, come mi chiedevi, è perché alla mia voce ci ho sempre visto un legarsi molto bene con il fattore degli archi, che fanno molto “aria”, secondo me. Mi sembra di volare quando li ascolto! Infatti, l’ultimo tour che feci prima di questo disco, giravo con pianoforte, violino, flauto traverso, batteria e basso. Il violino era proprio il centro, uno dei protagonisti principali dello show. Adesso, per assurdo, non ce l’abbiamo ma proprio perché mi piace sempre cambiare. Però se c’è una cosa che ho imparato dal tour precedente, che era anche il primo che ho portato avanti in completa solitudine e come direttore d’orchestra, per così dire, è proprio il suono del violino, che è rimasto un po’ come un riverbero in me. Tanto che in questo disco si può ascoltare inciso.

Uno dei pezzi che mi ha colpito di più è “Sangue di drago”: sei tu il drago? Leggendo tra le righe della storia, sembrerebbe di sì…
Guarda, l’Hermetic Hip Pop, che è il nome che ho dato al mio modo di fare rap, in quanto ermetico vede più livelli di significato in ogni frase. Prima mi parlavi dei giochi di parole: ecco, i giochi di parole hanno una valenza molto estetica, nel momento in cui vengono usati. Nel mio caso, invece, c’è una valenza molto concettuale dove il doppio senso, il triplo senso, è un gioco di concetti, non di parole. Anche “Sangue di drago” è un gioco di concetti: il drago potrei essere io ma alla fine, se ascolti bene il testo, parlo di un amico. Ma non è solo un amico, la canzone parla di cosa voglia dire essere un principe (mi sono ispirato un po’ a Machiavelli) e quindi di come funziona il potere. Ogni principe deve avere un mago accanto a lui, deve avere un mentore: pensiamo a re Artù e a Mago Merlino; o a Nerone e a Seneca, che non è un mago ma che ha la stessa valenza, è un filosofo, una persona messa lì accanto a lui per dirigerlo. E in un certo senso è quasi più potente il mentore del principe perché è lui che suggerisce, che detta la linea. A questo punto mi sono chiesto: che cosa accadrebbe se un mentore trasformasse in drago un altro principe, solo per creare un nemico dentro quel paese e far sì che il suo principe vinca questa sfida e diventi re? Il campione del mago a questo punto dovrebbe salvare la principessa da un drago che in realtà non sa di essere drago e quindi cammina tranquillamente attorno al castello come tutti gli altri principi e viene perseguitato. Come si fa a distinguere il bene e il male, nel momento in cui il potere potrebbe creare dei capri espiatori per ucciderli e prendere ancora più potere? Questo è il tema della canzone. Il drago sono io, il drago è un amico mio, il drago è qualunque persona che il potere ha denigrato, quando magari non era veramente colpevole.

Un altro brano veramente bello è “Depressissimo”. Mi ha colpito in particolare la strofa in cui parli del tuo dialogo immaginario con Gesù in chiesa. Dove, tra parentesi, gli fai dire delle cose particolarmente azzeccate, secondo me. Da dove nasce questa sorta di ricerca religiosa?
È uno dei temi più difficili dell’album, quello più pericoloso, più delicato. Senza una certa dose di autoironia non sarei riuscito a svolgerlo, se non ci fosse stata un po’ di fanciullezza dentro di me, attraverso l’uso non tanto dei superlativi quando degli “iperlativi”! “Depressissimo” è senza dubbio il brano più complesso del disco e per scriverlo ho avuto bisogno di raggiungere una sorta di essenza del mio spirito. Tra le varie essenze, quella che mi si avvicinava di più, quella che ho vissuto di più in quanto italiano (anche se poi alla fine sono mezzo arabo e ho visto tutte le religioni del mondo), che vive in un paese dove l’immagine di Gesù Cristo la vede appena esce di casa. Ma non è semplicemente un qualcosa che vedi solo perché abiti vicino ad una chiesa: è una storia che si conosce bene e che rappresenta l’essenza stessa del sacrificio, di qualcuno che ha fatto le cose per te. Non ho mai amato dire quello in cui credo e quello in cui non credo perché non sono cristiano, non sono musulmano, non appartengo a nessuna religione. Allo stesso tempo però vedo, sento e percepisco l’importanza della parola “Dio”. È una parola che l’uomo utilizza da sempre e che ha riempito parecchio di ciò che è lo spirito umano. Una parola che però oggi viene boicottata e bannata con molta semplicità, per essere sostituita con il nulla, con un qualcosa che non ha lo stesso valore riempitivo che potrebbe avere Dio. Visto che questo disco parla di tutte le persone boicottate, da un certo punto di vista, non potevo escludere Dio, essendo una delle cose forse più boicottate al giorno d’oggi.

È un pensiero non scontato, questo…
Sai, io dico sempre quello che in generale non si può dire, dico sempre la cosa più difficile da dire perché altrimenti non avrebbe più senso parlare, fare rap, tanto varrebbe andare al bar a chiacchierare con gli amici! Se faccio una canzone è per dire qualcosa che con le parole normali non posso dire, mentre invece posso farlo con le rime e con la musica. Parlare di Dio è difficile ed è proprio questa difficoltà che mi affascina. Più si va avanti con la storia e più la nostra epoca del virtuale, del fittizio, del materialismo ci soffoca, più a me viene da tirarlo su, indipendentemente da quello in cui credo o non credo.

Già che ne stiamo parlando, ti butto lì una curiosità, vista da uno che con questa musica non ha grande dimestichezza: come mai nel rap c’è questa abitudine di parlare sempre di se stessi, come artisti, in rapporto al successo, al pubblico, alle rivalità con gli altri rapper, ecc.? Ho notato che tu lo fai molto di meno però in alcune tue canzoni questi temi affiorano lo stesso… magari è una cavolata, eh! Però è un aspetto che mi ha sempre interrogato…
Io personalmente non ho mai parlato di altri rapper, né ho mai basato le mie rime su quelle degli altri. Motivo per cui lo stesso “Musica per bambini” nasce come provocazione ma poi smette di esserlo. In questo disco parlo di me anche perché non è un qualcosa che ho mai fatto molto. Nel rap comunque si fa, hai ragione, si parla molto di se stessi. Qui ho voluto farlo probabilmente perché avevo delle cose da dire e avevo necessità di esprimermi proprio in quanto Tarek. Poi i motivi per il quale in generale si fa sono svariati. Secondo me c’entra un po’ col motivo per cui molti cantanti di una volta salivano sul palco vestiti in maniera estrema; è il motivo per cui uno come Salvador Dalì poteva dire: “La cosa più bella di essere Salvador Dalì è svegliarsi la mattina ed essere Salvador Dalì.”. Cioè, anche lui parlava di se stesso! Credo che sia parte dell’arte moderna, questo concentrare tutto su se stessi. Inoltre, per il mercato odierno è più facile parlare di una cosa che hai vicino piuttosto che di una che è lontanissima. C’è una sorta di chiusura sul mondo esterno che di solito fa paura, per cui alla fine si pensa sempre e solo a parlare di sé. Io ho cercato di non farlo mai, però. Se in questo disco c’è qualcosa di me è perché ho messo il naso fuori dal cilindro, il coniglio ha messo il naso fuori dal cilindro e allora, come in “Depressissimo”, spunta fuori qualcosa. In questo disco c’è molta irriverenza: non è per forza un qualcosa che ho vissuto io ma che ha vissuto o vive qualcuno che mi sta accanto. Oppure parlo effettivamente di qualcosa che ho vissuto in passato ma che adesso non vivo più. Oppure parlo delle paure che ho…

Tornando alla musica, mi colpisce molto il modo in cui i vari brani sono costruiti: c’è una narrazione ma c’è sempre un momento in cui il groove sale e fa esplodere la base, specie a livello ritmico. È un qualcosa che ricerchi appositamente? C’è un particolare obiettivo che ti poni, da questo punto di vista, per raggiungere un certo climax?
Ascoltando la discografia di Rancore e Dj Mike si nota che dentro c’è veramente di tutto. In questo disco ho voluto colpire subito, ho voluto evitare di girare troppo intorno e di fare quello che lì per lì sentivo dovesse essere fatto. Ed è forse questo il punto principale: tutte le produzioni sono nate spontaneamente, non ci siamo mai messi a pianificare cose del tipo: “Qui dobbiamo mettere la Drum N Bass”, per dire. La Drum N Bass ci stava bene in “Skate Park” e l’abbiamo messa; la fisarmonica stava bene su “Arlecchino” e l’abbiamo messa. Quando poi ho visto che i musicisti erano contenti di suonare sulla Drum N Bass o di fare un ritornello più “rock”, chiamiamolo così, ho lasciato che le cose scorressero da sole. Ascoltavo il risultato finale e mi piaceva, lo riascoltavo e mi piaceva, per cui poi lo lasciavo così. Alla fine la musica è intrattenimento, tutta la riflessione, il ragionamento che uno ci può mettere dietro decade nel momento in cui una cosa ti piace o non ti piace. E io ho voluto realizzare qualcosa che piacesse prima di tutto a me, anche a costo di rifarla cento volte, anche a costo di passare dal rap ad un altro genere per poi ritornare al rap. Ho voluto fare quello che al mio orecchio funzionava bene e soprattutto quello che valorizzava il mio testo. Quando ho visto che i testi spuntavano fuori come fiori, allora ho capito che quella era la direzione giusta.

Vorrei sapere qualcosa di più sul tuo rapporto col rap americano: in Italia artisti come Drake, Kendrick Lamar, Kanye West, Run the Jewels e altri non vanno molto e penso che questo abbia a che fare con la difficoltà a capire l’inglese, oltre che con un’evidente estraneità culturale ai temi trattati. Per te come funziona? Perché alla fine il luogo comune, almeno per come la vedevo io, era che il rap di oltreoceano fosse superiore al nostro. Sinceramente però, è da tempo che vedo tante cose valide anche qui da noi. Dopotutto in “Centro asociale” dici: “Odio i pezzi americani che rincorri, però se non funziono gli copio la metrica”…
Ti devo dire la verità: anch’io mi sono avvicinato al rap mediante quello americano, anche perché quando ho iniziato io quello italiano non andava di moda come adesso e quindi era più facile andare a guardare altrove. In seguito però ho scoperto quello italiano e quindi mi sono messo a studiare e ad approfondire quello. Noto che spesso il problema del rap italiano è quello di fotocopiare pari pari il rap americano e portarlo in Italia. Non so, se domani un rapper americano si inventasse una nuova droga, i rapper italiani (non tutti, eh!) inizierebbero a prendere quella droga. Da fuori questo non verrebbe visto come una cosa strana ma piuttosto come una cosa “avanti” perché in America già lo fanno. Il problema quindi è questo dislivello che si crea tra una cultura italiana così forte, così radicata, con così tanti spunti, e quella americana che subentra per una questione di politica e moda. Io ascolto il rap americano perché sono un rapper e poi perché è bellissimo: ha tante metriche, è come un’enciclopedia, è come scrivere poesia e leggersi Dante, capisci? Però Dante è vissuto in quel periodo e ha fatto quelle cose là in quel luogo. Se cambiassi periodo e cambiassi luogo chissà, anche la poesia nel mio piccolo potrebbe cambiare. Per me la musica deve anche un po’ fare cultura e la cultura deve un po’ fare politica e la politica deve un po’ cambiare le cose. Di conseguenza, mi viene naturale usare quello che ho già qui, per potere fare questo rap, parlare di ciò di cui c’è bisogno di parlare qui. Poi non è che sia un grande ascoltatore di musica, non ti posso dire di essere aggiornatissimo… a dire il vero, non sono neanche un grande lettore, eh!

Davvero? Leggendo i tuoi testi avrei detto esattamente il contrario…
Ma no, non ho mai tempo per fare nulla! E poi ho la testa piena di paranoie, di mostri, quindi per me il silenzio è già una cosa rumorosa, non so come spiegare! Film, libri, musica… sai, tante persone in effetti pensano che stia tutto il giorno ad informarmi, però è una ricerca che faccio dentro di me, piuttosto che fuori. È abbastanza poco quello che faccio fuori, faccio tutto dentro e quelle poche informazioni che arrivano quando una persona chiacchiera, quando vedo qualcosa, quando magari leggo quel libro che ogni tanto riesco a leggere, vedo quel film che ogni tanto riesco a vedere, ascolto quel disco che ogni tanto ho tempo di ascoltare, allora quella cosa lì mi sembra gigante, a tal punto che poi non penso troppo a riempirmi. Questo bombardamento è stressante: nel mondo di oggi preferisco fare tesoro di quel poco che ho, usarlo e poi magari ci sarà un tempo per avvicinarsi ad altro.

Della tua carriera mi colpisce questo: hai iniziato giovanissimo e adesso non hai neanche 30 anni. Il risultato è che, pur essendo molto giovane, hai già alle spalle un percorso ultra decennale. Allo stesso tempo, arrivando qui adesso, ho incontrato tanti ragazzi giovani, molti dei quali hanno probabilmente l’età che avevi tu quando hai iniziato…
È un po’ particolare perché io in questi anni ho visto di tutto ed ho davvero fatto solo questo. Uscire con questo disco poi rappresenta un vero e proprio spartiacque della mia vita. Se uno pensa che ho iniziato a rappare a 14 anni e adesso ne ho 28, vuol dire che il mio rap è grande tanto quanto io quando ho iniziato. Se il rap fosse un bambino avrebbe 14 anni, no? Quindi quel che sento, quello che percepisco è questo: è come se il mio rap con questo disco avesse iniziato a fare il rap. Proprio perché io a 14 anni ho iniziato a fare il rap ed ora è il mio rap a fare il rap. Sai, fino al 9 i numeri sono uno, poi il 9 decide di partorire e dopo 9 mesi nasce il 10. Il 10 resta incinta per 99 mesi e quindi nasce il 100. Ecco, questo è il mio cento, tra virgolette. Di conseguenza, la sensazione che ho è che più che essere io a parlare a chi mi ascolta, ormai sono io che parlo con il rap ed è il mio rap che di conseguenza parla. È come se avessi una doppia corazza ed è rassicurante, sono più forte di quando ho iniziato.

È interessante questa riflessione perché è come se la tua arte fosse qualcos’altro da te, non c’è una identificazione totale e questo, a parer mio, è molto sano per chi fa questo mestiere…
In un certo senso sì. Diciamo che se io a 14 anni ho avuto la coscienza per poter iniziare a fare questa cosa, ora ci ho passato dentro abbastanza tempo per renderla ancora più cosciente e visto che la coscienza è ciò che è più importante al giorno d’oggi, perché ti avvicina di più alla realtà delle cose, credo di avere in mano un’arma abbastanza pericolosa ma di avere anche la maturità per utilizzarla al meglio, in un certo senso.

Il tempo alla fine si dimostra clemente e alle 22 in punto Rancore e i tre musicisti che lo accompagnano possono attaccare con “Underman”, la traccia di apertura del nuovo disco. L’allestimento scenico è molto ben curato: c’è uno schermo sul fondale che riproduce i videoclip dei brani oltre ad altri filmati realizzati per l’occasione che creano un effetto suggestivo. A coprire tastiera e consolle ci sono dei pannelli con disegnati sopra bambole di pezza, e gli stessi ragazzi che sono sul palco assieme a Tarek (l’Orquestra, come la chiama lui) indossano maschere dello stesso tipo, con tanto di occhi e bocca che si illuminano al buio. Sono accorgimenti semplici ma funzionali alla riproduzione di un disco che in parte tocca il tema dell’infanzia (i musicisti come i giocattoli del protagonista, nascosti sotto il letto ma in qualche modo sempre presenti) e che vive anche in una dimensione dove gli elementi più intimi della personalità del rapper romano gridano per venire fuori.
A parte un basso e una tastiera (perfetta nel riprodurre le parti più malinconiche delle basi) non c’è moltissimo di suonato e parecchio, seconde voci comprese, viene lasciato alle tracce pre registrate. È una soluzione che non ho mai apprezzato particolarmente e che in certi punti, complice anche una resa sonora non sempre ottimale, fa perdere un po’ di dinamicità ai pezzi. Da questo punto di vista, una batteria sarebbe stata l’ideale, così pure l’inserto di qualche chitarra (un po’ triste limitarsi a sentirle campionate, durante l’esecuzione di “Skate Park”).

Nel complesso è comunque uno show di grande impatto. Tarek è bravissimo nel flow (“Beep Beep” da questo punto di vista è impressionante per velocità, precisione e varietà) ma ha anche una presenza scenica invidiabile, si muove come chi è completamente padrone della situazione. Il pubblico lo ama alla follia, si percepisce già un legame fortissimo che non ha bisogno di essere creato e che nel corso del concerto può solo aumentare. Certo è difficile cantare i suoi pezzi e l’ultimo disco è fuori solo da una decina di giorni. La partecipazione e l’entusiasmo sono per questo molto più grandi quando vengono eseguiti gli episodi più vecchi della sua discografia ma per tutto l’arco dei 90 minuti del set la concentrazione e la partecipazione è altissima (pochi telefonini, tra le altre cose) e quasi sorprendente. Il segno che saranno pure giovani, saranno pure musicalmente poco esperti, ma sono ancora in grado di appassionarsi alle cose, quando queste intercettano compiutamente il loro vissuto.

E il rap di Rancore, da questo punto di vista, coglie nel segno: difficile o meno, metaforico o simbolico che sia, ci sono centinaia di ragazzi che ne cantano le parole e che saltano al ritmo della musica. Potrebbe voler dire che chi prende la strada più ardua, se è bravo ha sempre ragione, in fondo.
Da parte sua, Tarek interagisce molto coi presenti: tra un brano e l’altro parla parecchio, introduce quel che sta suonando, presenta i musicisti, racconta che cosa ha voluto dire per lui fare questo disco, spiega qualche immagine più complicata, scherza; in poche parole, ci tiene a farsi abbracciare dai suoi fan, a condividere con loro quello che a tutti gli effetti è stato un parto, la messa in comune di un qualcosa di intimo e personale relativo alla propria esistenza.
“Musica per bambini” viene suonato per intero, come è giusto che sia, ma in mezzo arrivano tante delle cose più vecchie: ci sono classici come “D.A.R.K.N.E.S.S”, “Capolinea”, “S.U.N.S.H.I.N.E” (per chi scrive la sua migliore e lo devono aver pensato anche i presenti, a giudicare dal boato che ha accompagnato il comparire sullo schermo del faccione di Togliatti, come da videoclip) e “La morte di Rinquore”, oltre che episodi più remoti come “Tufello” o “Giovani artisti”, che arriva nei bis. Non tutte purtroppo vengono eseguite per intero ma bisogna dire che si amalgamano bene con le nuove canzoni, al punto che lo show risulta omogeneo e tirato al punto giusto.
Si finisce sulle note di “Questo pianeta” e nonostante i difetti di cui sopra, non si può che andar via soddisfatti: lo spettacolo è convincente, Tarek è presente con tutto se stesso e siamo sicuri che nel prosieguo del tour i quattro sul palco riusciranno a far fruttare al meglio anche i mezzi a loro disposizione. Per adesso, Rancore si conferma tra i migliori rapper italiani in circolazione e non possiamo che esserne felici.

 

 

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