The Cure @ Hyde Park, London (Uk), 7 luglio 2018

Postato il Aggiornato il

Ph. Tom Hancock

Articolo di Luca Franceschini

Avevo giurato che non sarei più andato ad un concerto con più di 10mila persone ma c’erano i Cure a Londra, unica data del 2018 (anche se poi ne hanno fatta un’altra una decina di giorni prima, nell’ambito della rassegna curata da Robert Smith, Southbank) e resistere è stato impossibile.

Ci saranno più o meno 65mila persone, nell’ampia area ricavata al centro di Hyde Park, ma la verità è che non ce ne si accorge molto. Lasciatemelo dire senza troppi giri di parole: l’Inghilterra non è l’Italia. Spiace dover sempre essere esterofili ma la realtà è la realtà: qui non c’è paragone né con gli I-Days (Monza o Rho che siano), né col tanto decantato Firenze Rocks (ci sono stato l’anno scorso e non è che fosse sto miracolo di organizzazione e di comodità). Qui c’è un’area verde con tantissime zone d’ombra, fontanelle gratuite dove riempire le bottiglie (il tappo, quando ne compri una, te lo lasciano), servizi igienici veri (non i soliti Toy Toy) puliti e senza nessuna coda, tantissimi posti dove mangiare e bere (vero, hanno fatto la carognata di non permettere di portare il cibo da casa ma bisogna dire che la scelta all’interno era ampia e variegata, con prezzi tutto sommato abbordabili, almeno nell’ottica inglese), pagando senza problemi in contanti o con carta di credito.

Il palco principale ha un’area pit particolarmente ampia, accessibile a tutti fino ad esaurimento (ma siamo stati comodi per tutta la giornata, Cure compresi) dalla quale entrare e uscire a proprio piacimento, una volta avuto in dotazione l’apposito braccialetto.
Niente fretta, niente ansia: sono arrivato sul posto alle 10 (i concerti sarebbero iniziati alle 13.40), ho fatto un paio d’ore di coda comodamente seduto a chiacchierare, con solo qualche momento di irrequietezza dovuto ai fan più esagitati che hanno pensato bene di accalcarsi davanti all’entrata, ho superato con calma i controlli di sicurezza (veloci ed efficienti), mi sono diretto camminando verso il Great Oak Stage, ho ritirato il mio braccialetto e sono andato a mangiare. Da lì in poi, la maratona di concerti è stata vissuta con grande rilassatezza, anche perché la zona antistante il palco è sempre stata molto vivibile, con gente che entrava ed usciva all’inizio e alla fine di ogni live e la giornata, seppur molto calda, ha avuto diversi momenti in cui le nuvole oscuravano il sole, regalandoci un po’ di refrigerio.

Ph. Tom Hancock

Aggiungiamo che una quarantina di minuti dopo la fine del set dei Cure ero comodamente davanti al pub di Paddington adiacente al mio albergo, cercando di bere una birra (purtroppo non riuscendoci a causa del coprifuoco rigidissimo). In assoluto le operazioni di deflusso più veloci che abbia mai visto.
Unico neo in tanta perfezione organizzativa, la decisione di inserire i Ride, che erano uno dei gruppi che più di tutti volevo vedere, sul palco secondario, facendo coincidere la fine della loro esibizione con l’inizio di quella degli headliner. Una scelta inspiegabile, considerato che Andy Bell e soci non sono proprio gli ultimi arrivati e che avrebbero senza dubbio meritato il Main Stage. Ma probabilmente, come alcuni mi hanno fatto notare, il loro concerto avrebbe dovuto una sorta di “contentino” per tutti coloro che, posizionati in fondo, non avrebbero mai potuto vedere da vicino i Cure e che quindi si sarebbero potuti almeno godere l’esibizione di una grande band in posizione ravvicinata (i due palchi erano situati esattamente dalla parte opposta dell’area).

Pale Waves: Avevo molta voglia di vedere in azione la band di Manchester, dopo che l’annullamento del Radar Festival mi aveva costretto a rinunciarvi. Al netto di suoni non proprio all’altezza, il primo gruppo della giornata se la cava bene, con la frontman Heather Baron-Grecie a proprio agio e un lotto di canzoni che, pur non brillando per originalità, sono gradevoli e ben scritte. Quattro ragazzi giovani che suonano bene e che, nell’ambito dell’Electro Pop alla Chvrches, potrebbero fare molta strada.
Pumarosa: Li hanno aggiunti all’ultimo momento e io stesso lo scopro solo qualche minuto prima, spulciando il programma. D’obbligo una visita al Barclay Stage, dunque, anche se i tempi di percorrenza e gli orari delle esibizioni mi permetteranno di vedere giusto 3-4 pezzi. Al netto di una Isabel Munoz oggi particolarmente sensuale e provocante, la band è solida e credibile, suona le canzoni del debutto “The Witch” con l’affascinante disinvoltura già sfoggiata quest’inverno, quando li vidi a Milano. Il pubblico è presente e coinvolto dalle loro sonorità ipnotiche, tra New Wave e psichedelia. Il grosso della performance lo tiene su la cantante e chitarrista, che è anche autrice di tutti i brani, ma i suoi compagni d’avventura la supportano egregiamente. Hanno già alle spalle un tour di apertura ai Depeche Mode, Robert Smith in persona ha voluto che fossero qui a festeggiare con lui. Di sicuro ne sentiremo parlare ancora parecchio.

SLOWDIVE by Pooneh Ghana

Slowdive: È strano vederli suonare sotto il sole, alcuni dicono addirittura che non avrebbero dovuto permetterglielo! La verità è che la band di Neal Halstead e Rachel Goswell è un’autentica macchina da guerra e, in qualunque condizione si esibisca, non fa prigionieri. Hanno a disposizione solo 40 minuti ma incantano come non mai, mescolando vecchio (“Catch the Breeze”, “When the Sun Hits”) e nuovo (“Slomo”, “Sugar for the Pill”) senza soluzione di continuità, dimostrando di essere il Come Back più credibile di questi ultimi anni. Dieci e lode anche stavolta e tutti a casa. Simpatico siparietto finale, con Rachel che porta il suo figlioletto sul palco per fargli salutare il pubblico.
Editors: Chi avesse letto il mio resoconto sul loro recente concerto milanese, sa cosa penso dell’attuale corso della band di Birmingham. Eppure oggi Tom Smith e soci giocano di mestiere, con un set che privilegia molti brani vecchi e che in generale punta tutto sulla sintesi e sulla dinamicità. Ne esce fuori un concerto bellissimo, dove un gruppo in gran spolvero e sostenuto da un pubblico caldissimo, snocciola capolavori del calibro di “Munich”, “Blood”, “The Racing Rats”, “Smokers Outside the Hospital Doors”, “Papillon” e dove anche i pochi brani nuovi proposti fanno la loro bella figura (in particolare “Violence”, che è forse quello più riuscito). Può darsi che su disco non abbiano più nulla da dire ma ormai sono un’istituzione e sanno come mangiarsi un palcoscenico.

The Twilight Sad: Anche per loro solo pochi brani, visto che si esibiscono sul Barclay ad un orario in cui gli spostamenti cominciano a risultare più difficoltosi. Da quel che vedo, sono in gran forma, sono molto derivativi ma hanno un gran repertorio (tra cui quella “Girl in the Corner” di cui esiste una versione con Robert Smith) e riescono a smuovere i presenti a dovere. Ci sarà una ragione se i Cure li hanno voluti ad aprire il loro ultimo tour…
Goldfrapp: Allison Goldfrapp e Will Gregory non hanno pubblicato nulla di recente, se non una versione deluxe del loro ultimo “Silver Eye”, arricchita da qualche remix e da una partecipazione di Dave Gahan su “Ocean”. Un po’ me lo aspettavo, che il frontman dei Depeche Mode facesse capolino per cantare quel pezzo. Ovviamente non succede (il suo gruppo è al momento impegnato in tour) e lo show non diventa memorabile come avrebbe potuto. I Goldfrapp li avevo visti in apertura a Nick Cave nel 2001, loro erano agli inizi e io non sapevo neppure chi fossero. 17 anni dopo hanno dimostrato di saper scrivere dei pezzi Pop molto retro, con cassa dritta e ritornelli diretti e ruffiani, al limite della tamarraggine. In tanti li trovano inutili e sopravvalutati e forse hanno ragione. Quel che vedo io è comunque un set bello e coinvolgente, probabilmente un po’ scolastico, sia nei suoni che nella prestazione complessiva (lei non è certo un mostro di presenza scenica), con una scaletta che pesca molto dai singoli e fa ballare bene, nonostante il sole picchi in maniera notevole. Un po’ fuori posto, in un bill per la maggior parte orientato verso altre sonorità, ma io mi sono comunque divertito.

INTERPOL by Pooneh Ghana

Interpol: Ormai ci siamo. Il gruppo newyorchese è l’ultimo passo che ci separa dai Cure, sapendo che ormai non è più possibile muoversi per correre dai Ride. Paul Banks e compagni hanno da poco pubblicato “The Rover”, il singolo che anticipa il nuovo disco di prossima uscita. Un brano gradevole, nulla più. Probabilmente anche per loro sono finiti i sogni di gloria, difficilmente produrranno qualcosa di anche solo lontanamente paragonabile ai primi due dischi. L’attacco con “Not Even in Jail” e una scaletta fortemente incentrata sul passato sembra voler ribadire questa verità. Le varie “Roland”, “Obstacle 1”, “The Length of Love”, “The New”, “Evil” e la conclusiva “Slow Hands” si susseguono rapidamente, inframmezzate da cose un po’ più recenti come “All the Rage Back Home”, “Success” e ovviamente il nuovo singolo. Come sempre molto ingessati, a tratti freddi e distaccati, l’impressione è sempre che siano lì a timbrare il cartellino. In più, arrivano proprio nel momento in cui hanno il sole direttamente negli occhi e non credo siano molto a loro agio. Aggiungiamo che Paul Banks ha un po’ di problemi di voce e che i primi pezzi non sono per niente impeccabili, complice anche una cattiva equalizzazione. Per quasi tutta la prima metà sembrava un concerto fallimentare; ad un certo punto però, ti accorgi che stanno comunque suonando benissimo, mestiere o meno, e arrivi alla fine che salti come un matto. È ovvio che abbiano i loro limiti ma in fin dei conti sono stati 60 minuti infuocati e se ne sono accorti più o meno tutti. Aspettiamo il disco e vediamo come va avanti.

The Cure: “C’erano un sacco di famiglie, mica potevano mettersi a fare tutto Pornography!”. Me l’ha detto un fan storico del gruppo, alla mia osservazione che, forse qualcosa di più in scaletta si sarebbe potuto anche osare. In effetti solo un paio di settimane prima, nell’ambito del Meltdown Festival curato appositamente da Robert Smith, il programma della serata era stato di tutt’altra natura, con molti meno classici e più brani da intenditori, alcuni dei quali non suonati da parecchio tempo.
Il punto, allora, è mettersi d’accordo su che cosa debba essere un concerto di celebrazione. O meglio, un concerto per festeggiare un compleanno, nella fattispecie quello dei quarant’anni di una band che ha fatto la storia della musica e forse anche qualcosina di più.
In effetti nel corso della loro lunga carriera i Cure sono stati tante cose diverse, avendo sempre come punto fisso la visione artistica a 360 gradi di un Robert Smith ormai molto più che una semplice icona musicale. I Cure epigoni del Dark esistono ancora solo nel cuore dei fan più appassionati e di lunga data ma è evidente che i 65mila di questa sera andrebbero difficilmente fuori di testa per un eventuale ripescaggio di “The Figurehead”. I presenti, variegati per look ed età ma neanche troppo (i cinquantenni battono decisamente tutti gli altri e ad un rapido colpo d’occhio è evidente come io stesso sia uno dei più giovani) sono accorsi qui nella speranza di ascoltare i singoli di successo e, probabilmente per molti è stato così, rivivere un pezzo della loro gioventù (era sicuramente il caso delle quattro signore inglesi che avevo di fianco, completamente ubriache e solo parzialmente interessate a ciò che accadeva sul palco).

THE CURE by Pooneh Ghana

Naturale che la band abbia deciso di accontentarli: si parte con “Plainsong” e “Pictures of You”, qualche problemino di audio per fortuna subito risolto, un Robert Smith sorridente e compiaciuto che prima di attaccare fa una smorfia al sole che in quel momento si trova ad avere proprio in faccia, come se fosse un vampiro di altri tempi. Effettivamente fa strano vedere la band alla luce del giorno ma d’altronde qui le regole del coprifuoco sono strettissime e non c’era altra soluzione percorribile.
Arrivati al terzo pezzo, l’elegantissima e ultra collaudata “High”, risulta evidente come il gruppo sia in palla ed entusiasta di essere lì. Girano tutti che è un piacere e ogni singola canzone ha impatto notevole, con tutte le sfumature sonore al posto giusto, un gioco di chitarre notevole e il solo
Simon Gallup (con questo nuovo look a capello lungo un po’ stempiato che lo rivela finalmente per l’età che ha) che ha spesso il suo basso troppo sparato fuori.
Per il resto,
Reeves Gabrels è il solito mostro alla chitarra, Roger O’Donnell fa un egregio lavoro con le sue tastiere e anche Jason Cooper è fantastico alla batteria. Smith, lo abbiamo detto, è rilassato e completamente a suo agio. I problemi di voce che avevano pesantemente inficiato il tour del 2016 appaiono finalmente risolti e questa sera canta che è una meraviglia, eseguendo con noncurante disinvoltura anche i passaggi più complicati.

È un concerto celebrativo, dicevamo. E questa sera celebrazione vuol dire anche festa, concetto che viene realizzato tramite un viaggio sereno e a tratti gioioso attraverso i momenti più fortunati e conosciuti della loro immensa discografia. “Lovesong”, “In Between Days”, “Just Like Heaven”, “The Walk”, “Push”, “A Night Like This”, “Lullaby”, “Close to Me”, “Why Can’t I Be You?”, “The Caterpillar” e ovviamente “Friday I’m in Love” (“Ok, non è il giorno giusto ma pazienza!” ha detto Robert al momento di suonarla, provocando un boato enorme, come se la gente aspettasse ormai solo quella): i singoli di successo li hanno fatti praticamente tutti, rendendo questa setlist telefonata, certamente, ma anche veritiera. Lo dicono del resto i titoli delle 29 canzoni suonate nell’arco di queste due ore e un quarto, scelte appositamente per lanciare un messaggio particolare: la band che oggi compie 40 anni è una band che ha saputo scrivere brani che sono ormai parte della cultura Pop. Hanno scelto di rappresentarsi così, davanti alla folla di Hyde Park e pur con tutte le riserve del mondo, bisogna dare atto che è stata una scelta solida e coerente. Chissà, per ascoltare le rarità probabilmente avremo altre occasioni.

THE CURE by Pooneh Ghana

Non c’è comunque solo l’aspetto radiofonico da greatest hits: nel corso della serata c’è spazio anche per “Play for Today” e “A Forest”, ancora gelide e stranianti come lo erano ai tempi in cui vennero registrate. Poi l’aggressività nevrotica di “Shake Dog Shake”, l’ariosa epicità di “From the Edge of the Deep Green Sea”, con una prestazione vocale letteralmente da brividi, le inquietanti sfumature orientali di “If Only Tonight We Could Sleep”, probabilmente vertice assoluto della serata dal punto di vista musicale. E ancora, una “Never Enough” forse superflua ma ben eseguita e una splendida versione di “Disintegration”, apparsa più cupa del solito, con cui si è chiuso il main set.
Sarà stato anche un concerto ordinario ma è stato meraviglioso, inutile girarci intorno. Con una sorpresa finale, oltretutto: quando le ultime note di “Boys Don’t Cry” sono svanite nell’aria, Robert Smith prende la parola, ringrazia tutti, ribadisce che è stato strano suonare sotto il sole (anche se l’ultima mezz’ora ce la siamo goduta al buio) e che, se all’epoca dei primi dischi gli avessero detto che quarant’anni dopo sarebbe stato ancora vivo, non ci avrebbe mai creduto. E poi pronuncia qualche frase su come la band fosse ai suoni inizi, quando suonavano ancora negli scantinati. “Suonavamo questa roba qui”: e partono in rapida successione “Jumping on Someone Else’s Train”, “Grinding Halt” e “10:15 Saturday Night” (per questa era effettivamente il giorno giusto). Tutte suonate con uno spessore e una potenza sconosciuta agli esordi (e anche un bel po’ più veloci, mi è parso) ma con lo spirito dell’epoca assolutamente intatto, tanto che, ascoltandole ora, si rivelano nuovamente per quei capolavori che erano già e si capisce perché quel gruppo di ragazzini sarebbe stato destinato al successo.

A chiudere tutto, come a voler lasciare un’ulteriore ragione per cui questo concerto dovrà essere ricordato, ecco arrivare pure “Killing an Arab”, il primissimo singolo del gruppo, ormai molto raramente proposta (anche per i significati politici che, nel frattempo, questo brano tratto da “Lo straniero” di Camus e che di politico non ha mai avuto nulla, ha inevitabilmente assunto). E quando parte il pezzo e inizio a saltare entusiasta, pesto un piede alla ragazza vicino a me, mi fermo per scusarmi e un tizio mi afferra per le spalle e mi dice sorridendo: “Amico, non ti devi scusare!”. Scenetta divertente che fa capire molto bene lo spirito di quegli ultimi minuti.
“Ci vediamo molto presto!”, si sono congedati così, alla fine. Pare ci siano già piani per un tour nei festival la prossima estate. Speriamo: quarant’anni sono tanti ma il modo in cui questa band è invecchiata non ci fa per nulla venire voglia di vederli smettere.

EDITORS by Pooneh Ghana
EDITORS by Pooneh Ghana
GOLDFRAPP by Pooneh Ghana
Ph. Tom Hancock
THE CURE by Tom Hancock
Ph. Tom Hancock
THE CURE by Tom Hancock

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