Intervista e live report curati da Luca Franceschini, immagini sonore di Salvatore Vitale

Il Roam Festival inizierà stasera con gli Slowdive e non ci verrebbe in mente un modo migliore per dare il via alle danze di questa meravigliosa rassegna di concerti nel cuore di Lugano. La band inglese ha deciso di tornare a fare concerti già quattro anni fa ma ha dato un nuovo senso al concetto di “reunion” realizzando un disco che è la prosecuzione di quel percorso interrotto bruscamente 23 anni prima, come se non fosse davvero passato tutto quel tempo e con un suono, un’attitudine e una consapevolezza che appaiono totalmente aggiornati. È proprio questo il bello: che non c’è bisogno di chiedersi che cosa sarebbe successo se non fossero improvvisamente arrivati gli Oasis a spazzare via il sogno dello Shoegaze. Nel panorama musicale di oggi c’è posto per tutti e forse mai come in questi anni le etichette contano poco o addirittura nulla.

Per cui anche gli Slowdive possono girare il mondo e radunare ogni volta numeri importanti nei luoghi dove suonano, senza troppo preoccuparsi di essere o meno di moda.
Riesco a parlare con Neil Halstead solo alla sera, perché la giornata è stata dura e dopo il soundcheck hanno giustamente voluto concedersi una nuotata nel lago che si trova giusto a due passi dal luogo dove è stato allestito il Roam.
Nonostante manchi poco meno di mezz’ora all’inizio del concerto, il chitarrista appare rilassato e totalmente disponibile a rispondere alle mie domande. Così, dopo aver prelevato un paio di birre dal frigo del backstage, ci mettiamo comodi ed iniziamo a parlare. Chiacchierata breve ma, come potete vedere qui sotto, non sono mancati spunti per fornire una fotografia esaustiva di quello che questa band è attualmente e dell’immagine che è intenzionata a dare di sé.

Partirei chiedendoti del vostro ultimo disco. Dall’uscita di “Slowdive” è passato più di un anno e quindi direi che adesso avete una diversa prospettiva da cui poterlo guardare. Lasciami dire, intanto, che lo considero un album bellissimo, che ha reso il vostro ritorno uno dei più credibili, se parliamo di band del passato che si sono riformate dopo molto tempo…
Ti ringrazio. Ti dirò che siamo molto contenti da come il disco è stato accolto in giro. Abbiamo suonato tanti concerti in questo periodo ed è interessante perché abbiamo l’impressione che ormai le canzoni di questo disco siano parte indelebile del tessuto dei nostri live set, si mescolano perfettamente col materiale più vecchio. In generale, comunque, direi che abbiamo imparato a conoscere questi pezzi molto più di prima, ci sentiamo molto più a nostro agio nel suonarli dal vivo, sono entrati di diritto all’interno del nostro processo di scrittura. È anche normale che sia successo ora perché, prima di essere registrati, nessuno di questi brani era stato portato sul palco. Siamo contenti, direi: abbiamo appena vinto un American Indipendent Music Award nella categoria “Best Album” e la stessa cosa credo stia per accadere in Germania. È bello vedere tutte queste cose che stanno accadendo, il modo favorevole con cui la gente ha accolto il disco… ci stiamo anche divertendo tantissimo a suonare in giro, è davvero un’esperienza piacevole, anche se penso che a partire da metà settembre ci prenderemo una pausa! In ogni caso, è bello vedere posti nuovi, incontrare gente nuova… ci sentiamo totalmente parte di quel che sta accadendo nel 2018 nel mondo della musica, direi…

Parlando dei concerti: vi ho visti tre volte dall’uscita del disco e devo dire che siete sempre stati fantastici…
Ti ringrazio.

Quello che mi colpisce di più è l’insieme, il paesaggio sonoro che di volta in volta riuscite a creare, come se tra di voi ci fosse ormai un’intesa perfetta. Non sono mai riuscito a vedervi dal vivo prima di questa reunion, per ovvie questioni anagrafiche, ma ho come l’impressione che suoniate molto meglio adesso che trent’anni fa… tu cosa dici?
Non saprei dirti se è veramente così. Voglio dire, non è facile per noi dire se oggi suoniamo in maniera differente rispetto a quando eravamo ragazzini. Sicuramente la strumentazione è molto diversa, non usiamo più gli stessi effetti, gli stessi pedali e cose così. Allo stesso tempo, però, sentiamo che le cose non sono cambiate. Anzi, quando ci siamo riuniti per la prima volta, la sensazione che abbiamo avuto tutti è stata proprio che non fosse cambiato nulla rispetto a trent’anni prima. C’era la stessa urgenza, lo stesso entusiasmo di creare questi suoni di chitarra massicci, lo stesso impeto di mettere in piedi i brani… per cui non spero davvero come rispondere alla tua domanda… Probabilmente la grande differenza è che, prima di internet, era più difficile avere a disposizione delle registrazioni live, di conseguenza la maggior parte delle testimonianze risalenti a quel periodo hanno una qualità sonora decisamente grezza (ride NDA)! Questo, probabilmente contribuisce a plasmare il giudizio per cui siamo meglio ora! Ad ogni modo, l’importante per noi è divertirci e sentire che stiamo facendo esattamente quello che vogliamo fare. E questo succede in quasi tutti i concerti: alcuni non vengono fuori così bene ma la maggior parte sì, quindi siamo contenti.

Ho notato che in questo tour tendete a suonare più o meno sempre la stessa setlist. Posso chiederti come mai? Avete parecchie belle canzoni in repertorio che sarebbe bello tirare fuori. In particolare, mi stupisce che “Just For a Day” sia un disco così trascurato: ne suonate praticamente un pezzo solo…
E’ vero. Sai, all’inizio ci siamo subito immaginati quali avrebbero dovuto essere le canzoni che ci avrebbe fatto più piacere suonare, quelle che avrebbero funzionato meglio e molte di queste provenivano da “Souvlaki”. Abbiamo pensato anche al primo disco, ovviamente: oltre a “Catch the Breeze” ne abbiamo provate un altro paio ma, semplicemente, ci siamo accorti che non suonavano come avremmo voluto che suonassero e così abbiamo lasciato perdere. E poi ci è anche mancato il tempo: ci sarebbe piaciuto, per esempio, suonare molte più canzoni da “Pygmalion” ma ci avremmo messo parecchio di più a prepararle perché quel disco non lo abbiamo mai portato in tour. E poi sentivamo anche l’esigenza di suonare il materiale nuovo, una cosa che ci interessava molto di più che rispolverare i pezzi vecchi.

Prima hai detto che vi sentite parte di quello che sta accadendo nella musica del 2018. Mi sembra un’affermazione molto interessante: da una parte si potrebbe dire che siete fuori tempo massimo, visto che suonate un genere (chiamiamolo pure “Shoegaze”, se permetti) che non è certo più al centro dell’attenzione. Dall’altra parte è vero però che col ritorno vostro e di altre band di quel giro, come Ride e My Bloody Valentine, si sia in qualche modo ricreato un nuovo interesse per questa scena, tanto che probabilmente anche gente che non c’era all’epoca ha avuto modo di avvicinarsi a voi…
Non abbiamo mai veramente pensato al nostro suono, a fare un disco che risultasse attuale. L’unica nostra preoccupazione è stata quella di scrivere un disco che ci piacesse veramente. Quando abbiamo pubblicato i primi due, eravamo connessi a quel che di particolare stava accadendo in Inghilterra ma anche da altre parti. Oggi non c’è una vera e propria scena che possa chiamarsi “Shoegaze” ma allo stesso tempo vedo che ci sono molte band che sono accomunate dall’avere le chitarre in primo piano, molte tastiere ed un suono in qualche modo psichedelico ma anche vicino al Kraut Rock. In un certo senso, la gente ora è molto più aperta, ascolta parecchi generi differenti e allo stesso tempo le band incorporano più influenze. È una cosa che mi piace molto. Sai, la cosa che ci ha più sorpreso quando ci siamo riuniti è stato di quanta gente giovane venisse ai nostri concerti! In questo senso, ti dicevo che ci sentiamo parte di quel che sta accadendo nel 2018. Non siamo solo roba per vecchi shoegazers nostalgici (ride NDA)!

Qualche settimana fa vi ho visto a Londra assieme ai Cure, nella grande festa organizzata per il loro quarantesimo anniversario. Che cosa ha rappresentato per voi prendere parte a quell’evento, assieme ad altre band della vostra generazione oppure più giovani ma comunque accomunate da un certo tipo di estetica?
E’ stata una cosa enorme. Tutti noi siamo cresciuti col mito dei Cure, era una band a cui ci siamo sempre sentiti molto legati. Quando uscì “Disintegration”, mi rendo conto che influenzò tantissimo il sound di “Just For A Day”, molto di più di quanto lo avessero fatto gruppi come Cocteau Twins o My Bloody Valentine. Per cui è stato bello essere lì, è stato un onore essere chiamati a partecipare a quella giornata e poi vedere suonare i Cure, che hanno fatto un bellissimo concerto…

Anche se è stato parecchio strano vedervi suonare sotto il sole cocente…
Già, faceva veramente un caldo mostruoso (ride NDA)!

Qualche anno fa sei andato in tour assieme a Mark Kozelek, io stesso ebbi occasione di vederti a Milano, credo fosse il 2015. Hai qualcosa in programma per il futuro che si discosti dagli Slowdive? Che so, suonare ancora con lui o resuscitare i Mojave 3…
Con Mark siamo molto amici, è sempre bello andare in giro con lui e poi sono un grande fan delle sue canzoni, credo sia il più grande songwriter che ci sia oggi sulla piazza! Sicuramente mi dedicherò a qualcosa di mio in futuro, recentemente mi sta interessando molto la musica elettronica e credo che mi muoverò in questa direzione per il mio secondo disco solista, che prima o poi ho in mente di pubblicare. E se lui mi vorrà, sarò sicuramente contento di suonare altri concerti con Mark…

Da ultimo, immagino che questa degli Slowdive non sia una reunion estemporanea: dici che dobbiamo aspettarci un nuovo album, prima o poi?
Probabilmente sì. Non vogliamo correre troppo ma neppure aspettare ancora altri vent’anni! Ci siamo trovati bene a fare questa cosa, ci stiamo divertendo per cui credo che a settembre ci prenderemo una pausa, come ti dicevo e poi l’anno prossimo ci ritroveremo e cercheremo di capire come stiamo e se avremo voglia di scrivere un nuovo disco…

L’affluenza è piuttosto buona, quando i cinque salgono sul palco e attaccano le prime note di “Slomo”. Come sempre stupisce l’altissima qualità dei suoni che riescono ogni volta ad avere. Persino in prima fila, dove mi sono posizionato, si sente benissimo e si distingue ogni dettaglio.
Per il resto c’è poco da dire: la performance è, al solito, di livello assoluto, tanto che non è esagerato affermare come oggi, probabilmente, gli Slowdive siano tra i gruppi con la migliore resa live nel panorama contemporaneo. Il fulcro di tanta bellezza risiede indubbiamente nell’intreccio tra le chitarre di Neil Halstead e Christian Savill, con le melodie che vanno di volta in volta a disegnare, semplici ma straordinariamente evocative. Rachel Goswell, sempre sorridente, pare il ritratto della solarità, mentre la voce si fonde magnificamente in quella dei Neil e accompagna gli altri ora alla chitarra, ora alla tastiera. Compatta e precisa è anche la sezione ritmica, con l’accoppiata Simon Scott/Nick Chaplin, autentico cuore pulsante di questa bellissima macchina da concerti.
È un’unica, gigantesca ondata di bellezza che ci invade per un’ora e venti, talmente intensa da passar via in un attimo, talmente abbagliante che a tratti si può solo rimanere immobili, a contemplare in silenzio.
“Catch the Breeze”, “Alison”, “When the Sun Hits”, “Sugar for the Pill”, “No Longer Making Time” sono gli episodi più sognanti e celestiali; l’atmosfera si fa invece più cupa ed onirica quando con “Avalyn” e “Slowdive” si ripercorrono i terreni dell’ep d’esordio; fino ad arrivare all’apoteosi totale di “Golden Hair”, la cover di Syd Barrett registrata ad inizio carriera e da sempre parte fondamentale dei loro live set: ipnotica all’inizio, con la voce di Rachel quasi a sussurrare chissà quali verità nascoste, un’esplosione di colori e suoni nel finale, dilatato fino all’inverosimile, l’occasione in cui l’intera band ha sprigionato la sua massima potenza esecutiva, in un momento di totale sinergia.


È l’ultimo pezzo del main set e, sinceramente, per una volta non si sente nessun bisogno di bis, tanta è la perfezione a cui abbiamo assistito. Il pubblico però giustamente non ne vuole sapere di andare a casa e rumoreggia incessante finché il gruppo non riappare sul palco. Due brani ancora: la raramente eseguita “Don’t Know Why”, dal nuovo album (quindi alla fine un piccolo cambio nella scaletta c’è stato) e la stra collaudata “40 Days”, da quel “Souvlaki” che è probabilmente l’apice ancora non eguagliato del quintetto.
Si va a casa con la netta sensazione che Neil Halstead poco prima ci abbia detto qualcosa di vero: gli Slowdive non sono dei reduci dagli anni ’90 e non sono neppure la magra consolazione per coloro che non sono in grado di orientarsi in questo nuovo millennio musicale ormai inoltrato. Gli Slowdive sono una band contemporanea. La convinzione con cui reggono il palco e la bellezza del loro nuovo materiale non lasciano dubbi in proposito. Il conto alla rovescia per il prossimo disco è già iniziato.