Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Alessandro Pedale

Il progetto M¥SS KETA non è più un qualcosa che si possa liquidare a cuor leggero. Non solo per il livello delle collaborazioni che ha messo insieme (Riva, Populous, Clap! Clap!, Bot, Rocco Rampino tra i produttori; Birthh, Adele Nigro e gli Zeus tra gli artisti che hanno partecipato alla realizzazione dell’ultimo disco) ma anche perché il concept, l’immaginario che sin dall’inizio ha scelto di veicolare, si sta rivelando un po’ più complesso di quel che si poteva pensare all’inizio.

Per la verità era facilmente immaginabile: per quanto brani come “Milano Sushi e Coca”, “In gabbia”, “Burqa di Gucci” e “Le ragazze di Porta Venezia” (i primi quattro singoli usciti) fossero sfacciati, eccessivi e volgari, sia nei testi che nei video che li accompagnavano, era evidente che la cosa non poteva esaurirsi lì.
Tra gente che ha gridato allo scandalo ed altri che l’hanno velocemente catalogata come l’ennesima versione di progetti demenziali tipo Il Pagante, l’idea era che nessuno avesse colto che cosa ci potesse essere dietro davvero. Non ha aiutato, o piuttosto ha elevato il senso di mistero, il modo con cui la protagonista del progetto, o se non altro la sua immagine pubblica, ha deciso di presentarsi: occhiali da sole, mascherina sempre calata sulla faccia, un rifiuto categorico di declinare le proprie generalità, l’abitudine a rilasciare interviste infarcite di provocazioni, boutade e costruzioni romanzesche, M¥SS KETA ha giocato da subito con la creazione di un personaggio, con l’idea, tipicamente Glam, che la maschera, l’identità fittizia, si sovrapponga alla vera personalità dell’artista fino ad arrivare, in casi estremi, a sostituirla.

Non a caso, subito dopo l’uscita del disco, dichiarava così a Noisey, durante una delle sue poche interviste “serie”: “Una cosa che mi piace tantissimo nell’uso della maschera è che come nel teatro greco chi indossa una certa maschera, chiunque sia, diventa quel personaggio. E ai concerti comincio a vedere ragazze con gli occhiali da sole e la mascherina, è una cosa inaspettata ma che secondo me coglie tantissimo il punto. A Roma c’era una ragazza “in maschera” che mi assomigliava anche un po’ fisicamente, e dopo il concerto era circondata da gente che le chiedeva di fare foto. Mi piace pensare che tutti possano essere M¥SS KETA, che voglia dire qualcosa, di certo qualcosa che va al di là di me.”
Nessun dubbio che sia così. Nel suo mettere in mostra un immaginario di lusso sfrenato, di serate a base di alcol, droga e sesso, di fondere insieme icone dell’ambiente mondano come Donatella Versace o Massimo D’Alema (quest’ultimo è pure andato a trovarla prima di un concerto e si sono fatti una foto insieme) con personaggi da cronaca nera come Annamaria Franzoni e Olindo e Rosa, nell’ostentare adorazione per Fabrizio Corona o il Gabibbo, nell’utilizzo di immagini altamente provocatorie come un ipotetico Burqa di Gucci, la ragazza mascherata, oltre ad avere un evidente intento satirico, vuole probabilmente buttarci in faccia una scomoda verità: il Trash, a noi italiani, piace eccome. L’infilata di quelli che lei stessa definisce “cliché” sembra fatta apposta per tirare fuori la parte peggiore di ciascuno di noi.

“Ditelo una volta per tutte – pare di sentirla dire – fate tutti finta di no, assumete tutti un’aria disgustata, noncurante, ma in realtà volete questo: volete le feste nei bei locali, i vestiti firmati, il selfie con il vip di turno; avete tutti una morbosa attrazione per le tragedie, andate a farvi le foto accanto alla villetta di Cogne, al box di Avetrana, adesso anche al ponte di Genova… siete marci dentro, esattamente come me. Io però, a differenza vostra, non mi vergogno di ammetterlo, sono sincera ed è per questo che canto queste cose, che ve le sbatto in faccia.”
Con “Una vita in Capslock” però, sembra aver aggiunto un ulteriore livello alla questione; una domanda strisciante, che pare aleggi tra le note di canzoni come “Inferno”, “Ultima botta a Parigi” o “Spleen Queen”: ne vale veramente la pena? “L’infinito mi tormenta”, canta alla fine di “Una donna che conta”, brano sospeso su diverse dimensioni temporali, ad inseguire una verità di se stessi che sembra non arrivare mai. Ecco, e se fosse tutto un tentativo per arrivare lì? E se tra una cosa e l’altra, vi fosse il rischio di perdere la propria anima? Sarà per questo che l’ultimo disco di M¥SS KETA, che è poi anche il primo realizzato effettivamente per essere un album vero e proprio, con una sua coerenza musicale e testuale, appare un po’ meno spensierato e un po’ più cupo e riflessivo nelle atmosfere. Come se, a poco meno di due anni dall’inizio del progetto, avesse già cominciato a capire che nulla dura per sempre, che per rimanere sulla cresta dell’onda occorre un incessante lavoro di autoanalisi e di riflessione sulle infinite possibilità dei linguaggi espressivi.

Il concerto però, conserva ancora una bella dose di di glamour e irriverenza. A partire dall’apertura, direi: l’emiliana Cazzurillo ha decisamente shoccato i presenti, con la sua elettronica rumorista e Post apocalittica, le sue vocal urlate e filtrate e un immaginario fatto di visual inquietanti e costumi improbabili. Una proposta estrema, direi fin troppo, che nel finale presenta una qualche parvenza di musicalità, col pubblico che prova anche un po’ a ballare, ma che in generale sembra rivolta solo agli amanti dell’elettronica più sotterranea.
Il set di M¥SS KETA, dicevamo, inizia all’insegna dei vecchi brani, quelli dell’ep “Carpaccio ghiacciato” e del disco compilation “L’angelo dall’occhiale da sera”, sfoderando tutto il suo linguaggio più eccessivo, da “Xananas” a “Servizio in camera”, da “Bastarda da Starbucks” a “In gabbia”, da ” Burqa di Gucci” a, ovviamente, “Le ragazze di Porta Venezia”.
Sul palco con lei, oltre al dj che si occupa delle basi, anche due delle suddette ragazze, che da sempre la accompagnano:
La Chacha e Miuccia Panda la affiancano nelle coreografie, con movimenti semplici ma dall’alto grado di sensualità e bisogna dire che, almeno per il sottoscritto, le due fanciulle costituiscono il principale oggetto di attenzione di uno show che, per quanto divertente, appare però piuttosto statico. Alle loro spalle, i visual sono però ben curati e garantiscono un’ulteriore immersione nell’universo irriverente di Motel Forlanini, come si chiama il collettivo che sta dietro a tutte le produzioni targate M¥SS KETA.

I brani di “Una vita in Capslock” arrivano quasi tutti nella seconda parte: nonostante manchino gli episodi più sperimentali, le varie “Botox”, “Una donna che conta”, “Irreversibile”, “Monica”, la title track ma anche il singolo “You Be”, non incluso nella tracklist del disco, scaldano il pubblico a dovere con la loro cassa dritta e le loro basi aggressive, tra Techno e Fidget House.
La protagonista della serata, dal canto suo, appare perfettamente consapevole dei propri mezzi: non si muove tantissimo, preferendo donare al suo personaggio una sorta di languida ieraticità e lasciando che siano le due ragazze a fare il “lavoro sporco”. Tra una canzone e l’altra, interagisce con il pubblico, con quel tono indolente a cui siamo abituati e pronunciando battute che sono del tutto calate nel suo immaginario. Eppure, quando si ferma a ringraziare, sembra di avvertire tutta la sincera gratitudine di chi ha iniziato quasi per gioco e che ora si trova sorpresa e frastornata da un tale successo.
Lo spettacolo, come dicevamo, non offre chissà che cosa ma le canzoni sono indubbiamente riuscite e risultano perfette per far impazzire il pubblico con i loro efficacissimi slogan in stile vocalist; lei lo sa e non perde l’occasione per farli scandire a tutti, tanto che l’atmosfera si incendia molto presto e rimarrà caldissima fino alla fine, nonostante il concerto si svolga sul palco secondario del
Magnolia, non esattamente l’ideale, vista anche la larga affluenza.

Nel finale, arriva puntuale “Milano Sushi e Coca”, ormai vero e proprio manifesto poetico. Un solo bis in programma: “La scimmia è pazza” che con il suo testo surreale, potrebbe anche fornire una sorta di chiave di lettura di questo progetto: “Camminavo per le strade del web, c’era una scimmia su un alberello; mi dice: “Madame, vieni qui”. Mi salta addosso e mi mangia il cervello, mi morde il collo e mi stacca la faccia, mi svuota la testa e ci si installa. Fatto sta che poi ho messo una maschera. E poi boh, tutto il resto è storia.”
In fin dei conti M¥SS KETA è come un’opera d’arte contemporanea: è inutile dire che fa schifo, che non si capisce, che chiunque sarebbe in grado di farlo, ecc. Il punto è mettersi davanti all’opera senza pregiudizi, accettando quel che vuole comunicare ed il linguaggio con cui intende farlo.
E per quanto mi riguarda, M¥SS KETA, oggi, è un’artista che occorre tenere in considerazione, indipendentemente dal giudizio che poi si voglia dare sulla sua musica.

CAZZURILLO