Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Lino Brunetti

A Milano piove parecchio e quando arrivo al Magnolia l’atmosfera plumbea sembra fare da perfetto corredo al live a cui stiamo per assistere. Pochi minuti prima gli organizzatori hanno pubblicato su Facebook che il concerto si farà al 100% perché stando alle previsioni, il cielo non avrebbe scaricato quantità d’acqua tali da mettere in difficoltà la strumentazione.

E così eccoci qui, uno sparuto gruppo di persone che si aggira poco convinto per gli spazi chiusi del locale, mentre il palco secondario, scelto per ospitare questi ultimi concerti estivi, sembra pronto per l’inizio, pur se nessun musicista pare intenzionato a salirci sopra.
Ci sono gli A Place To Bury Strangers, stasera. Il terzetto di New York ha pubblicato ad aprile “Pinned”, il suo quinto album, stemperando un po’ la propria usuale brutalità, nascondendola parzialmente dietro tessiture Wave ed aperture melodiche impensate fino a pochi anni fa. Un lavoro interessante, non il migliore della loro carriera (a mio parere “Worship” rimane inarrivabile) ma comunque in grado di aprire prospettive inedite all’interno di un percorso artistico che avrebbe forse rischiato di rimanere imprigionato nei luoghi comuni (perché va benissimo essere definiti “La band più rumorosa del mondo” ma alla fine non sono solo quello e loro lo sanno perfettamente).

NUMB.ER

Nel frattempo la pioggia pare essersi fermata e con una buona mezz’ora di ritardo, i Numb.er fanno il loro ingresso on stage. Il quintetto di Los Angeles, capitanato dal giovane Jeff Fribourg, ha pubblicato a maggio il suo primo disco, “Numbers” e dopo pochi istanti capiamo perché Oliver Ackermann e compagni li hanno voluti in tour con loro. Suoni secchi, gelidi, suggestioni Wave e Post Punk per brani spigolosi e allo stesso tempo avvolgenti, la voce di Jeff totalmente immersa nel Wall of Sound delle chitarre, il Moog da lui suonato a fungere da inquietante tappeto.
Sono giovani ma non sembrano per nulla inesperti: nella mezz’ora abbondante del loro set ci danno dentro senza timori reverenziali, riescono a smuovere a dovere un pubblico ancora un poco intirizzito, strappando applausi a ripetizione e facendo andare su e giù diverse teste. Il loro repertorio, peraltro, è già piuttosto maturo e nonostante qualche soluzione un po’ ingenua e ripetitiva, hanno dimostrato di avere tutte le carte in regola per costruirsi una carriera di livello. Gran bella scoperta.
Tempo una ventina di minuti ed ecco gli A Place to Bury Strangers. L’inizio è degno di loro: musica diffusa che si interrompe bruscamente, la band che sale sul palco quasi di corsa, l’attacco di “We’ve Come So Far” sparato a volume assurdo, ad interrompere ogni dialogo, a terminare ogni distrazione e a dichiarare senza mezzi termini: “Stasera non ne uscirete vivi.”.


Il trio, che ha sempre nel chitarrista e cantante Oliver Ackermann e nel bassista Dion Lunandon il suo nucleo portante, ha da poco cambiato un componente, con Lia Simone Braswell a sostituire stabilmente Robi Gonzalez dietro le pelli, dopo che nel precedente tour il suo posto era stato occupato da John Fedowitz.
La potenza sprigionata è pazzesca, tanto da  sembrare incredibile che siano solo loro tre sul palco. Le aperture dell’ultimo disco paiono dimenticate, non solo perché i brani di “Pinned” suonati questa sera non occupano uno spazio rilevante (“Situation Changes”, “There’s Only One of Us” tra i pochissimi proposti) ma anche perché la brutalità delle esecuzioni, la violenza nichilista che ogni episodio sprigiona è assolutamente identica a quella dei vecchi tempi. Menzione particolare per la nuova arrivata, vero motore inarrestabile di questa macchina distruttrice, fondamentale anche nelle seconde voci, che qui arricchiscono parecchio il tessuto armonico dei vari episodi.
“Mind Control”, ”Fill the Void”, “Drill It Up”, “Dead Beat”, “Deeper”, si susseguono inarrestabili una dopo l’altra, mentre le luci fredde lasciano spesso intravedere solo le sagome dei musicisti, che si muovono indiavolati su e giù per il palco, con gli strumenti maltrattati, lanciati in aria e gettati per terra a più riprese, quasi ad incarnare materialmente questa distruzione.
È un caos multiforme, ragionato e geometrico, che denota esperienza e padronanza di mezzi, un livello di scrittura che non si limita ad esplorare solo i territori del Noise, per abbracciare influenze che vanno dal Punk allo Shoegaze, al Post Punk.

A metà concerto, come sono soliti fare già dallo scorso anno, Lia Simone imbraccia una piccola arpa ed accompagnandosi con essa esegue un pezzo non meglio identificato, che suona come un Folk straniante ed allucinato, dopodiché Oliver e Dion scendono in mezzo al pubblico portandosi dietro una consolle con un piccolo mixer; qui, in un’atmosfera surreale, con la gente che si stringe loro contro in un mare di telefonini, si danno ad una Jam totalmente senza senso, dove basi Techno Noise accompagnano i vocalizzi urlati e filtrati di Oliver, mentre Dion ad un certo punto sale su una cassa per sottolineare di più il momento. È un break consistente, di circa venti minuti, divertente anche se forse non proprio indispensabile, e nel finale i due vengono raggiunti da Lia Simone, che prende il microfono e si lancia in una serie di vocals high pitched, mentre Oliver se ne torna sul palco.
Tempo ancora tre canzoni ed è finito tutto: un’ora e poco più ad altissimo livello ma forse un po’ troppo corto, anche considerando che con una proposta del genere non si può andare avanti per troppo tempo.
Gli A Place To Bury Strangers si riconfermano una live band per eccellenza. Duri, estremi, sicuramente non per tutti. Eppure, vi sfido a non trovare dell’autentica bellezza in mezzo a questa incessante cascata di rumore. Chi se li fosse persi, preghi solo che ritornino in fretta…

NUMB.ER
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