Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Alessandro Pedale

Francesco Bianconi stasera è più loquace e rilassato del solito. Dopo aver esaurito la lunga lista di nomi da ringraziare (comprensibile, visto che è l’ultima data del tour) ed illustrato qualche retroscena sull’ultimo brano della serata, “Spaghetti Western”, una ghost track che, a suo dire, quasi nessuno all’epoca era riuscito a trovare sul disco, e che ora è alla sua prima esecuzione in assoluto, si fa scappare una frase a suo modo significativa: “Ci prenderemo una lunga pausa, adesso; e ricordatevi sempre che contano solo due tempi, nella vita: il presente e il futuro. Il passato ha rotto i coglioni!”.

Ironico per una band che ha appena finito di suonare interamente il proprio disco più famoso, per festeggiarne i dieci anni dall’uscita. Ironico ma in un certo senso giustissimo: si è trattato di una data sola, al termine di un tour lunghissimo che li ha visti portare in giro un disco, “L’amore e la violenza”, che strada facendo è diventato un doppio (un po’ superflua la seconda parte ma glielo perdoniamo) e che, almeno per chi scrive, ha saputo riportarli ad alti livelli dopo i passi falsi degli ultimi anni.


Motivi per essere presenti ce n’erano molti, stasera ma per me, al di là dell’importanza e dell’esclusività dell’evento, c’era soprattutto una questione affettiva: “Amen” è il disco con cui ho iniziato a seguire i Baustelle, “Amen” è uno dei miei dischi italiani preferiti di sempre e sentirmelo tutto dal vivo nell’arco di una sera rappresentava una tentazione a cui era impossibile resistere. In più, per motivi che ancora oggi non mi spiego, dieci anni fa non ero andato a vedere nessuna data del tour di supporto, ragion per cui molti degli episodi in scaletta non li avevo mai sentiti dal vivo.
Ma al di là delle mie ragioni, che sono decisamente superflue, “Amen” rappresenta un disco importante per i Baustelle stessi. Lo dirà Francesco più volte dal palco ma lo sappiamo bene anche noi. L’esplosione commerciale era già arrivata con “La malavita”, il primo disco con Warner, l’ultimo del sodalizio artistico con Fabrizio Massara, un lavoro ispiratissimo ma, almeno per quanto mi riguarda, inferiore ai due precedenti, quasi costruito con l’idea di far compiere ai suoi autori il salto di popolarità che inseguivano da tempo. Per carità, è un disco splendido, ci sono dentro canzoni simbolo della loro identità ma a mio parere quel che è venuto dopo è stato nettamente migliore. “Amen” è un capolavoro perché se ne frega delle classifiche ed esplora a tutto tondo. È sì capace di costruire perfetti inni Pop (“Charlie fa surf” vale da sola una carriera ma anche “L’aeroplano” e “Colombo” non sono da meno) ma ha tutto un lato sperimentale, a metà tra l’orchestrale e l’elettronico, che potrebbe essere visto come una versione più densa ed artisticamente compiuta di quelle scorribande sonore tentate nei primi lavori, geniali nell’approccio ma non sempre felici nell’esito.

È il disco di una band che, paradossalmente, proprio mentre perdeva la sua più importante mente creativa, realizzava il disco più completo del suo percorso, dove riusciva ad infilare ogni singolo aspetto del proprio sound, producendo un qualcosa di largamente sfaccettato ma anche di decisamente omogeneo.
Le OGR festeggiano il loro primo compleanno e l’evento a cui stiamo per assistere è importante anche per questo: in un paese dove i locali per suonare dal vivo sono sempre di meno, che un posto così affascinante, esempio perfetto di riconversione di un’area industriale, sia stato adibito per ospitare concerti e mostre d’arte, non può che essere una notizia che fa bene. Ci ero già stato a maggio, in occasione di un altro evento unico, l’esibizione dei New Order assieme a Liam Gillick e confermo quel che pensai allora: posti così belli in Italia ce ne sono veramente pochi.
Quando arriviamo la fila per entrare è già lunghissima e arriva fino alla strada: l’apertura della sala principale è prevista per le 21 ma sono in tanti a voler conquistarsi le prime file. Un rapido colpo d’occhio sul pubblico in attesa (alla fine si conteranno 2500 persone, per un sold out largamente annunciato) rivela un’età media non più così bassa. I Baustelle sono cresciuti e la stessa cosa hanno fatto i loro fan, inutile meravigliarsi. Piuttosto, è interessante e anche un po’ triste, constatare come non vi sia stato un ingente ricambio generazionale: ad un’osservazione generale (quindi potremmo anche sbagliarci) la maggior parte dei presenti ha comprato “Amen” quando è uscito e probabilmente seguiva la band anche da prima.

D’altronde però è così per tutto: le giovani generazioni oggi sono molto più concentrate sulla contemporaneità e il passato lo fruiscono fino ad un certo punto, basta vedere i numeri degli streaming da Spotify per rendersene conto.
Si inizia poco dopo le 22, in una sala gremita in ogni ordine di posti ma grande abbastanza da essere vivibile. Sul palco arriva per prima Rachele Bastreghi che si mette al piano e suona il breve giro di note di “E così sia”. Viene raggiunta dagli altri, che si uniscono a lei, sviluppando per alcuni minuti un tema che in origine durava solo pochi secondi. È l’ideale per far crescere l’attesa, per alimentare la tensione; quando Francesco Bianconi fa il suo ingresso, il boato del pubblico è liberatorio. La musica si ferma e l’attacco di “Colombo” risuona poderoso, dando di fatto il via alle danze.
Non c’è nessuna concessione alle riletture o alle rielaborazioni di sorta: la scelta è di riprodurre il disco dall’inizio alla fine, seguendo l’ordine originale della tracklist. Il punto quindi non è sorprendere ma ripercorrere insieme quella che è forse la tappa più importante della storia della band. E non è neppure un lasciarsi andare ai ricordi, tentazione comprensibile, in questo tipo di operazioni. Il punto invece, è piuttosto godere di un’ora abbondante di musica ad altissimi livelli, celebrando un gruppo che dieci anni fa ha pubblicato un disco del genere ma che poi è andato avanti, sviluppando un discorso artistico coerente, indipendentemente dal fatto che piacciano o meno le cose che ha fatto dopo.


Sul palco funziona tutto come al solito: Claudio, Rachele e Francesco davanti, affiancati dalla stessa formazione allargata che li segue da anni, di cui Diego Palazzo, Alessandro Maiorino e il fratello di Francesco, Ettore, sono veri e propri veterani.
Non ho assistito al tour di “Amen”, come ho detto, ma sono abbastanza sicuro che la versione che ci viene proposta questa sera sia decisamente superiore a quella del 2008 (dove pure si videro dei bei live, a detta di chi c’era). I nostri hanno imparato a suonare, Francesco ha imparato a cantare e la presenza di cinque musicisti eccezionali sul palco offre possibilità impensabili agli esordi.
Ecco perché a colpire è soprattutto la pulizia di esecuzione, la potenza e la profondità dei suoni, valorizzate anche dall’ottima resa acustica della sala (peccato solo per i volumi bassi, ma mi hanno spiegato che per una ragione strutturale andavano tenuti così).
Rispetto alle date canoniche de “L’amore e la violenza”, non c’è più il muro di Synth a fondo palco ma uno schermo che proietta visual e immagini fisse, in un allestimento molto meno colorato e luminoso del precedente (tanti i momenti dove sono i colori scuri a prevalere) ma ugualmente affascinante, in linea con il concept del disco che viene suonato.

L’impatto generale è potente, profonda la stratificazione sonora, con i sintetizzatori a riprodurre fedelmente le parti orchestrali ma sono le chitarre a trovarsi in primo piano. Anzi, la cosa che colpisce di più è proprio questa, che la componente elettronica, significativa nella versione in studio, appaia qui più sacrificata, a favore di una rilettura elettrica dei diversi brani. Lo si vede soprattutto in “Baudelaire”, molto più dritta e molto più rock nell’andamento, oppure in “Panico”, una delle tracce più sperimentali, che qui assume una forma più regolare, con il ritornello al centro, dovutamente valorizzato. Anche “Dark Room” funziona benissimo in questa nuova veste: archi in evidenza e Rachele come sempre in grande spolvero a cantarla a centro palco.
L’impressione è dunque che il gruppo abbia donato a queste canzoni una veste più spontanea e più rock: la chitarra di Claudio Brasini sparata a tutto volume ci offre peraltro un interessante elemento di riflessione, se pensiamo che lui stesso aveva dichiarato ai tempi di essere rimasto sempre un po’ defilato, al servizio dell’insieme ma meno protagonista del solito, essendo quello un disco molto poco chitarristico (non a caso Bianconi lo aveva assemblato quasi tutto con Garage Band). Ecco, riproponendolo dieci anni dopo, i nostri sembrano aver in qualche modo recuperato la forma canzone e provato a rivedere quei brani mettendo le chitarre in primo piano. Il risultato, lo abbiamo detto, è davvero affascinante. Tra la superba botta di energia del trittico di apertura, con “Colombo”, “Charlie fa surf” e “Il liberismo ha i giorni contati” (“Canzone molto più attuale oggi rispetto a quando è stata scritta”, ha detto Francesco, e in questo sono assolutamente d’accordo), l’intensità di “Alfredo”, che in questa veste languida e lievemente dimessa, perde tutta la componente di sarcasmo per trasformarsi semplicemente in un ricordo commosso di quel lontano fatto del giugno 1981. E poi ancora “Antropophagus”, un’altra bella botta di energia, con Francesco che la introduce dicendo che a suo parere, Milano è cambiata in meglio, rispetto a quando ne aveva, con quel pezzo, illustrato la duplice natura di degrado e ostentazione radical chic.


Rachele, che negli ultimi anni è cresciuta al punto da tenere per mano la band in più di un’occasione, incanta tutti con “Aeroplano” (già protagonista delle scalette della prima leg di questo tour, ora però riportata al suo arrangiamento originario) e “La vita va”, dove raggiunge probabilmente il vertice interpretativo della serata. E ancora, “L’uomo del secolo”, sottovalutatissima ma in realtà uno dei più bei pezzi Pop Rock mai scritto da Bianconi. E ovviamente il finale, con la band lasciata finalmente a briglia sciolta, quasi libera di improvvisare nella strumentale “Ethiopia”, che sfocia in modo fluido nella commovente “Andarsene così”, tre minuti perfetti, di pura sospensione.
Non era mia intenzione farlo ma è andata a finire che li ho dovuti citare tutti, questi pezzi. Tanto potente è stato ripercorrere questo album da cima a fondo, godendo di ogni singolo brano, godendone la bellezza come se fosse la prima volta, meravigliati del fatto che ciascuno di essi rappresenti un tassello indispensabile di un grande mosaico.
Cosa succederà adesso ai Baustelle, non è dato di sapere. Si è parlato di una lunga pausa, come ho detto all’inizio, indiscrezioni raccolte all’uscita paventano addirittura uno scioglimento. Non so se sarà così (sinceramente erano molto più contenti che commossi) ma è indubbio che questa sera il gruppo toscano ha saputo rendere omaggio al passato senza retorica e in maniera credibile, realizzando probabilmente uno dei concerti più belli della sua carriera (sicuramente il più bello di quelli visti dal sottoscritto).
Di sicuro non li vedremo per un po’. Qualunque cosa accada, Francesco Bianconi ha ragione: il futuro è l’unica cosa che conta.