Articolo di Luca Franceschini e immagini sonore di Alessandro Pedale

Quest’anno l’Ohibò di Milano ci sta regalando emozioni a raffica. È vero, c’è il palco basso e si sta stretti però la birra è buona, si trova sempre parcheggio e, particolare non da poco, la resa sonora è il più delle volte buona, se non addirittura ottima. Ragion per cui, gira e rigira, almeno una volta la settimana mi capita di essere lì. Quindi, vero che di posti per suonare nel nord Italia ce ne sono pochi, ma non la farei neppure così, tragica, ecco.

Nello specifico, mettere insieme nella stessa sera Leo Pari e dellacasa maldive significa soprattutto farci toccare con mano l’ottimo stato di salute del Pop nostrano, nella sua declinazione presente e in quella futura.

Riccardo Dellacasa si è affacciato alla carriera solista quasi in punta di piedi, dopo le esperienze con Wemen (non ancora ufficialmente conclusa, comunque) e Verano. “Genova” e “Davide”, i due singoli finora pubblicati, anticipazione di un disco che uscirà nei primi mesi del nuovo anno, parlano un linguaggio fresco e immediato, con melodie dal piacevole gusto retrò e ritornelli dalla grande forza comunicativa.

Dal vivo convince ancora di più: sul palco sono in quattro e, nonostante il sound morbido e avvolgente delle tastiere, è evidente che la loro forza principale stia nel fatto di essere una vera e propria live band, che suona tutto con strumenti tradizionali e fa poco affidamento sulle basi.

dellacasa maldive

Riccardo è simpatico e scanzonato, suona chitarra, tastiere e canta con disinvoltura, mettendoci solo qualche secondo di troppo nel presentare i brani (è simpatico ma non molto comunicativo, diciamo così). L’insieme però funziona benissimo: si capisce che il quartetto condivide un’amicizia, oltre che le assi del palcoscenico, il loro affiatamento è evidente, il tiro non manca e ci si muove volentieri. Delle dieci canzoni suonate, oltre ai due singoli e alla cover di “Italove”, un brano dell’artista brasiliana Emmanuelle, registrato assieme ai Soulwax, con la diretta interessata presente sul palco a cantare, le restanti sono sette pezzi inediti che andranno presumibilmente a comporre la scaletta del disco e che si muovono su coordinate Art Pop, molto anni ’80 nelle sonorità, ammiccanti e divertenti nel gusto melodico. Teniamoli d’occhio perché assieme al disco dei Coma_Cose questo potrebbe essere la grande sorpresa del 2019…

Il cambio palco è rapido, il locale si era già riempito notevolmente durante gli ultimi brani del set di Dellacasa. Il tempo di uscire a fumare una sigaretta e quando rientriamo Leo Pari è già sul palco, intento a scatenare il pubblico sulle note di “Montepulciano”. L’artista romano negli ultimi anni è andato incontro ad una bella mutazione genetica. Sarà forse perché ha aiutato sul palco i Thegiornalisti, dove si è occupato delle tastiere e delle seconde voci (era con loro anche la sera precedente a Vigevano, data zero del nuovo tour) ma gli ultimi due lavori, “Spazio” e soprattutto “Hotel Califano”, denotano un cambio di rotta piuttosto radicale, almeno dal punto di vista degli arrangiamenti, col cantautorato “battistiano” degli esordi infarcito di casse dritte e basi Dance.

Il concerto segue esattamente questa linea: accompagnato da un dj che si occupa di tutta la parte musicale, Leo si agita sul palco con look tamarrissimo, enfatizzando ancora di più il momento. Il clima è più da serata in discoteca che da concerto vero e proprio, il locale è imballato per bene e l’entusiasmo è a mille. Certo, le volte in cui dirige il microfono verso il pubblico per farlo cantare e in sottofondo si sentono nitidamente le voci guida in base, risulta inevitabile interrogarsi su quanto ci sia di genuino, in una performance del genere e se, data l’indubbia qualità delle canzoni e del performer, non fosse lecito pretendere almeno due o tre elementi suonati.

Al di là di tutto, l’ora scarsa che viviamo in compagnia dell’artista romano è decisamente divertente, sarebbe inutile negarlo. La scaletta privilegia ovviamente i pezzi dell’ultimo disco, ironici, a tratti demenziali, ma anche sorprendentemente acuti nel modo in cui mettono in luce la difficoltà odierna di comprendere che amare un’altra persona vuol dire necessariamente rinunciare ad una parte di sé, o comunque concepire se stessi in rapporto ad un’alterità che, per forza di cose, sarà sempre diversa da quel che ci aspettiamo. Da questo punto di vista, canzoni come “Giovani playboy” o “Dirty ti amo”, rivelano una maturità di fondo che solo apparentemente fa a pugni col loro ritmo scanzonato. Sempre vincenti anche episodi più datati come “Bacia brucia ama usa” e “I piccoli segreti degli uomini”, mentre vengono sorprendentemente tralasciate “Ave Maria” e soprattutto “DYO”, brano che ha dato addirittura il nome ad una linea d’abbigliamento curata dallo stesso Pari. In scaletta anche due brani nuovi, “Pilates” e “Twingo”, quest’ultima suonata nel finale subito dopo “Mina” ed anch’essa incentrata sulla nostalgia per un mondo che non esiste più (Leo è mio coetaneo quindi su certe cose lo seguo bene, anche se magari io rimpiango un po’ meno, ecco).

dellacasa maldive

Una bella serata, in definitiva. Qualche punto interrogativo su Leo Pari dal vivo rimane (acuito dal fatto che, con tutto il repertorio che ha, si è ridotto a suonare due volte “Venerdì”, l’ultima delle quali come bis) ma per il momento facciamo che va bene così, dopotutto è uno che di suonare è capace eccome, si tratta solo di vedere se avrà voglia di cambiare il modo di presentare la sua musica. Nel frattempo, se vi siete persi “Hotel Califano” e non avete pregiudizi, potete anche provare a dargli un ascolto…