Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Lino Brunetti

I meccanismi del music biz non sono più razionali, almeno negli ultimi anni. Non voglio addentrarmi in una disamina di quali dovrebbero essere i motivi e i criteri per cui un disco o un artista dovrebbero avere successo ma è indubbio che in questi tempi, data la mole di roba in uscita ogni settimana, la qualità non è per forza l’unico requisito indispensabile per suscitare l’attenzione del pubblico.

Tutto questo per dire che è un po’ strano che Dogviolet, il debutto della britannica Laurel, sia passato sotto silenzio dalle nostre parti. Eppure gli ingredienti giusti ci sarebbero, a partire da una voce importante, una scrittura semplice ma incisiva, un piglio rock efficace ed una produzione grezza ma sufficientemente “pulita” da renderla idonea per i passaggi in radio.

POLLY MONEY

Adesso dirò pure una vaccata memorabile ma, detto sinceramente, non trovo una differenza così marcata con una Florence Welch, per dire, che da anni riempie le arene con un repertorio raramente memorabile.
Eppure, almeno qui in Italia, questo disco lo hanno considerato in pochi. Tanto che, il tentativo di portarla da noi per due date, Bologna e Milano, è stato eroico ma non so quanto coronato dal successo.
L’Ohibò in effetti non è quello delle grandi occasioni ma alla fin fine importa poco: i presenti sono ben motivati ed entusiasti, tanto che già il set di Polly Money, chitarrista nella band della stessa Laurel, è vissuto con applausi e concentrata partecipazione. La ragazza suona una manciata di canzoni sue, per la verità non eclatanti, giusto per preparare il terreno all’attrazione principale della serata.
La bionda inglese si presenta addirittura qualche minuto prima dell’orario fissato (mi hanno detto che hanno chiesto di anticipare la loro esibizione, probabilmente erano stanchi dal lungo tour) assieme alla sua band di tre elementi: formazione classica con chitarra, basso e batteria, con l’altra chitarra suonata da Laurel stessa. Niente tastiere, niente basi. L’impatto è profondamente rock classico, direi quasi Old School (fa ridere usare quest’espressione associata ad un suono che non ha mai cessato di essere di moda però forse adesso non è così fuori luogo) e il risultato è che i pezzi del disco passano attraverso un trattamento che li rende molto più ruvidi, privi di quella componente Pop che invece risaltava nella versione in studio.

Il risultato è particolarmente spartano e da un certo punto di vista non rende giustizia al sound dei pezzi. Dall’altra parte però, il gruppo tira parecchio e nonostante qualche sbavatura lo spettacolo è gradevole. Laurel, da parte sua, è affabile e molto comunicativa: interagisce spesso coi presenti, gestisce benissimo un problema tecnico con la sua Gibson, che di fatto la costringe ad interrompere un brano per cambiarla, ma viene supportata alla grande dal suo bassista, che intrattiene i presenti con una serie di parolacce in italiano imparate da una sua ex. Tra una canzone e l’altra, ringrazia in continuazione lo sparuto ma affezionatissimo gruppo di fan (tantissimi gli applausi, per una partecipazione davvero intensa) e racconta qualche aneddoto divertente, come l’abbuffata di pasta che si sarebbe fatta quella sera a cena. È un clima caldo ma allo stesso tempo raccolto, dove le esecuzioni vengono seguite attentamente senza chiacchiericci fastidiosi e filmati molesti al cellulare.


Il set è molto breve, purtroppo, appena dieci brani per una quarantina di minuti scarsi. Diciamo però che, dato il contesto e dato che il repertorio della ragazza londinese non è infinito, tale concisione ha avuto anche un suo senso e non ha pesato poi eccessivamente nell’economia del concerto (anche se certo, una “Fire Breather” l’avrei sentita volentieri).
I brani di peso ci sono tutti: dopo l’iniziale “San Francisco”, tratta dal repertorio pre “Dogviolet”, il resto del percorso ha visto in primo piano i brani del disco, con le bordate di “Lovesick”, “All Star” e “Same Mistakes”, le più raccolte “South Coast” e “Sun King” (quest’ultima eseguita in solitaria) e le irresistibili, potenziali hit, “Life Worth Living” e “Adored”, che, suonata come bis, ha avuto il compito di chiudere tutto.
Concerto eccellente, dunque, che ha avuto i suoi unici punti deboli in una band non sempre all’altezza, complice qualche sbavatura e dei suoni un po’ sporchi, e una Laurel leggermente imprecisa in alcuni passaggi (alla fine del concerto, salutandola, mi ha detto che non stava benissimo, può darsi dunque sia dipeso da questo). Per il resto, tra canzoni e live, Laurel ha tutte le carte in regola per essere proiettata verso il grande successo. Di questi tempi non si può mai dire ma glielo auguriamo davvero.

POLLY MONEY