Intervista di Luca Franceschini

Riccardo Dellacasa non è un nome nuovo, per chi bazzica da tempo l’ambiente dell’underground italiano. Già bassista dei Wemen e poi in forza alla live band di Verano (il progetto di Anna Viganò, ex Officina della camomilla), il polistrumentista varesino ha iniziato da diverso tempo a comporre canzoni da solo. È passato dall’inglese all’italiano, ha trovato i componenti giusti e ha creato dellacasa maldive, un monicker che unisce la suggestione semantica del suo cognome all’immaginario esotico di un luogo che ha da sempre rappresentato la fuga dal caos informe della realtà quotidiana.
Per il momento sono usciti solo due singoli, “Genova” e “Davide”, ma la freschezza retro del loro sound e la bellezza cristallina delle melodie sono state sufficienti a farmi innamorare di questo progetto. Così, qualche giorno prima di testarne la resa dal vivo all’Ohibò di Milano (occasione privilegiata per ascoltare qualche altro pezzo), ho raggiunto al telefono Riccardo che, in procinto di recarsi alle prove, mi ha raccontato qualche interessante retroscena degli inizi e mi ha svelato cosa succederà in futuro.

Raccontami qualcosa di te, giusto per iniziare. So che facevi altre cose ma non ho ben chiara la genesi di questo progetto…
In realtà è tutto molto semplice e naturale. Sono Riccardo Dellacasa e per la prima volta ho deciso di mettere in piedi un progetto dove ci metto la faccia. La cosa è nata così: da ormai otto anni suono il basso in una band chiamata Wemen. Negli ultimi due o tre anni però, capitava spesso che il lunedì, uno dei giorni fissati per le prove, queste saltassero, un po’ per imprevisti, un po’ per impegni degli altri ragazzi. Io avevo voglia di suonare per cui finiva che mi ritrovavo in camera mia a provare giri di chitarra, di basso e ci mettevo sopra dei testi in inglese. Poi è successo che ad aprile di quest’anno ho terminato di suonare dal vivo con Verano: abbiamo passato insieme due anni ed è stata un’esperienza interessante perché per la prima volta mi sono trovato a lavorare con un’artista che cantava in italiano: è stata per me una nuova sfida, un nuovo esercizio su cui impratichirmi. È successo quindi che ho ripreso i pezzi che avevo iniziato tre anni fa, ci ho messo sopra dei testi italiano e nel mentre ho continuato a scrivere cose nuove.
Un bel giorno, quando avevo fatto il mio demo di tre, quattro tracce e l’avevo caricato su Soundcloud, mi sono detto: “Ok, suono con Verano, suono con Wemen, però mi piacerebbe provare a suonare questi pezzi con una band”. Per cui metto questo annuncio su “Villaggio Musicale”: “Cantante cerca band per brani inediti”. Inserisco varie informazioni sulle mie influenze, sulla mia strumentazione e dopo un po’ ricevo un messaggio da questo ragazzo di Roma, Edoardo. Parlando, viene fuori che a tutti e due piace Ariel Pink, Connan Mockasin… mi aveva colpito molto che una persona che non avevo mai visto né sentito avesse dei gusti così simili ai miei, per cui a gennaio 2017, dopo sei mesi in cui ci eravamo solo sentiti per telefono o via mail, mi invita a Roma, mi fermo una settimana e registriamo undici pezzi, a casa della nonna di un suo amico, nel rione Monti: una cosa molto spartana, insomma! Lui è un polistrumentista come me ma è molto più bravo, più attento a tutto ciò che è relativo alla registrazione. Tra questi pezzi che abbiamo fatto c’erano anche “Genova” e “Davide”, che sono poi i due singoli che sono usciti finora. Dopo aver registrato ho rivisto Gianluigi Fazio, autore e produttore, che era mio vicino di casa quando abitavo a Varese. Gli faccio sentire questi due brani, gli piacciono e decidiamo di lavorare insieme. Così abbiamo coinvolto anche lui nel progetto e quello che si può sentire è il prodotto di questo sforzo combinato. È nato comunque tutto dalla necessità e dalla sfida: avevo voglia di mettermi in gioco facendo qualcosa di nuovo e ho avuto la fortuna di trovarmi bene con questa persona che ho beccato a caso!

Come vi siete divisi l’apporto creativo? Hai scritto solo tu i pezzi o ti ha dato una mano anche Edoardo?
Tutti i brani, testi, parti di chitarra, tastiere (a parte il Juno che è roba di Edoardo), batteria e quant’altro, li ho composti io. I pezzi sono miei, sono nati nella mia cameretta, come ti ho detto. Poi è chiaro che nel momento in cui ci siamo trovati, li abbiamo riregistrati insieme però io non riesco a fare i provini solo con chitarra e voce: piacendomi molto la musica, mi metto lì, provo in continuazione e alla fine va pure a finire che li arrangio!

A giudicare dai due pezzi che sono usciti, la tua proposta è molto particolare: è un bel Pop di stampo classico però è anche molto ricercato, non privo di un certo gusto retrò…
Sono pezzi che, pur cantati in italiano, conservano un sound molto internazionale, derivante dal fatto che io ho sempre ascoltato gruppi inglesi. Solo adesso, in quest’ultimo periodo, mi sono avvicinato un po’ alla musica italiana, però a quella del passato non a quella odierna. I riferimenti che senti arrivano o da fuori Italia (e qui sono anche contemporanei, non potrebbe essere altrimenti) mentre per quanto riguarda gli italiani si va da Lucio Dalla a Battiato, a Battisti, alla Berté, a Enzo Carella e tanti altri di questo tipo. Quello che c’è nel nostro suono deriva quindi dall’insieme di tutti questi fattori: dall’amore per l’Afro Beat che si può riconoscere nella maniera di concepire le linee di basso, che sono dei loop ripetitivi che però fanno muovere, sono caldi, sono semplici ma neanche più di tanto; oppure dalle chitarre dilatate, che possono denotare un ascolto che arriva da fuori, da New York, dalla Londra dei Sixties…

Come lo suonate tutto questo, dal vivo?
La formazione è classica: Dario alla batteria, Edoardo alla tastiera, Davide al basso e io chitarra e voce, con un bel po’ di tastiere, cantiamo tutti quanti e ci ascoltiamo bene sul palco! La band, un po’ come tutto, è venuta fuori per caso: Dellacasa fa le robe in casa, abbiamo registrato un po’ a caso, e quindi va avanti così! È successo che Davide, il nostro bassista, è un nostro collega di lavoro, aveva una band, arriviamo entrambi dalla provincia di Varese, quindi ci conoscevamo da tempo. Di Edoardo ti ho detto, delle nostre frequentazioni sui siti porno musicali (risate NDA), mentre Dario ha studiato batteria con Andrea, il batterista dei Wemen e Andrea me l’ha consigliato come un bravo ragazzo, colto ma non scassacazzo (risate NDA) e quindi ho pensato che fosse proprio quello che volevo.

Anche il monicker che ti sei scelto è piuttosto curioso…
Una sera ero a suonare a Genova con Verano e dopo il concerto, caricato il furgone, i ragazzi sono andati a dormire ma io non avevo sonno anche perché a Genova non ci andavo da un sacco di tempo, volevo fare due passi, ero abbastanza irrequieto. Così ad un certo punto sono capitato nella zona del porto, sono andato a passeggiare su di un pontile e nell’ombra vedo un ragazzo che mi chiede una sigaretta e così, tra una cosa e l’altra, attacchiamo bottone fino all’alba.

Ho capito, è lo stesso che ha ispirato l’idea di “Davide”, giusto?
Esatto, è lui. Mi racconta che cosa aveva fatto durante l’estate, di cosa avrebbe voluto fare quell’anno, poi mi parla della sua ragazza, a cui teneva tanto ma con cui c’era un rapporto problematico… insomma, da quella notte lì mi sono arrivati un sacco di input a cui ho ripensato parecchio, dopo il nostro incontro. Poi, mentre ci salutavamo, visto che si era parlato di posti da visitare, mi fa: “Ma sei mai stato alle Maldive?”. È un nome che è rimasto lì, a risuonarmi nella mente per parecchio tempo; lo trovo anche un nome molto eloquente: io sono Dellacasa e i pezzi sono nati tutti nella mia cameretta, Maldive invece è un nome che subito mi è piaciuto. Mi sarebbe piaciuto suonare in una band che si chiamasse Maldive ma mi sarebbe sembrato come di ricalcare un’onda. Alla fine, unendo i due nomi ho trovato un qualcosa di molto sincero e anche molto speciale.

Mi hai fatto venire in mente una cosa che dice Pavese, mi sembra nei “Dialoghi con Leucò”,  che i discorsi più veri che facciamo, li facciamo con gli sconosciuti…
Mi piace parlare con gli sconosciuti, non ho mai nessun pregiudizio rispetto alle persone che ho davanti. È un po’ come una sfida, l’idea di iniziare a fare qualche cosa di nuovo nella vita quotidiana, un po’ come iniziare a cantare in italiano. Il fatto di non avere nessun preconcetto verso il prossimo e quindi parlarci, cercando di capire se ci sono dei punti in comune con lui, soprattutto se arriva da altre parti d’Italia o addirittura da un altro paese…

Senti, invece che cosa mi puoi dire del video di “Davide”? L’ho trovato piuttosto diverso, nelle intenzioni e nell’atmosfera, da quello che è il  mood generale del brano, che ne pensi?
Dopo il video di “Genova”, realizzato dalla mia carissima amica Viola Pravettoni, a cui ho dato carta bianca e che ha scelto di animarlo con gli emoji, ho sentito l’esigenza di metterci fisicamente la faccia. Ho trovato Sofia Assori, una laureanda in NABA, conosciuta tramite amici perché lei voleva fare un video ad una band emergente. Mi ha proposto un moodboard che aveva alcuni riferimenti vicini al mio immaginario, mi è piaciuto e le ho dato carta bianca. Però sinceramente, non mi sembra che si respiri un’atmosfera così tanto diversa rispetto al brano. È un video notturno ed il brano è anch’esso notturno. Rispetto a “Genova”, che invece ha dei riferimenti estivi più distesi, “Davide” è un pezzo un po’ più sentito, ma con queste atmosfere un po’ più eighties, un po’ più da club; un po’ più notturne, insomma!

E’ anche un po’ glamour, forse è per quello che l’ho frainteso…
Sì certo, è molto glamour! Io lo trovo poi anche profondamente autoironico: quando verrai sabato a sentirci forse te ne renderai conto; chi mi conosce e vede la mia faccia col vento sotto, due risate se le fa!

Hai fatto uscire due singoli ancora prima che si conoscesse la data di pubblicazione del disco. Vedo che ormai è un sistema parecchio diffuso tra gli artisti, soprattutto i nomi emergenti…
L’idea di uscire con più singoli a distanza di tempo ce l’avevo da un po’ ma io avrei tenuto una tempistica più ravvicinata. Invece, confrontandomi con La Valigetta, che è l’etichetta con cui usciremo sia con il prossimo brano che con il disco, abbiamo cercato di gestire meglio le tempistiche e di dilatare il tutto. Diciamo che più che una mossa studiata, quella di uscire con tre singoli è una necessità: finora abbiamo soltanto pronti tre brani! Durante il ponte dei morti faremo il mix dell’album, che uscirà a febbraio. Ci sarà quindi un altro singolo che uscirà a Natale e poi da quella data fino a febbraio non penso faremo concerti ma ci dedicheremo a suonare per conto nostro prima di buttare fuori il disco. È vero comunque che il trend adesso è quello: guarda per esempio i Coma_Cose, che sono arrivati a nove brani e il disco non è ancora uscito! È bello creare attesa, interesse, è un’ottima mossa. Però magari anche loro volevano vedere quale sarebbe stata la risposta da fuori e anche cosa sarebbe arrivato a loro, a livello di composizione e raccolta di idee. Il fatto di uscire con dei singoli lascia del tempo sia a te come artista, sia alla gente per capire come si sta sviluppando il progetto e che linea potrà prendere. Il disco però rimane un traguardo fondamentale per una band che ama suonare, che si trova bene sul palco. Vedi, ora abbiamo la fortuna di avere delle date per portare in giro questi brani però mi immedesimo anche nel pubblico che conosce solo due canzoni su un concerto da undici o dodici: per carità, lo ascolta volentieri, gli piacciono anche alcuni pezzi ancora inediti però alla fine ne può cantare solo due!

Insomma, mi stai dicendo che niente è cambiato: in tanti dissertano sulla morte dell’album, sulla fine del formato fisico, però poi siamo ancora qui a parlare delle solite cose…
Dipende anche dalla nostra formazione come band: tutti suoniamo in altri progetti, tutti abbiamo già registrato cose, con Wemen ho fatto due dischi, Verano è uscita con un disco, anche se io non vi ho partecipato direttamente. Per noi è fondamentale, per una band che suona fisicamente i propri strumenti, che non si limita a schiacciare dei tasti, come fanno adesso tanti produttori. Quello che facciamo, lo facciamo con gli strumenti che abbiamo, quindi il fare uscire un disco ad un certo punto è un fattore fisiologico, è più che normale. Ti dirò, non vedo l’ora di avere questo disco tra le mani, anche perché sarà un po’ atipico. Molti gruppi recentemente sono usciti con lavori da otto pezzi, non molto più lunghi, mentre noi ne faremo uno “completo”, per così dire. Questo proprio perché ci piace suonare.

E’ strano perché in questi ultimi anni l’offerta di band si è moltiplicata, escono tanti gruppi nuovi ogni mese, alcuni anche bravissimi, eppure un numero altrettanto grande sparisce nell’indifferenza generale. Non faccio nomi però nelle ultime settimane mi è capitato di constatare con amarezza che due band che amo molto, non hanno assolutamente i numeri per andare avanti, stanno producendo qualcosa che non sposta fisicamente nulla, che è come se non esistesse. Per cui alla fin fine sembra quasi che le ragioni per cui si raggiunge il successo non sempre abbiano a che fare con la qualità della musica. Era vero vent’anni fa, ma adesso lo sembra ancora di più…
Sicuramente è cambiato il modo di ascoltare musica ed è cambiato il modo di essere musicisti. Non penso che a Lucio Dalla, pace all’anima sua, fregasse qualcosa di Instagram, probabilmente non l’ha mai visto! Invece noi ci ritroviamo in un’epoca, in un momento storico in cui l’immagine è tutto, per cui non puoi limitarti ad essere solo un musicista e a fare il disco più bello del mondo, devi essere anche bravo a comunicare, bravo a farti il video, bravo a fare le foto… il musicista vorrebbe solo suonare, non vorrebbe occuparsi di tutto il resto però deve farlo! Però scusa, cos’è che mi chiedevi esattamente?

Non era proprio una domanda: mi chiedevo se non ci fosse il rischio di bruciarsi, nel fare un disco che potrà anche essere bellissimo ma che nessuno forse vedrà mai, e questo per motivi che non c’entrano niente col tuo valore…
Eh sì, in effetti può capitare. Proprio per questo bisogna essere bravi con tutto ciò che gira attorno alla musica. Come hai detto tu, c’è davvero così tanta roba in giro che si è creata una sana competizione che però non si gioca più solo sul piano strettamente musicale ma anche su come sei vestito, per dire.

Che poi non è che in passato funzionasse diversamente, per certi versi. La differenza è che forse prima si diceva che se eri bravo, arrivavi comunque, adesso invece non è più così…
Non basta quello, certo. Poi diciamo che non devi neppure fare troppi calcoli a tavolino: se ti metti a fare la copia di Calcutta o di Cosmo, solo perché loro stanno andando, entri in un circolo che non finisce più! Ci sono già loro che sono bravi, non occorrono gli imitatori! 

 

Photo credit: Alessandro Pedale