Articolo di Eleonora Montesanti

Tobjah, letteralmente “Dio è buono” in ebraico, è il nome con cui Tobia Poltronieri ha pubblicato il suo primo album solista “Casa, finalmente” (aprile 2018) per Trovarobato. La sua musica e le sue canzoni si ispirano alla ricerca di consapevolezza cosmica e universale, senza ancorarsi a un genere o a un movimento specifico. Co-fondatore e anima pulsante del collettivo attivista C+C=Maxigross, è assiduo collaboratore dello statunitense Miles Cooper Seaton (Akron/Family) con cui ha girato l’Europa. È stato scelto da Iosonouncane e Paolo Angeli come apertura per il loro primo tour (marzo 2018) e ha ospitato nel suo album Lino Capra Vaccina, Enrico Gabrielli e Marco Giudici (Halfalib/Any Other). Le sue performance sono un tentativo di ritornare alla purezza e alla vulnerabilità senza condizionamenti esteriori, ponendo musicista e pubblico sullo stesso piano.
Tobjah è uno degli artisti più puri e intensi che mi sia capitato di incontrare. Quest’intervista mi ha regalato un nuovo importante punto di vista: la conquista della semplicità. Auguro a tutti i lettori di trovare la stessa ricchezza.

Casa, finalmente, il tuo primo disco solista è un viaggio di ritorno verso le proprie origini e la propria identità. Quanto è importante perdersi per avere poi, finalmente, l’opportunità di ritrovarsi?
Penso che perdersi dentro sé stessi sia un passaggio fondamentale per potersi perdere dentro il Mondo, ovvero la Vita, quindi vivere. Tornare a vivere. Ho impiegato anni per abbandonare certezze e rigidità che tenevo saldamente avvinghiate a me, attuando una sorta di depurazione dal tossico e dal superfluo, ovvero la cosiddetta “personalità”. Con questo disco credo di essermi sforzato di ripartire da zero. Dalla mia vera essenza, da chi ero prima di subire influenze, condizionamenti, insegnamenti di cui non avevo bisogno e regole che servono a limitarci. Naturalmente è un processo dalla durata ignota e probabilmente infinita. Credo che da parte mia questo sia semplicemente il prologo del primo capitolo, ma sinceramente non sono certo di trovarmi neanche così avanti in questo percorso. Penso, perlomeno, di aver cominciato a lasciar andare molte cose.

Non per caso, infatti, il disco è nato proprio quando eri lontano da casa, durante un tour di piccoli e intimi concerti in cui le canzoni sono nate dal vivo. Ti va di raccontarci quando hai deciso che si sarebbero trasformate in un album?
In realtà quando ho cominciato a capire che dovevo iniziare un percorso intimo ed individuale attraverso l’espressione artistica della musica la prima cosa a cui ho pensato è stata fare un disco. All’epoca, nell’estate 2016, avevo solo delle canzoni in inglese e idee completamente diverse da quelle che ho poi sviluppato per l’effettivo album. Poi iniziando a ragionare sul da farsi ho capito che suonare dal vivo quei brani e quindi “viverli” lontano dalla mia realtà e dalle mie persone, condividendoli nella maniera più diretta possibile con la realtà esteriore ovvero attraverso i concerti, sarebbe stato il modo migliore per rendere quelle canzoni vive. Le persone che mi hanno chiamato a suonare durante quei mesi, che mi hanno appoggiato, o semplicemente ascoltato non hanno idea di quanto siano stati fondamentali per questo disco e quindi per la mia vita.

I brani che compongono Casa, finalmente sono un modo sincero e fuori dal tempo in cui a partire dalle tue vicende personali chiunque può rispecchiarsi. La semplicità, secondo te, è un linguaggio universale?
Ti ringrazio molto per aver evidenziato questo punto, per me fondamentale per l’Arte. Ho cercato di applicare alla mia musica e a questo progetto esattamente quello che hai colto tu nella considerazione di cui sopra. La semplicità è per me assolutamente un linguaggio universale. Credo che questa semplicità sia qualcosa che possiamo trovare scavando dentro la nostra anima raggiungendo così quella parte di noi che ci accomuna agli altri esseri viventi, un’ennesima conferma che siamo tutti uguali e parte della stessa esistenza. Non credo altrimenti che opere arcaiche come le pitture rupestri o statue paleolitiche come le Dee madri riuscirebbero a smuoverci qualcosa dentro, anche senza avere alcuna base culturale in merito a queste opere ma semplicemente osservandole a cuore aperto e a mente libera. L’importante è non confondere ciò che è “semplice” con ciò che è “semplicistico”, “superficiale” o “banale”, seguendo una concezione moderna, questa sì molto superficiale a mio avviso, per cui ciò che non è complesso è per l’appunto banale. Porto l’esempio di una grande artista, ovvero Maria Lai (1919-2013), che se affrontata senza la giusta attenzione può risultare decisamente “naif” nel senso peggiore del termine. Per fortuna la caparbietà e la profondità di questa immensa donna le hanno permesso negli anni di trasmettere il suo messaggio a moltissime persone e a (ri)portare parte del linguaggio comune su quel piano. Un piano arcaico, senza tempo e senza stile, proprio come dici tu.

Per quel che riguarda gli arrangiamenti del disco, ascoltandolo viene spontaneo associarlo a tre macro-generi: folk, spiritualità e psichedelia. Sono tre universi che senti tuoi?
Nel processo di perdita di cui abbiamo accennato sopra la fantomatica questione dei “generi musicali” è una delle prime barriere che ho cercato di abbattere. Per anni sono stato schiavo di questa concezione che tende a catalogare, a limitare e dunque a dividere. Certamente ho ascoltato moltissima della musica a cui accenni, la ritengo fondamentale per la mia formazione. Ma ho cercato per l’appunto di andare oltre i generi, per capire come mai la Musica (come qualsiasi Arte) quando riesce a farmi vibrare qualcosa dentro non ha bisogno di definizioni, al di fuori dell’espressione della propria essenza.

Al tuo disco ha partecipato una considerevole quantità di musicisti che ha dato il proprio contributo all’interno dei brani. Com’è che un disco così personale è diventato un disco corale?
L’idea iniziale da cui sono partito era quella di fare un disco minimale, acustico, registrato da solo in camera, di canzoni in inglese, cantate col registro alto della mia voce. È diventato un disco arrangiato con musicisti che amo tantissimo, per la prima volta di canzoni scritte nella mia lingua madre e cantate con il registro basso della mia voce, la mia vera voce. A rivedere questo percorso a posteriori mi sembra una metafora di come non ci si debba mai prefigurare troppo rigidamente obiettivi e metodi senza lasciarsi la possibilità di cambiare e soprendersi. Credo che il viaggio interiore sia uno dei viaggi più misteriosi ed imprevedibili che si possa intraprendere. Nonostante sia un percorso intimo ed individuale, da solo non ce l’avrei mai fatta, per lo meno in questi tempi e con questi risultati. Ho avuto la fortuna di avere dei trainatori amichevoli e sapienti come gli amici Miles Cooper Seaton e Marco Giudici, che hanno prodotto e guidato questo percorso, non solo, musicale.

Fra le influenze più significative della tua composizione ci sono Joni Mitchell e Milton Nascimeento. Ti va di raccontarci qual è il tuo rapporto con la loro musica e il loro vissuto artistico?
Ho incontrato il disco “Clube da Esquina” di Nascimento & Lô Borges penso attorno al 2016. Da subito quello che mi ha colpito di più è stata l’intensità emozionale della voce che dai primi secondi del disco mi è parso che parlasse dritta al mio cuore. Un’intensità nitidissima di un individuo vulnerabile perfettamente amalgamata ai mille colori degli arrangiamenti vividi dei molti musicisti che vi parteciparono. Scoprii poi che era un disco assolutamente collettivo nonostante fosse a nome di Nascimento e Borges, nato durante un anno e mezzo di lavoro in una casa sulla spiaggia (a Praia de Piratininga). Diciamo che il lavoro collettivo mi è molto affine. Ed era la conferma che se è vero che volevo un disco “solista” non lo volevo “solitario. Joni Mitchell invece è da sempre fonte di grande ispirazione per me, sin da quando da piccolino sognavo la West Coast degli anni ‘60. Quando ho poi superato la mitologia di quell’epoca, e ho approfondito il suo personaggio e la sua visione in costante evoluzione, mi ha donato grande energia spronandomi a non fermarmi mai e ad andare oltre. Non ultimo il fatto che in quanto donna non ha sicuramente avuto vita facile in un mondo che non incoraggia assolutamente le donne ad esprimersi liberamente. Che sia il mondo musicale o quello della società in genere. Il suo disco “Hejira”, che prende il nome da una migrazione di Maometto dalla Mecca a Medina, è nato completamente on the road.

Il tuo disco è accompagnato da una delle prefazioni più autentiche e commoventi che abbia mai letto: si tratta di una lettera che tuo padre ha scritto al Tobia bambino più di 25 anni fa. E’ evidente che, seppur in forma diversa, racchiude le stesse emozioni e priorità di cui parli nelle tue canzoni. La famiglia ha e ha avuto un ruolo importante per te in questo ritorno a casa?
Grazie per il complimento e dell’osservazione. La forza di quella lettera, così diretta ed essenziale nell’essere colma solamente d’Amore, è secondo me la conferma di ciò che dicevamo sopra a riguardo della semplicità. Ci sono concetti e principi che vanno oltre la forma, il tempo ed il gusto. Non credo che quelle parole possano lasciare indifferenti. Ho visto persone piangere di fronte a me nel leggerla la prima volta. La famiglia, la mia famiglia al completo (i miei genitori, mio fratello, mia sorella e le mie due nonne), è stata parte integrante di questo processo nel permettermi di staccarmi da essa per raggiungere una piena libertà che mi ha fatto capire ed apprezzare meglio quello che mi hanno donato ed insegnato. In fondo credo sia anche questo amare. Questo disco è ispirato e dedicato alle mie nonne Bice e Diana. Nonna Bice ha avuto un impatto fondamentale nello spingermi a prendere una direzione più sincera e consapevole quando mi ha detto che non capiva perché cantassi in una lingua non mia.

Mi ha colpito molto uno degli scopi per cui hai voluto mettere a disposizione la tua esperienza rendendola semplice, universale, a portata di tutti. E’ perché sei tu stesso ad avere fame di storie, perché credi che ognuno possa imparare qualcosa dall’altro. In un periodo storico così tanto individualista, in cui troppo spesso ci si dimentica che siamo tutti esseri umani e si teme e incolpa chi è diverso, ciò acquisisce un valore fondamentale. Raccontare storie per cercare di salvare il mondo. Come la vedi come missione (collettiva)?
Grazie anche per questa domanda e questa riflessione. Il punto è proprio questo. Raccontare storie per salvare il mondo è la nostra missione. Per nostra intendo di tutti, perché ognuno può curare gli altri in primis curando sé stesso, lo credo fermamente. Lo hanno teorizzato e approfondito grandi personalità ben prima e meglio di me.

Se la tua musica avesse un colore, quale sarebbe? E un odore? E un sapore? Perché?
Sin da bambino il mio animale è stato la volpe, con il suo manto rossastro, quasi arancione. Per me l’arancione ha sempre significato vitalità, calore e avventura. È sempre stato il mio preferito e ci associo queste emozioni. Quando ho suonato per la prima volta da solo a Sassari un ragazzo ha disegnato una piccola volpe durante il mio concerto, che poi mi ha donato a fine serata senza che ci fossimo mai visti prima. Quella sera ho conosciuto una persona che da allora accompagno. Quella sera forse sono riuscito ad essere veramente una volpe, anche solo per pochissimo. L’odore sarebbe quello del bosco la mattina presto. Il sapore quello dell’antunna.

Cosa c’è nel tuo futuro artistico più immediato? (Progetti, idee, concerti, …)
IIl 1° febbraio concluderò finalmente questo ciclo cominciato esattamente due anni fa il febbraio 2017. Per poi inspirare e cominciare un nuovo ciclo che non vedo l’ora di condividere.