R E C E N S I O N E

Articolo di Stefania D’Egidio

Pochi giorni fa gli Skunk Anansie hanno pubblicato un doppio album live che celebra i 25 anni di carriera della band, ripercorrendone le tappe fondamentali, dai tempi dello Splash Club di King’s Cross fino ai giorni d’oggi, conservando immutata quella carica di adrenalina che li ha sempre contraddistinti. La prima volta che mi sono imbattuta nella band era il lontano 1994, facevo l’ultimo anno di liceo, a pochi mesi dall’esame di maturità, mi sembrano passati secoli: erano appena arrivati i cd, ma noi compravamo ancora le musicassette da un celebre ingrosso di Bologna, non esisteva internet né c’erano gli mp3, se volevi ascoltare le novità dovevi stare come me sintonizzato sulle frequenze di Rai Stereo Notte, di nascosto dei genitori, perché l’indomani si andava a scuola e a mezzanotte dovevamo essere tutti sotto le coperte, altro che musica! E così indossavi il tuo bel pigiamino, salutavi tutti, ti chiudevi in camera e a mezzanotte in punto sotto il piumone, ma con le cuffie per non farti sgamare.

Quella sera passavano questo gruppo multirazziale, in Italia ancora sconosciuto, originario di un quartiere allora malfamato di Londra, King’s Cross, adesso un posto per fighetti, capitanato da una ragazza dalla voce graffiante: era una versione dal vivo di Charity, storia di un amore finito male; mi colpì subito Skin, in primis perché allora di donne che facevano rock non ce n’erano molte, forse giusto lei e Dolores O’Riordan, altro mio idolo: erano gli anni del Britpop, gruppi bianchi maschili, abbastanza uniformati nel look e nelle influenze; poi per il particolare timbro di voce, ancora adesso unico nel suo genere. Nel Bel Paese sarebbero esplosi solo qualche anno dopo con Hedonism. Sembra ieri, ma sono passati ben venticinque anni da allora, non so neanche io come, non ascolto più musica a tarda notte, non ho più il fisico per farlo, tranne quando si va a qualche concerto; ora basta un semplice click per ascoltare tutto in contemporanea mondiale, non c’è bisogno di alcun supporto materiale, perché ormai tutto gira veloce nell’etere, su Spotify o su You Tube, ma ripenso sempre con nostalgia a quei tempi, quando c’era il gusto della ricerca della rarità, quando l’album diventava quasi un feticcio e dovevi sfogliare le copertine per guardare i tuoi miti, leggere i testi delle canzoni, scoprire chi le aveva prodotte e dove erano state registrate.

Chissà se anche gli Skunk Anansie hanno provato un po’ di nostalgia pubblicando questo doppio album dal vivo lo scorso 25 gennaio, uscito per Carosello Records in diverse versioni: doppio cd, cofanetto triplo vinile, con T-shirt e chi più ne ha più ne metta… Copertina accattivante, con una Skin protagonista assoluta, in attillati pantaloni di pelle e con zeppe da vertigini, e registrato durante l’Anarchytecture Tour del 2016, il lavoro ripercorre le tappe fondamentali della band, dagli esordi nei bassifondi londinesi fino ai tempi più recenti.

Si inzia con il botto perché il primo brano è Charlie Big Potato, il pezzo dal sound più cupo, con un inizio in stile Prodigy che lascia piano piano spazio al celebre riff di chitarra, con un’accordatura sotto quella standard per rendere più tenebrosa l’atmosfera, ma di brani ce ne sono ben 26, da quelli scatenatissimi, dal ritmo incalzante, grazie all’onnipresente basso di Cass e alla batteria di Mark Richardson, come Because of You, scritta in pochi minuti dopo la reunion del 2008, o My Ugly Boy, alle ballate dolci e struggenti di Charity, Death to the Lovers e Hedonism. Perché se è vero che fin dall’inizio della loro carriera gli Skunk Anansie sono stati etichettati come una band politica, e loro stessi lo hanno dichiarato in Yes it’s fucking political, in realtà i loro brani appartengono a tutti perché parlano di amore, di rifiuto, di frustrazione, di collera, insomma sentimenti comuni a tutti noi.

Quindi due lati della stessa medaglia, ribellione e romanticismo, che vengono fuori e si esaltano dal vivo ancor più che in studio perché, come dichiarato più volte, è solo quando salgono sul palco che tirano fuori i denti e si sentono vivi. E di soddisfazioni se ne sono tolte parecchie in questi 25 anni: primo gruppo esordiente ad aprire i concerti di David Bowie e U2, primo gruppo multirazziale a suonare in Sud Africa e per l’ottantesimo compleanno di Nelson Mandela, fianco a fianco di gente come Stevie Wonder e Nina Simone, headliners dell’ultimo festival del millennio a Glastonbury, partners di Luciano Pavarotti nel concerto organizzato per il Dalai Lama.

Una presenza scenica indiscutibile, ognuno con una propria forte personalità perché, ricordiamolo, gli Skunk Anansie non sono soltanto Skin, ma anche Cass con il suo basso possente, Ace con la sua chitarra letale e Mark con la sua voglia di sperimentazione alla batteria ed è bastata la pausa che si sono presi dal 2000 al 2008 per far capire loro che insieme sono una squadra invincibile, amici prima ancora che colleghi, You saved me parla proprio di come Skin abbia aiutato Mark ad uscire dalle dipendenze. Un doppio album che non poteva mancare nella mia collezione, pur avendoli visti a Pescara nel 2013, in una serata indimenticabile. Skin, che nelle interviste è sempre molto tranquilla, quando sale sul palco si trasforma in una panterona pronta a divorare il pubblico con i suoi acuti e della pantera ha l’eleganza e l’agilità, non so dove trovi le energie, considerato che anche lei non è più una ragazzina, e poi è di una simpatia contagiosa, che ti entra subito sotto pelle.

Proprio a Pescara esordì parlando in dialetto abruzzese, che è già difficile per noi abruzzesi di ultima generazione, figuriamoci per un’inglese… e nei giorni successivi al concerto giravano voci sul fatto che, dopo lo show, si fosse fatta accompagnare dal suo entourage a mangiare arrosticini e a bere birra sul lungomare, come una qualsiasi turista, non una che ha vinto l’Inspirational Artist Award, tra i premi più importanti e ambiti della discografia inglese; del resto è una che vive con naturalezza il suo successo, tra dj set in discoteca, campagne di beneficenza e campagne a sostegno della comunità LGBTQ+, tanto di cappello… Non so voi, ma io non vedo l’ora di rivederli al Rugby Sound di Legnano il prossimo 07 luglio. Voto 10/10: per tutte le emozioni che mi hanno regalato in questi anni.

Tracklist

01. Charlie Big Potato
02. Intellectualise My Blackness
03. Because Of You
04. I Can Dream
05. Charity
06. My Love Will Fall
07. Death To The Lovers
08. Twisted
09. My Ugly Boy
10. Weak
11. Hedonism
12. I Hope You Get To Meet Your Hero
13. Love Someone Else
14. This Is Not A Game
15. God Only Loves You
16. (Can’t Get By) Without You
17. Secretly
18. Over The Love
19. Spit You Out
20. Yes It’s Fucking Political
21. Selling Jesus
22. Little Baby Swastikkka
23. Tear The Place Up
24. Squander
25. You Saved Me
26. You’ll Follow Me Down (Bonus Track).