R E C E N S I O N E


Articolo di Giovanni Carfì

Ci sono vari colori all’interno del nuovo album dei Mòn, basta osservarne la copertina per poterne immaginare l’effettivo contenuto sonoro. Abbiamo una predominanza di verde e azzurro, ma l’occhio cercando di delineare un’immagine finita, si ritrova a vagare da un punto all’altro scoprendo dettagli nascosti e sfumature: piccole figure umane, fiamme, orsi e piramidi, in una composizione che rispecchia molto ciò che l’ascoltatore si dovrà aspettare.

I Mòn sono una band relativamente giovane, arrivano da Roma e si sono formati nel 2014, producendo due anni fa un primo album dal titolo Zama. L’album venne portato dal vivo in Italia ed Europa per circa una settantina di date, mentre alcuni singoli tra i quali Lungs, con il relativo video, riscossero notevoli apprezzamenti e riconoscimenti particolari.

Per questo secondo lavoro, probabilmente hanno deciso di mantenere l’asticella dell’aspettativa, ad un certo livello, e per farlo si sono concentrati su una ricerca sonora certosina, affidandola alle mani di Giacomo Fiorenza, sapiente regista sonoro di lunga esperienza… e noi ci fidiamo procedendo nell’ascolto.

Guadalupe si compone di dieci tracce, ognuna delle quali aggiunge e sposta l’ascolto su terreni simili ma con lievi sfumature differenti tra loro. Per l’apertura viene scelta Mantis, questa si apre con una marimba, sotto la quale basso e batteria si integrano, facendo da benvenuto alle due voci di Rocco Zilli e Carlotta Deiana, perfettamente sovrapposte in un unicum sonoro. C’è qualcosa di tribale, forse dovuto all’effetto percussivo generale, forse a causa dell’associazione con lo strumento sopracitato, ma poi verso la fine, ecco la sfumatura che ti confonde ed apre verso un’altra traccia.

I suoni sono certamente ben definiti e caratteristici, una sorta di spina dorsale flessuosa, sulla quale di volta in volta si aggiungono o entrano elementi inaspettati sui quali è inevitabile focalizzare l’ascolto. Ne è un esempio il brano Calypso, dove la miscellanea ritmica viene usata per enfatizzare o far esaltare momenti più riflessivi, come nella parte finale dove viene isolato un momento più simile ad una preghiera notturna, con quel ritornello ripetitivo rafforzato dai successivi accordi che lo ricordano; “Mother night, Where’ll you take me? Where’ll you take me? I’ll keep going home”.

Ritmi e ritualità, preghiere e invocazioni, tutto intrecciato e fuso insieme; ecco Laurel, che dopo un inizio ossessivo, aggiunge elementi vocali, più che sonori, creando una sorta di treccia composta a sua volta da altre piccole trecce, nelle quali girano su se stesse le voci, le melodie di chitarra e i tappeti synth. La cosa che colpisce è come il tutto avvenga in modo naturale, senza che l’ascoltatore se ne possa accorgere, questo grazie anche alla batteria che segna il passo e la scelta di non utilizzare incursioni o cambi tempo particolari; una caratteristica che si ritrova anche nelle altre tracce dell’album, eccetto per la traccia Moth dove dopo un crescendo molto fluido, abbiamo questa piacevolissima incursione dal sapore punk, dove anche le voci perdono quella rotondità e pacatezza mantenuta nel resto dei brani.

Così come nella copertina si passa dal sole, alla neve, dal fuoco, alle stelle, si arriva a metà del disco dove ogni piccola sfumatura, ha contribuito a spostare le sonorità di quel tanto che basta per creare una sorta di linea immaginaria tra le prime cinque tracce e le successive. Troviamo più elementi e più sperimentazione; a proposito di “più elementi”, in Crowns si parte con una singola voce, per arrivare a sdoppiamenti/sovraincisioni vocali, synth, crash e chitarre che ne confondono l’appartenenza vocale, con incursioni scream destabilizzanti, che come se niente fosse tornano poi ad essere melodiche, pudiche e rassicuranti, per essere sovrastate nuovamente dal crash della batteria, noise da feedback e quant’altro possa far perdere una direzione o un riferimento; sicuramente uno dei brani più particolari per come è stato strutturato e realizzato.

Menzione particolare meritano i testi, i quali non si discostano molto dalla produzione sonora, ma ne sono l’esatto specchio verbale; anche qui troviamo frammenti, immagini e suggestioni che sfociano in moniti, preghiere o sogni, ma che lasciano una piacevole apertura alle interpretazioni, arricchendone il fascino attraverso questo effetto di incompiuto o non detto.

Anomalie poche, più che altro come dicevamo prima, si tratta di sperimentazioni sonore, IX (che non corrisponde al numero traccia indicato), si apre con una serie di claps che danno il tempo alla batteria che verso la fine del brano, andrà a spostare gli accenti in levare, dando una veste sonora strana rispetto al resto del lavoro, una sorta di colpo di coda in contrasto con l’apparente linearità mantenuta fin qui. Questo nulla toglie ad un disco che risulta essere solido, con delle peculiarità sonore ben precise; non ci sono chitarre o voci i cui timbri vengono stravolti, la batteria gioca fondendosi con altre percussioni, campane, campanacci, clap e scegliendo un timing narrativo perfetto per le voci. Come già detto, queste sono incredibilmente coese, quasi a voler essere un’unico elemento espressivo, forse avrebbero potuto giocare di più con i contrasti, con quelle piccole incursioni di cui sopra, ma di sicuro non ne hanno sentito la necessità, limitandosi (se così si può dire), nel rendere le voci un elemento personalizzante.

L’album si chiude con June, dove la formula è quella già rodata: uno strumento in ingresso, e poi via tutti gli altri, ad incastrarsi, a colorare e a dare il proprio apporto, così come i fiati che danno una venatura ancora differente al brano. Colori frammentati, in contrasto con l’amalgama vocale e sonora, immagini e parole che cadono sicure su un letto in cui sognare ad occhi aperti; una piacevole conferma di come riuscire a mantenere (salvo poche eccezioni), un’identità sonora e stilistica ben definita e centrata.