I N T E R V I S T A


Articolo di Sabrina Tolve

A quasi sette anni da L’Ammazzasette, Il Muro del Canto ha pubblicato a ottobre dell’anno scorso L’amore mio non more, album vibrante e bellissimo di cui trovate la recensione QUI. Nonostante io viva ormai in Irlanda, Il Muro del Canto è uno dei ricordi più cari che abbia della mia vita a Roma, e uno dei legami più forti che abbia con la città eterna: le descrizioni della metropoli, le sue dinamiche, le sue storie di amore e coltello, la sua immensa mitologia fatta di piccole storie di miseria umana, sono puntuali e poetiche, ed esprimono quanto di più grande, fragile e complicato questa città abbia da offrire. Ma come detto altrove, queste storie non appartengono solo a Roma, sono storie che in un modo o nell’altro ci riguardano tutti.
Nei testi, Il Muro del Canto racchiude tutta questa bellezza e delicatezza, con tenerezza e sprezzante ironia. Questi sono i motivi principali per cui, quando ho saputo di poterli intervistare, non ho indugiato un secondo. Questo è quel che è venuto fuori, tra distanza, amore, tempo e ricordi, con il frontman Daniele Coccia.

Sono trascorsi quasi sette anni dall’uscita de L’ammazzasette, e nonostante le innumerevoli storie d’amore drammatiche che ci avete raccontato nel corso degli anni, questa è la prima volta che l’amore si dice immortale. L’album intero è pregno di consapevolezza delle proprie emozioni, dei propri sentimenti, delle proprie rinunce, della propria vita. Quanto siete consapevoli dei cambiamenti avvenuti nella vostra carriera?

Avendo attraversato in prima persona quei cambiamenti dovrei essere quello giusto per risponderti, ma non sono sicuro di avere proprio la consapevolezza di cui mi parli. In tutti questi anni il Muro del Canto è stato un bel sogno, uno di quei sogni che fanno perdere l’orientamento.   Siamo lavoratori e questa nostra passione è andata già molto oltre ogni nostra più rosea attesa, e spesso ci vengono i brividi quando ci rendiamo conto di quanto amore abbiamo raccolto attorno a noi. Forse è questo calore che ci ha fatto cambiare prospettiva ed è per questo che il nostro amore oggi non more più. Ma questa è solo un’ipotesi.

Roma è fondamentale nei vostri testi ed è sempre stata protagonista delle vostre storie, eppure le storie di Roma sono quelle del Paese intero. In Reggime er gioco ci sono dei versi che descrivono benissimo la situazione attuale italiana: Mamma che figli che hai fatto/ Senza più voce senza identità/ E batti li pugni sur petto/ Ce butti l’ossa pe facce sbrana’. Credete che, ad oggi, un cambiamento sia possibile?

In Italia stiamo assistendo a un imbarbarimento civile e culturale senza precedenti dopo il ventennio fascista. Purtroppo è proprio questo il lento e graduale cambiamento che ho percepito con grande rammarico negli ultimi anni.

Stoica è stata definita un po’ la canzone del cambiamento, sia per le influenze musicali sia per la scelta di una canzone tutta in italiano. Ci sono altri brani che si tingono di note non propriamente folk, eppure Stoica sembra aver stupito la maggior parte degli ascoltatori. Ve lo aspettavate?

Speravamo soprattutto che questa potesse piacere perché è una canzone che amiamo davvero tanto e che rappresenta per noi una nuova dimensione ancora tutta da esplorare.

Al tempo del sole, invece, introduce una verve reggae all’album. E il brano è una sorta di canto di lotta, di perseveranza. La scelta è stata voluta o è nata giocandoci su?

La scelta del ritmo reggae è stata per noi una sfida che era nell’aria da qualche tempo e che avevamo sempre evitato per una nostra repulsione un po’ sciocca. Nello scrivere questo brano abbiamo giocato sui contrasti contrapponendo alla solarità della musica un testo crudo e duro e un titolo un po’ misterioso.  Nel ritornello però il nostro intento è di esortare l’ascoltatore alla reazione e alla forza, un po’ come in Stoica.  

In questo album, più dei precedenti, sembra ci sia un richiamo più serio alla ricerca della propria libertà e a quello che essa comporta. È così?

La libertà era un tema fondamentale centrale in Fiore de Niente.  Ritorna anche in questo disco sotto forma di ricerca d’indipendenza e auto-determinazione, forse quello di cui cominciammo a parlare nel disco precedente qui ha preso una forma più concreta e definita.

Cos’è per voi la Libertà?

La libertà è un rompicapo, un’illusione molto delicata dentro la quale ci muoviamo quasi coscientemente. Siamo soggetti a restrizioni brutali fin dalla tenera età e col passare degli anni queste prendono forme ancora più tremende. Sacrifichiamo il tempo della nostra vita per ripetere ciclicamente azioni che ci permettano di guadagnare soldi che vanno quasi ed esclusivamente a beneficio del sistema fiscale. La libertà secondo me è la capacità di muoversi all’interno di questi schemi con una dinamica imprevista che può cambiare la percezione delle cose e magari anche romperne gli schemi. 

Nei vostri testi c’è sempre una sorta di cupezza, o di sofferenza, che aleggia anche quando non estrinsecata. In questo album, però, c’è una dicotomia più netta tra rassegnazione e speranza. Volete parlarne?

Certi giorni ci si sveglia con la luce negli occhi e con delle prospettive nuove, buone sensazioni e con un approccio positivo. Altre volte siamo costretti a stare nel mondo quasi per forza, vorremmo ritirarci lontano nella più profonda solitudine. Quando si scrive una canzone di speranza, ti svegli nel primo tipo di giorno, quando ne scrivi una rassegnata nel secondo.

Uno dei protagonisti del nuovo album è il Tempo che scorre, quel che sarà, quel che è, quel che era. Ci sono stati dei momenti della vostra giovinezza in cui avete creduto Roma fosse diversa? Oppure è sempre stata come ora?

Da ragazzino Roma era per me un po’ spaventosa, una metropoli infinita e misteriosa. Col tempo ho preso le misure, ho imparato a conoscerla, ne ho appreso i codici e le perversioni.  Il risultato è di essere tornato alla prima impressione ma con un amore grande per lei.

A parte il Ponte mollo, ci sono dei luoghi di Roma che sentite più vostri?

Sicuramente il quartiere del Muro del Canto è San Lorenzo: qui avevamo la nostra vecchia sala prove, qui ci siamo incontrati di più per discutere e farci qualche bicchiere di vino insieme nei primi tempi della storia del nostro gruppo. A Via dei Caudini abbiamo registrato L’Ammazzasette.

Domani è una canzone di critica e di denuncia – eppure c’è la speranza di un futuro migliore, degna delle migliori ballate anarchiche. Credete il domani sarà bello davvero? Perché io lo spero tanto.

Dobbiamo pensare e agire affinché il domani sia bello davvero, dobbiamo scrivere, parlare e contagiare il mondo con questa forza, non vedo altre possibilità.