Articolo di Sabrina Tolve

A due anni dall’uscita di Fiore di Niente, venerdì 19 ottobre è stato finalmente il turno di L’amore mio non more, quarto album de Il Muro del Canto, pubblicato da Goodfellas.
Dodici brani, alcuni di una bellezza davvero incredibile e struggente: è impressionante quanto la band sia cresciuta, soprattutto a livello musicale. C’è un’apertura a sperimentazioni di stili e ritmi diversi, che svicolano ma non si allontanano troppo dalla tradizione deliziosamente folk che li caratterizza da sempre; c’è un’altra novità, che è quella che sembra aver stupito i più: i brani in italiano, Stoica e Il tempo perso.
Non che a Il Muro del Canto servisse la lingua italiana per divenire, d’un trattro, italiani: lo sono sempre stati.
Le descrizioni di Roma (che ovviamente anche qui non mancano), non sono mai state necessariamente legate alla città. Roma è l’emblema, tra la povertà e la ricchezza, la bruttura e la bellezza senza pari, l’ipocrisia e la gentilezza, di un Paese intero che come Roma sembra abbia figli senza più voce, senza identità, che ce butta l’ossa pe’ facce sbrana’. Roma è la città eterna, la città in cui tutto scorre, tutto si muove, tutto si evolve, dalla fondazione a ora – come ci ricorda Alessandro Pieravanti in Roma maledetta.
In questo tutto c’è lo specchio dell’uomo, della sua umanità e della sua animalità, del suo odio e del suo amore.

Perché se il tempo è parte essenziale dell’album, lo è anche l’amore, un amore che non muore mai ma che ha tanto dolore e tanta fatica sulle spalle. Non c’è risentimento, però. C’è al massimo un sorriso amaro, ci sono parole non dette, ci sono momenti che non vogliono perdersi – è una storia d’amore che è forse arrivata agli sgoccioli, che ha ben poco da far sperare, ma che non si vuole lasciar andare. Un po’ come la vita, che per quanto faccia male va avanti e ci costringe ad evolvere con la speranza – o la certezza, in alcuni casi – che tutto possa andare meglio.
In questo disco ci sono accettazione e critica per tutte le cose che non si vogliono cambiare, ma c’è altrettanta voglia di cambiamento, urlata a muso duro in Domani che bestemmia per la libertà (come Briganti e brigantaggio vollero). Per cambiare davvero, però, bisogna rendersi conto molto bene del punto in cui si è, e la verità è che perdiamo tempo in tantissime cose inutili – ce lo ricorda Il tempo perso, con le sue statistiche -, quando dovremmo davvero rimboccarci le maniche e tentare di costruire qualcosa di migliore – Roma, l’Italia, la nostra vita, le nostre storie d’amore.
E questa, forse, è la dichiarazione più bella che si potesse fare: possiamo specchiarci e vederci per chi siamo davvero, per quel che siamo, per quel che vogliamo e per quel che vogliamo diventare, in futuro. Poi, come andrà, è un’altra storia.
L’amore mio non more è un disco vibrante, nuovo e antico come Roma, che emoziona e che per certi versi fa davvero, davvero male. Ma il bene che resta è davvero immenso.

Tracklist:
01. Reggime er gioco
02. Stoica
03. L’amore mio non more
04. Novecento
05. Senza ‘na stella
06. Roma maledetta
07. Cella 33
08. Al Tempo del sole
09. Ponte Mollo
10. La vita è una
11. Domani
12. Il tempo perso