R E C E N S I O N E


Articolo di Manuel Gala

Al solo accenno ai White Lies, riaffiorano subito ricordi e sensazioni di una fredda stagione invernale.

Un sabato pomeriggio di 10 anni fa, vagavo tra le strade ricoperte dalla neve, tra un negozio di musica e l’altro, alla ricerca di sensazioni alternative, di qualcosa che attirasse la mia attenzione. Quasi per magia (o più semplicemente per caso), in filodiffusione iniziano ad arrivarmi le note di To lose my life. Un autentico messaggio d’amore che recita: “let’s grow old togheter, and die at the same time”. Senza nemmeno saperne il nome, decisi che quella canzone avrebbe fatto parte della mia vita.

I White Lies nascono come band indie rock e ultimi detrattori del post-punk revival, entrando nella hall of fame del genere direttamente col primo album di debutto; un successo clamoroso e inaspettato per il cantante Harry McVeigh e gli altri due componenti del gruppo, dritti al numero uno in UK album chart e milioni di copie vendute in giro per il globo. Col secondo album Ritual i White Lies riescono a bissare il successo ottenuto l’anno prima, piazzando ai primi posti delle classifiche i singoli Strangers e Bigger than us e ricevendo numerosi consensi da pubblico e critica. Il tempo passa inesorabile per tutti e, a distanza di anni dall’entrata in pompa magna nella scena rock, la band cerca una nuova sfida, misurando la propria maturità artistica con il quinto album in studio, Five per l’appunto, il seguito di Friends del 2016.

La decisione di piazzare come primo singolo estratto, nonché prima traccia nel nuovo lavoro, la contorta ma sublime Time to Give svela già tutta l’ambizione della band. La totale sinfonia fra il trio di Ealing e la produzione si tramuta in un solo comune obiettivo: rinfrescare il repertorio prendendo spunto, ove possibile, dai primi anni ’80, quando mossero i primi passi i Depeche Mode per intenderci.

Difatti ci troviamo di fronte ad una vera e propria opera synth, dove la cupa voce di McVeigh si fonde perfettamente con il basso di Charles Cave in una opening session da brividi. Un’incessante cavalcata verso le più alte vette del suono, il tutto a ricordare che le vecchie atmosfere deep dark dei primi passi, si sono tramutate in una piccola zona di comfort fra elettro rock e synth pop.

Infatti le tre tracks successive, Never Alone, Finish Line e Kick Me, rilasciano una sensazione quasi di calma apparente, fra sonorità pacate e acustiche senza smuovere granché a livello emozionale. Il rischio concreto è che questa eccessiva leggiadria e spensieratezza nei testi e nel suono, facciano scivolare via l’album senza infamia né lode.

Ma ci pensa la magnifica Tokio, super hit dell’intero disco, ad accendere gli animi e a farci riaprire gli occhi. Il singolo perfetto, la canzone è quella da far urlare ai fan durante i concerti in giro per mezzo mondo al ritmo di “call Tokio, call New York… it’s just same but different love”. Il colpo che non ti aspetti, l’asso nella manica al giro di poker.

A seguire un brano dal titolo Jo?, dove i White, per un attimo, ci fanno ritornare al loro passato, fatto di ombre e oscurità che piovono come schegge impazzite sulle corde, il loro stile rimane inconfondibile.

La malinconica Denial e la più strutturata Believe it preparano la strada al gran finale con Fire and Wings in perfetto stile Interpol, il brano capolavoro del disco e anche quello più complesso. Synth e chitarre tiratissime, basso sparato, la voce rilasciata in tutta la sua potenza e bellezza. Sì esatto, questi sono i White Lies in un connubio perfetto fra loro, che fanno della band inglese una delle più apprezzate dagli addetti ai lavori.

Quindi cosa dire se non che… sono passati 10 anni da quell’amore al primo ascolto, ma la voglia di esserci per i White Lies li ha portati fino a qui… per farci innamorare ancora, di nuovo, per riscaldare le nostre anime… anche in una fredda giornata d’inverno.

Tracklist

Time To Give
Never Alone
Finish Line
Kick Me
Tokyo
Jo?
Denial
Believe It
Fire And Wings