I N T E R V I S T A


Articolo di Eleonora Montesanti

In occasione dell’uscita del suo nuovo album, Forma Mentis (recensione qui), ho fatto una chiacchierata con colui che, da quasi vent’anni, è uno dei musicisti più autentici del panorama musicale italiano: Umberto Maria Giardini. UMG è un musicista appassionato a viscerale che non scende a compromessi e pone il suo modo di fare musica al primo posto, sempre. Per questo è uno degli artisti più liberi che abbia mai incontrato.

Forma Mentis, il titolo del tuo nuovo disco, è una locuzione che descrive una struttura mentale, soprattutto con riguardo al modo di considerare e intendere la realtà. Qual è la connessione fra il titolo e i brani che compongono l’album?

La connessione in questione è reale e assolutamente oggettiva. Quello che canto è molto autobiografico, come spesso è accaduto nei miei lavori precedenti, nonostante la chiave di lettura e i significati siano sempre velati. Lascio molto spazio all’interpretazione dell’ascoltatore e/o lettore. Nulla di ciò che scrivo è definito.

La realtà è al contempo oggettiva e soggettiva. E’ oggettiva nella sua complessità, ma è soggettiva per quel che riguarda l’interpretazione personale degli attimi che la compongono. Forma Mentis è composto da momenti di oscurità e luce, tenebra e sogno, desolazione ed epicità, rabbia e calma. In quale realtà è situato?

Forma Mentis è situato dove la nostra mente vuole collocarlo. La disillusione e la paura sono i temi che fanno da denominatore comune a tutto il tessuto dell’album, ma oggi piu’ che mai ogni sensazione è figlia dei nostri tempi; quindi ognuno di noi può e deve collocarlo dove preferisce.

E’ un disco intenso, duro, lacerante e a tratti psichedelico. Insieme alla tua voce, le protagoniste assolute sono le chitarre. Come sono nate le atmosfere musicali? Prima o dopo i testi?

Nel mio metodo di lavoro oramai applicato da molti anni, non c’è spazio per le parole e i testi se prima non esiste la musica. Scrivo fondamentalmente solo a brano chiuso o quasi. Le parole nel mio lavoro sono influenzate e suggestionate in modo marcatissimo dalla musica. Stessa cosa vale per la lirica che da sempre pianifico con molta cura, mentre scrivo. Ogni elemento dipende dall’altro, che lo precede e lo segue. Volevo un disco dove le chitarre ricominciassero a gridare, senza troppi fronzoli o finte basi. Cercavo una cosa nuda e cruda ma curata nei dettagli in maniera maniacale.

Traspare molta rabbia, che quasi fino alla fine detiene il controllo. Nella title track posta in chiusura dell’album, invece, sembra che il sentimento si trasformi in energia vitale. Ti riconosci in questo atteggiamento?

Non credo ci siano momenti di rabbia all’interno dell’album. L’interpretazione può essere falsificata da certe atmosfere cupe e a tratti hard, ma è un disco molto più sereno di quello che appare. La consapevolezza di ottenere un album senza luce, dove la zona ombra faccia da padrona è stata voluta, ma ciò non vuol dire che sia un disco pessimista. Oggi la cultura italiana che guarda alla musica è sempre più marginale e italiota. Tutto ciò che non è rap, indie da bimbominkia o cantautoriale viene visto “diverso” e quindi ostile. Ma non è così… la realtà è un’altra, e pochissimi se ne accorgono. Non esistono più musicisti che guardano al metal, al dark, all’hard-rock come gli anni addietro. Oggi, senza rendercene conto, siamo molto più bigotti rispetto agli anni ’90.

Se Forma Mentis avesse un colore, quale sarebbe? E perché?

Sarebbe color argilla. Qualcosa di indefinibile tra il nero, il bianco e il grigio, ma con un po’ di colore. Non so perché, lo vedrei così.

La tua carriera artistica è molto lunga e variegata. Senza voltarsi troppo indietro per tirare le somme, sei soddisfatto del tuo presente?

Sono soddisfatto di come sono io e di quello che potenzialmente potrei fare e dare, ma non sono assolutamente soddisfatto di chi mi sta intorno. Ho le ali tarpate e non posso spiccare il volo.

Il tuo primo concerto te lo ricordi?

Certamente che me lo ricordo! Ero minorenne e vidi una band garage californiana che si chiamava Miracle Workers. Molti anni dopo in camerino con i Queens of the stone age, non ricordo perché, li nominai… Gene Trautmann, il batterista dei QOTSA, era il batterista di quella band. A volte la vita riserva delle sorprese inimmaginabili.

In generale, com’è il tuo rapporto con il pubblico?

Distaccato. Non sono mai stato un musicista che comunica molto con il pubblico. Più che altro non so cosa dire. Quando sento le cazzate che dicono i musicisti italiani durante i loro live, mi vergogno per loro. Saluto, presento la band e i collaboratori della produzione, ringrazio, vado via.

Quali sono gli ascolti musicali che ti accompagnano in questo periodo?

Non ho ascolti diversificati nei periodi della mia vita. Ascolto una cifra sconsiderata di musica da oltre 30 anni. Mi nutro di musica e di cultura musicale. Passo dal jazz, all’hard rock, dal metal alla psichedelia, molti songwriter americani odierni e passati. Tanti, tantissimi classici del rock statunitensi, nonché musica classica se pur a piccole dosi. Evito il rap, l’hip hop e tutti i suoi derivati perché mi annoiano a morte, senza emozionarmi.