I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Avevamo parlato coi Malkovic a settembre: all’epoca di Buena Sosta, il loro secondo ep, era uscito da poco, avevano appena assorbito la botta di un cambio di line up pesante, di quelli per cui magari certi gruppi meno determinati decidono di sciogliersi. Loro non l’hanno fatto ed il risultato è Tempismo, esordio in formato full length e convincente prova di maturità e consapevolezza.
Il giorno dell’uscita lo hanno presentato all’Ohibò e ne ho approfittato per incontrare Giovanni Pedersini, cantante e chitarrista della formazione bresciana. Comodamente sistemati nel backstage, con una lattina di birra in mano ed una bella Playlist della loro etichetta Costello’s in sottofondo, abbiamo scambiato quattro chiacchiere sul disco e su come davvero rappresenti per loro un nuovo inizio.
Pochi minuti dopo li ho ammirati in azione, a più di due anni dall’ultima volta. Li ho trovati in ottima forma, con una resa sonora strepitosa ed una potenza dirompente, i nuovi brani in versione molto più elettrica ed esplosiva, ad integrarsi perfettamente con gli episodi più vecchi, tratti dai due ep. Un live bellissimo, arricchito anche da un nucleo di hard fan davvero esagitati, che si sono ammazzati di pogo per tutto il tempo (qualche santo deve aver vegliato sull’incolumità dei tre e della loro strumentazione, visto che, come è noto, nel locale non ci sono transenne a separare il palco dalla platea). Insomma, se volete avere una risposta sullo status del rock cosiddetto “alternativo” (sempre che questa parola esista ancora) compratevi Tempismo e andate a sentirli dal vivo: vi farete di sicuro un bel regalo…

Il disco è un bel passo avanti rispetto ai lavori precedenti quindi direi che la prima cosa da fare è delineare i passi che vi hanno portato fin qui.

Come ti avevo già detto il punto di svolta più grande è stato l’abbandono del nostro batterista Elia (Pastori NDA), che adesso sta suonando con L I M, Nava e recentemente con Mamhood. Ha preso quella strada e credo sia la cosa migliore per lui, anche se parlo come uno appena lasciato dalla ragazza (risate NDA)! Al suo posto è arrivato Simone (Bossini NDA). Suonavamo insieme alle superiori in un gruppo crossover. Tra l’altro se cerchi su Spotify lo trovi: si chiama Bang Bottles e non era neanche male, anche se cantavamo in quell’inglese maccheronico tipico delle superiori (risate NDA)! Ci eravamo quindi già trovati bene insieme e la scelta di riprendere lui è stata abbastanza naturale, abbiamo preferito prendere uno con cui c’era già un rapporto, piuttosto che altri batteristi magari anche più bravi, con cui però non ci si conosceva. E Simone, che non suonava da un po’, si è buttato a capofitto nel progetto e devo dire che è stato azzeccato. Sin dalle prime prove è stato un boom creativo: metà delle canzoni che ci sono in questo disco le abbiamo scritte nel giro di due mesi, nella sala prove di Sarezzo, in provincia di Brescia, dove io, Fabio e Simone siamo cresciuti. Sembra una cosa da niente ma cambiare il membro di un trio non è indifferente, e Simone ha portato diverse novità sonore che nel disco si sentono. Rispetto ad Elia, che è una macchina da guerra, va via dritto e non sbaglia un colpo, qui abbiamo esplorato sonorità diverse, una ricerca più dettagliata, diciamo, canzoni addirittura senza usare il distorsore, cosa piuttosto strana per noi…

In effetti c’è un aspetto melodico molto forte, vi siete concentrati molto di più sulle melodie, pur non mancando le vostre tipiche esplosioni soniche, ci sono anche episodi più lineari, frasi maggiormente in metrica ed episodi più “cantautorali”, diciamo. Si può dire che questo sia il vostro disco più fruibile?

Decisamente sì. Molta gente ascoltando soprattutto un pezzo come Case, ci diceva scherzando che è un brano da Sanremo. Ovviamente non lo è (ride NDA) però è vero che è piaciuto subito tantissimo a tutti quelli che lo hanno ascoltato. E poi con la voce non mi limito più ad urlare e basta, ho cercato di essere più melodico, di fare maggiore attenzione a quello che dico.

intervista Malkovic

Avete intitolato il disco “Tempismo” ed il precedente ep si chiamava “Buena sosta”: quanto è consapevole questo insistere su riferimenti temporali? Sembra che ci teniate a rimanere ben focalizzati nel presente…

Diciamo che io ho un evidente problema con la puntualità, nel gestire le mie tempistiche. Sono un ritardatario cronico e ho sempre detto che il primo disco che avessi fatto, lo avrei intitolato “Tempismo”. A furia di scherzare, questa cosa mi è rimasta (risate NDA). Ma lo abbiamo chiamato così perché, riguardando le canzoni che abbiamo scritto, ci siamo accorti che era proprio il momento giusto per pubblicarlo. Sono canzoni che abbiamo avuto l’urgenza di far uscire, ma anche senza fretta, in maniera naturale, perché sentivamo che era ora di farlo. E poi è vero, mi sono accorto che molte di queste canzoni avevano a che fare col presente. Te l’avevo già detto l’altra volta: non sono un cantautore eppure mi sono accorto che molti di questi brani parlavano di me. È una domanda che mi portò addosso sin dal vecchio ep: Buena sosta nasceva da un periodo difficile, mi chiedevo che cosa potesse davvero rimanere delle cose. Tempismo è stato un po’ un tentativo di risposta, in diverse canzoni, a partire da Via Manzoni, che mi piace molto perché mi ricorda quella frase di Vonnegut (uno dei miei scrittori preferiti) che dice: “Quando siete felici fateci caso”. È stato il primo brano che abbiamo scritto con la nuova formazione, credo addirittura alla seconda prova. Lì mi sono accorto che in mezzo a tutta la merda in cui ero, c’era come un barlume positivo, qualcosa che mi faceva sentire a casa, come appunto poi dico in Case. E quindi mi sono accorto che il disco ha un po’ dentro tutto questo fil rouge, una serie di passi compiuti a partire da Buena sosta, che in effetti è un ep molto urlato, molto arrabbiato, molto diretto, senza particolare spazio per le riflessioni. Qui invece è come se ci fossimo presi un momento per riflettere, per guardare quello che ci stava succedendo nella vita. Anche Sai te, per esempio, che è una canzone dedicata a una persona cara, che fatica un po’ a stare in quel presente che dici tu, una persona che crede che la propria vita sia ormai finita e che non ci sia nessun motivo di andare avanti se non sopravvivere. La canzone è un modo per dire: “No! Non devi morire, se lo vuoi davvero” come canto ad un certo punto. Se vuoi, puoi e quindi devi. Non è vero che sei in ritardo, si può sempre guardare quello che è successo sorridendo, non solo come accettazione passiva.

Visto che avete scritto così tanto, quale criterio avete adottato per selezionare i pezzi? C’era già un’immagine di disco nella vostra testa, alla quale avete cercato di rimanere fedeli, oppure avete semplicemente preso quelle che funzionavano meglio?

Sarà che in quello che abbiamo fatto non c’è mai stato un progetto a priori, è sempre stato un processo spontaneo. Abbiamo iniziato a scrivere tanto sin da subito e ci ho visto una bella coerenza con quello che eravamo. Ne parlavo l’altro giorno con un amico: molto spesso oggi, gli artisti hanno dentro questa fretta, una sorta di “O la va o la spacca!”, non si ha più tempo di sbagliare qualche disco, come succedeva tempo fa. Adesso questa cosa non è più così però a noi non ha mai pesato: non abbiamo mai fatto musica per colpire o per ottenere chissà quale risultato. Anche perché altrimenti non useremmo le chitarre (risate NDA)! In Tempismo secondo me si riconosce perfettamente quello che siamo stati: Sai te, ad esempio, che arriva subito dopo Via Manzoni (che invece rappresenta maggiormente il nostro lato “nuovo”), ha ancora dentro il nostro tipico marchio di fabbrica. Ci vedevo dentro questa coerenza tra quello che siamo stati e quello che stiamo diventando. Per cui la cosa che mi incuriosisce di più è vedere che cosa scriveremo adesso…

State già lavorando a roba nuova?

Noi siamo proprio un gruppo da sala prove! Ci chiudiamo dentro pomeriggi interi e tiriamo fuori un sacco di roba! Abbiamo già diverse idee a cui stiamo lavorando e sono canzoni molto diverse da quello che abbiamo sempre fatto: a me piacciono tantissimo e anche gli altri stanno apprezzando. Quindi, per chiudere la domanda, non c’è mai un criterio a priori. Di volta in volta si vedono le canzoni che scriviamo, ne abbiamo prese alcune, le abbiamo riordinate secondo un criterio logico e le abbiamo pubblicate. E ti dirò che sono un po’ emozionato perché sento che questo è il nostro primo passo “serio”, diciamo così.

E invece per la registrazione come avete fatto? Proprio perché siete un gruppo da sala prove, non c’è come il rischio che i brani, una volta che si va in studio, cambino faccia rispetto a quello che avevate in mente?

Non ti saprei dire se è un nostro pregio o un nostro difetto, è un processo che, con tutte le proporzioni del caso, mi ricorda i Verdena, che si chiudono in uno stanzino e poi, da quello stesso stanzino, tirano sempre fuori dei dischi della madonna. Un po’ è così anche per noi, nel senso che non abbiamo mai voluto la figura del produttore. C’è una certa testardaggine nel portare avanti quello che abbiamo fatto e nel farlo da soli. In questo caso però ci siamo affidati ad uno studio che ormai è un po’ casa nostra, quello dei fratelli Giuradei, un posto bellissimo vicino al lago d’Iseo, in piena Francia Corta. Ci abbiamo passato due settimane quest’estate però questa volta non ci ha seguito Marco (uno dei due fratelli NDA) ma Davide Magni della Macchina di Von Neumann, che è un tecnico del suono che abbiamo sempre stimato tantissimo. Loro sono un gruppo piccolo, semi sconosciuto ma che ha una cura del suono ed un’attenzione ai dettagli davvero clamorosa (li ho visti dal vivo quella sera stessa e confermo tutto: prestazione davvero maiuscola NDA). Vedo che certi gruppi tendono ad affidare la produzione a personaggi del nostro mondo che sono magari più conosciuti. Nel nostro caso abbiamo preferito affidarci a lui: ci conosciamo bene, apprezza la nostra musica e secondo la nostra esperienza, è meglio lavorare con qualcuno con cui c’è feeling, con cui si è a proprio agio. Con lui c’è una grande amicizia, pensa che gli abbiamo dedicato addirittura una canzone del nuovo disco…

Ma dai? Qual è?

È Mag Ni))) quella che è scritta come Sunn O))) (risate NDA)…

Che è anche uno dei vostri pezzi Post Rock, lo avete omaggiato anche nella musica…

Siamo molto soddisfatti, quindi. Rimane sempre questa impronta grezza, non certo da studio milionario, ma è perché ci piace quel suono…

Però è molto più pulito, rifinito, rispetto a prima.

Questo senza dubbio. È stato un grosso passo avanti rispetto alle cose fatte all’inizio. Anche perché è stato un percorso fatto insieme, sono state due settimane molto belle, anche dal punto di vista del processo di registrazione in sé, per cui tante cose le abbiamo fatte in studio con lui. È stato un delineare meglio il nostro mondo, il nostro modo di fare le cose. Paradossalmente, spendendo qualche migliaio di euro in meno, riusciamo ad avere qualcosa che ci soddisfa molto di più!

Torniamo su Case: si tratta indubbiamente del vostro pezzo migliore, mi verrebbe da dire “definitivo” ma è brutto perché sembra che siate ormai avviati sul viale del tramonto…

Ci manca solo il tour acustico nei teatri (risate NDA)!

Però è comunque un potenziale classico, no? Anche nel testo si vede che ti sei messo in gioco molto di più…

È strano perché si tratta dell’ultimo pezzo che abbiamo scritto. Va quasi sempre così: l’ultimo brano che decidi di mettere dentro, quello magari meno rifinito degli altri (anche se la sua struttura ce l’aveva già, noi siamo dei maniaci delle strutture!) è quello che alla fine diventa il più importante. Ci sono molto affezionato perché descrive il periodo che ho iniziato a vivere alla fine della scrittura di questo disco, che è stata una rinascita soprattutto dal punto di vista umano. L’ho scritta prendendo come riferimento il labirinto della zona di Porta Venezia, una zona che frequentavo molto in quel periodo e dove mi perdevo sempre (risate NDA)! Eppure, nonostante tutto, sapevo sempre dove stavo andando. Questa cosa mi ha sempre colpito: sembra una contrapposizione, tutto quel dire “Cerco te, non so perché”, però poi nel finale dice chiaramente: “Io so perché”. Parla un po’ di quel cercare la Casa, con la C maiuscola, un perdersi per strada ma sapendo sempre dove si vuole andare…

Quindi non ti rivolgi ad un “tu” in carne ed ossa, ad un’alterità “biografica”, per così dire?

In diverse canzoni so di chi sto parlando. Per esempio ne ho scritta una per mia sorella ed è una cosa strana perché non avrei mai pensato di poterlo fare. Però è una cosa che noto: nelle mie canzoni mi rivolgo sempre ad un tu. Non sempre è una cosa specifica, è un po’ un cercare sempre quel Qualcosa con la Q maiuscola, per continuare l’immagine di prima.

Un altro brano che mi ha colpito molto è Re Mida. È un personaggio particolare perché è un po’ un condannato, no? La cosa che ha sempre bramato di più, che è la ricchezza, è anche quella che lo condanna a morte…

È una delle canzoni riferite ad una persona specifica. È una persona con cui ho avuto a che fare molto e che si è un po’ condannata da sola. Non lo sto dicendo in senso letterale però diciamo che ha fatto le sue scelte. “Hai quel che hai chiesto, anche se non sai bene perché, come Re Mida”, dico nel testo. Hai scelto questa via e adesso ci devi stare davanti, anche se tutto questo oro non ti porterà niente di buono, molto probabilmente. Anche in tutto questo però c’è una risposta: “Alla mattina sorgo per me ed in cucina l’acqua del The”. Nel momento in cui l’ho scritta, il momento della colazione me lo godevo molto, era un periodo in cui mi svegliavo e facevo tutto con calma. Ecco, di fronte alla scelta di un altro, il fare un passo indietro può anche essere un passo avanti: io non posso nulla di fronte alle scelte che hai fatto e che ti stanno condannando. Quello che posso fare è appunto questo: tornare alla mia vita, ma davvero! Com’è che dice, aspetta… (ci pensa un attimo NDA) Ecco: “Io non posso distinguere i miei bisogni dai tuoi guai”. Perciò non dimentico quello che è stato, perché le scelte che questa persona ha fatto hanno avuto un risvolto anche nella mia vita, ma adesso l’unica cosa che posso fare è tornare a me, risorgere come la mattina, appunto.

E che mi dici invece di questo lunghissimo brano strumentale alla fine? Non avete rinunciato alle stravaganze, in questo caso è una lunga traccia che si muove tra la psichedelia ed Il Post Rock e che contrasta un po’ con l’immagine di un disco più diretto ed accessibile…

(Ride NDA) Beh, sicuramente se l’avessimo messa all’inizio sarebbe stata un bel problema! In realtà avrebbe dovuto essere una ghost track. Fa un po’ ridere perché avevamo già anticipato che la traccia 11 ci sarebbe stata solo nella copia fisica ma poi per sbaglio Spotify l’ha caricata lo stesso e quindi adesso è disponibile ovunque. Si chiama Loop One ma in realtà sta per “Luppone”. Gli altri non volevano metterla ma io ho insistito perché personalmente mi ha ricordato un momento bello e divertente che abbiamo vissuto durante la registrazione quando, presi dai fumi dell’alcol che normalmente arrivava verso la fine della giornata (perché anche Davide è sempre stato piuttosto serio e morigerato in questo senso), sono tornato in studio dopo cena con un EBow, quell’aggeggio che metti sulle corde e ti crea un campo magnetico. Avevamo due pedaliere attaccate, una delle quali è quella di Davide, che essendo un maniaco dei suoni è veramente enorme; ognuno si è messo lì e ha suonato qualcosa, io sono stato fermo, anche perché ero abbastanza ubriaco e così è nato questo delirio psichedelico da un quarto d’ora (risate NDA)…

Non è comunque l’unico brano strumentale della tracklist…

SVP (che sta per “Svapo”) lo abbiamo messo all’inizio perché è il primissimo pezzo che abbiamo fatto insieme e ci siamo molto affezionati. È un po’ la nuova Chitarrina, ti ricordi?

Il pezzo con cui aprivate i concerti quando c’era ancora Elia…

Esatto. Dopo che se n’è andato abbiamo deciso che non la faremo mai più e quindi, per aprire, l’abbiamo sostituita con questa, che funziona bene anche perché è legata a Via Manzoni, quindi è bello suonarle insieme. Mag Ni))) invece è un semplice intermezzo da un minuto e poco più ma ci piace suonarlo anche dal vivo perché funziona bene. Infine c’è Resra, la canzone che chiude il tutto. Anche questa ha una genesi piuttosto divertente: una sera in sala prove Fabio era piuttosto ispirato, gli è venuta voglia di fare l’artista ed ha iniziato a scrivere sui muri. C’è questa canzone dei Linea 77, che ai tempi ci piacevano, che ad un certo punto urla: “Respira! Respira!” (Il senso, da 10 NDA) per cui lui, presissimo dalla sua arte, ha scritto questa cosa, ha fatto tutta una scena incredibile, poi si è fermato, si è allontanato dal muro per contemplare l’opera e a quel punto ci siamo accorti che aveva scritto Resra (risate NDA)…

Per chiudere, la solita domanda: cosa ci sarà nel vostro futuro? Immagino diversi concerti…

Abbiamo qualche data tra aprile e maggio e poi qualcuna quest’estate ma non tantissima roba perché come sempre ci siamo mossi un po’ tardi. Per il momento ci godiamo queste date che abbiamo, ci gustiamo il momento. E poi, ovviamente, vedremo come va il disco, sicuramente la speranza è di suonare tanto anche quest’autunno.