C O N F E R E N Z E


Articolo di Cristiano Carenzi

“No non è vita è Rock ‘n Roll”, così canta e ci tiene a ribadire Achille Lauro durante la presentazione di 1969, quando gli viene chiesto se questa “nuova” attitudine sia uno “State of Mind” e lui afferma che, più che altro, è un lifestyle. A pochi minuti dalla fine dell’ascolto di questo nuovo album entra in scena il suo autore, con un cappello da Cowboy bianco, un completo abbinato e una esuberante magliettina argentata a rete sotto. Il 28enne è pronto a rispondere alle domande riguardanti il progetto anche se purtroppo si concentreranno più su altro, ma ci tornerò dopo.

1969 è un progetto nuovo, ambizioso ma anche molto riuscito. Dieci brani con, per la prima volta nella sua carriera, una forte presenza di strumenti non analogici (anche se questi non sono del tutto scomparsi). Questa scelta di conseguenza influenzerà anche il tour che infatti non si svolgerà più con il dj ma con la band.
Una caratteristica che si nota immediatamente anche al primo ascolto è la forte antitesi che c’è tra i dieci brani che compongono il progetto; una metà di questi sono caratterizzati da una profonda malinconia e l’altra metà da una profonda superficialità. Proprio su ciò è stata la prima domanda alla quale risponderà affermando che: “leggerezza e malinconia sono le due macrosensazioni che, non solo caratterizzano l’album, ma caratterizzano tutti, perché ognuno attraversa momenti di alti e bassi e io semplicemente cerco di fermare questi momenti”.

Questa è sicuramente una caratteristica che percorre tutta la discografia di Lauro che però, a livelli di suoni, è cambiata tantissimo negli anni; siamo passati da rap crudo e molto di strada, a rap più introspettivo che è poi sfociato nella Trap, ha raggiunto l’elettronica e ora si sposta sul rock leggero. Su questo lui afferma semplicemente che è una naturale evoluzione e che gli piace molto sperimentare. Ci tiene inoltre a ribadire per la milionesima volta negli ultimi anni che non vuole essere definito come rapper (e non vuole avere nessuna etichetta, anche di altro tipo) e si mostra stizzito dal non apprezzamento da parte della sua fetta di pubblico nei confronti del disco precedente Pour l’amour, dato che probabilmente ci si aspettava un altro progetto Trap.

La differenza della sperimentazione presente in quest’ultimo episodio è che va a ripescare delle influenze dal passato, intuibili anche dal titolo. “Gli anni sessanta e settanta credo che sia un’epoca molto importante a livello creativo, in cui c’era tanta voglia di vivere, tanta voglia di cambiamento e di libertà ed è ciò che volevamo fare anche con questo album” dato che per la prima volta nella sua carriera si sente “al posto giusto nel momento giusto”. Nel corso della conferenza sono due le parole che il cantante ripete più volte: “Generazionale” e “Fortunato”. La prima la usa quando parla dell’obiettivo che si è posto con questo disco. Afferma di avere ventotto anni e che vuole parlare anche ai suoi coetanei (e anche ai più adulti) e non semplicemente ai ragazzini quindicenni e che già con il primo discutissimo singolo Rolls Royce è in buona parte riuscito a raggiungere questo obbiettivo.

“Fortunato” invece la usa quando parla della sua carriera, dei suoi trascorsi con la droga che non lo hanno portato via, dell’incontro con il suo team di collaboratori con cui ormai lavora sempre e per il quale ci dice, si sente molto responsabile. Le altre domande che gli vengono poste sono tutte sul caso Sanremo, sul quale non mi soffermo e su cui lui si è dimostrato molto professionale e preparato, sottolineando anche l’ingombranza che ha avuto questo argomento tra le domande. Achille Lauro si mostra un’altra volta maturo, ci propone un ottimo disco che può permettergli di fare il salto verso un grande pubblico (diventando appunto generazionale) senza snaturare quella che è sempre stata la sua attitudine.