L I V E – R E P O R T


Articolo di Luca Franceschini

Partiamo dalle cose fondamentali: il Balena Festival merita di diventare un appuntamento fisso nell’ambito delle rassegne musicali del nostro paese. Nel cuore del Porto Vecchio di Genova, sotto ad una tensostruttura ideale per proteggersi dal mal tempo (e questa sera ne avevamo davvero bisogno!), artisti che si alternano su due palchi, un Main stage ed uno molto più piccolo situato dalla parte opposta, così da evitare lunghe e fastidiose pause, un servizio ristorazione efficiente ed un personale fatto di ragazzi appassionati, amichevoli e motivati. Se aggiungiamo un cast di livello assoluto, che per quattro sere ha visto alternarsi act quali Franco 126, La rappresentante di lista, Edda, Giorgio Poi, Tre allegri ragazzi morti e altri, possiamo farci un’idea piuttosto precisa del livello della questione.

Io ci sono andato venerdì, la sera in cui era Bomba Dischi l’assoluta protagonista, con due dei suoi artisti di punta, Giorgio Poi e Clavdio. Soprattutto il primo, che ha fatto un disco bellissimo e che dal vivo ha sempre centellinato un po’ le esibizioni, mi tentava davvero parecchio, anche per l’idea di poterlo vedere in un contesto più favorevole rispetto ad un Mi Ami che, se tutto andrà come deve andare, sarà sempre troppo affollato e dispersivo.

Giorgio Poi

Ma andiamo con ordine: i primi a salire sul palco, in perfetto orario sulla tabella di marcia, in una serata per nulla guastata dalla pioggia e dalla grandine che ha imperversato per ore sulla città, sono i Gringo Goes To Hollywood. Il duo è originario di Sestri Levante e quindi, più o meno, gioca in casa. Propongono per una mezz’ora un repertorio fatto di canzoni lente, cupe e vagamente psichedeliche, un impasto sonoro che ricorda a tratti i primi Marlene Kuntz e gli Afterhours meno aggressivi. Nonostante siano solo in due (chitarra e voce, batteria) il suono risulta pieno, grazie anche all’aiuto delle sequenze e la performance complessiva può considerarsi soddisfacente. Quello che manca, almeno a giudicare dal primo ascolto, sono le canzoni: buone intuizioni qua e là, soprattutto in alcuni passaggi per nulla scontati, ma nulla di veramente memorabile. Li attendiamo alla prova del disco (c’è fuori solo un ep di quattro pezzi, al momento).

Gringo Goes To Hollywood

Neanche il tempo di fumare una sigaretta ed ecco che sul palco principale parte l’intro di Clavdio. Il pubblico a questo punto non è ancora numeroso, aumenterà leggermente nell’ora successiva ma nel complesso non ci sarà il pienone, seppure l’affluenza sarà comunque soddisfacente. Colpa della pioggia o di un programma che forse è quello coi nomi meno altisonanti, è difficile dirlo. Vediamo il lato positivo: ci siamo goduti tutto alla grande, senza troppi sbattimenti. Ma torniamo a noi. Claudio Rossetti è romano, fa il metalmeccanico (lo abbiamo scoperto quando su Instagram ha pubblicato un divertente messaggio del suo capo, che ha realizzato che cantava quando lo ha sentito a Radio Deejay) ma nel 2014 aveva già pubblicato un disco sotto il monicker de Il Rondine. “Togliatti Boulevard”, il suo disco d’esordio, arriva dopo un singolo, “Cuore”, che ha totalizzato più di due milioni di visualizzazioni su YouTube, un successo che sicuramente la sua etichetta non si aspettava.

Clavdio

Musicalmente nulla di nuovo sotto il sole ma c’è un’efficace autoironia nei testi ed un utilizzo molto intelligente e per nulla scontato della tradizione, mescolata intelligentemente con suggestioni Electro Pop. Il tutto condito da una patina di malinconia e lucidità contemplativa che tra i compagni d’etichetta, lo rende più accostabile ad un Giorgio Poi piuttosto che ad un Calcutta. Questi sono i suoi primissimi concerti ed ero molto curioso, essendomelo perso nel suo passaggio milanese di un paio di settimane fa. Si presenta accompagnato da una band di tre elementi, con batteria, Synth, chitarra/basso e lui stesso suona la chitarra nella maggior parte dei brani. Il set comincia con l’ironica “Suriname”, giocata su un pattern elettronico ed un sottofondo di acustica e su quella eterna domanda che tutti più o meno ci siamo fatti da bambini (per lo meno quelli cresciuti in un campionato italiano dominato dal Milan di Gullit e Rijkaard): “Ma cosa diavolo c’entra il Suriname con l’Olanda?”. C’è anche una bandiera di questo stato, in bella vista, sotto la tastiera, a sottolineare la volontà di giocare a fondo su questo tema. Lo spettacolo, in definitiva, è convincente: la band è solida ed offre una resa positiva di tutti i brani in scaletta (che poi alla fine sono tutti quelli del disco, nulla di più).

Clavdio

Funzionano meglio le cose più “piene” a livello sonoro, tra cui “Foto” e l’incalzante progressione onirica di “Serpenti”, mentre come era ovvio sono “Cuore” e l’altro singolo “Nacchere” a prendersi tutto l’affetto del pubblico, che le canta parola per parola. Meno convincente quando si passa ai pezzi più intimi e cantautorali, perché qui si avverte come Claudio non sia ancora perfettamente a suo agio sul palco (dev’essere comunque anche un problema di rodaggio dei quattro perché le pause tra un brano e l’altro sono state decisamente troppo lunghe) e debba anche lavorare sulla voce, dato che c’è stata qualche sbavatura qua e là. Ad ogni modo, se “Amazon” ci ha lasciati così così, “Le tue gambe”, con l’aggiunta di uno snippet del tema di Twin Peaks e “Tedesca”, riarrangiata in versione elettrica e decisamente più vivace che su disco, hanno destato una buona impressione. E bisogna dire che anche “Ricordi”, con cui conclude il suo set, da solo sul palco con la sua acustica, ha fatto il suo effetto. Clavdio convince anche dal vivo, dunque. Con un po’ di esperienza in più siamo sicuri che riuscirà a fare grandi cose.

L’ultimodeimieicani

Personalmente sto aspettando solo Giorgio Poi ma mi faccio incuriosire da L’ultimodeimieicani, che attacca a suonare subito dopo nel palchetto piccolo e che non conoscevo. Sono in cinque, vengono da Monza ed hanno un approccio da band tradizionale, chitarra basso batteria, mescolando l’Indie col Combat Folk, una marcata connotazione politico-sociale ed una sana voglia di divertirsi. Sgangherati, su di giri, sono decisamente troppo stretti su quel palco ma suonano tutt’altro che male anche se la voce senza dubbio è da rivedere. Le canzoni le hanno, per quanto sia difficile giudicare da un ascolto rapido in un contesto del genere ma quel che mi stupisce di più è la risposta del pubblico: per essere una band ancora poco nota, la bolgia sotto il palco è notevole e c’è pure parecchia gente che canta a squarciagola i testi. Potrebbe essere il caso di tenerli d’occhio.

Giorgio Poi

E arriviamo all’headliner della serata. Per Giorgio Poi ho un debole sin dal suo esordio “Fa niente”, di due anni fa. La sua musica è un qualcosa di totalmente altro rispetto al panorama odierno ed è forse l’unico che ha saputo davvero giocare su due tavoli contemporaneamente, mietendo consensi grazie alle collaborazioni con artisti più blasonati (leggi Frah Quintale e Carl Brave) e producendo musica di altissima qualità, con una padronanza di mezzi espressivi che nessuno dei suoi contemporanei al momento possiede. Da questo punto di vista, “Smog”, il suo secondo lavoro, è sorprendente: ha abbandonato le sperimentazioni e le ricercatezze del suo predecessore, per privilegiare un aspetto più diretto e lineare al songwriting, mettendo in primo piano la carica melodica senza tuttavia rinunciare alla profondità, testuale e musicale. Il risultato è un disco che al momento sta sopra a chiunque e che in futuro diventerà senza dubbio un caposaldo del genere. Dal vivo lo avevo visto una volta sola, all’epoca del primo disco, ed ero quindi molto curioso. Inutile dire che le mie aspettative sono state ripagate fino in fondo.

Giorgio Poi

Giorgio Poi, oltre ad essere un eccellente songwriter, è anche e soprattutto un grande musicista e quello che mette in scena questa sera è esattamente questo: un grande spettacolo di musica. Fa strano dirlo, in un ambiente dove suonare dal vivo molto spesso vuol dire aiutarsi pesantemente con sequenze e basi preregistrate. Che per carità, ci possono anche stare, se dosate sapientemente, ma quando vedi un concerto così la differenza la capisci al volo. Giorgio e i suoi compagni d’avventura, Matteo Domenichelli al basso, Francesco Bellani alle tastiere e ai Synth, Francesco Aprili alla batteria (menzione d’onore per lui, assolutamente sensazionale, uno dei migliori che abbiamo oggi in Italia) suonano alla grande, si conoscono a meraviglia e mettono insieme un set di altissima qualità, privo di sbavature, dove le canzoni in scaletta sono riprodotte in maniera molto vicina alla versione in studio, ma con l’aggiunta di quel tiro e di quella dinamicità che solo quattro persone che suonano assieme su un palco possono dare. Non c’è nient’altro che questo, in verità. Non ci sono orpelli scenici, visual sofisticati o chissà quale set di luci. L’unico elemento scenografico è dato da un fondale con la copertina di “Smog” e la scritta “Poi” in corsivo, che si illuminava di colori diversi. Nient’altro.

Giorgio Poi

Stessa cosa per la band: nessun tipo di esibizionismo o chissà quale presenza scenica, Giorgio vestito come al solito, felpa e cappellino, si limita a suonare la sua chitarra, a cantare e se la gode un sacco. E così, in questo trionfo di semplicità, viene fuori un concerto strepitoso, dove suoni e volumi sono perfettamente bilanciati e dove la scaletta stellare svolge il resto del compito. In effetti questa sera era impossibile lamentarsi: fatta eccezione per “Doppio nodo” e per i brevissimi intermezzi strumentali di “Fa niente”, sono state eseguite tutte le canzoni del repertorio dell’artista di Novara, inclusi i brani “Semmai” e “Il tuo vestito bianco” (tra i momenti più alti del set), che erano usciti solo come singoli, e con i tre musicisti che si sono presi pure uno spazio per una versione allargata e rivisitata di “Smog”. C’è stato addirittura il tempo di suonare “Missili” in una bellissima versione acustica chitarra e voce, che non ha per nulla fatto rimpiangere l’originale con Frah Quintale. Stessa cosa per “La musica italiana”, che senza Calcutta ed in versione full band riesce per la prima volta a convincere. Per il resto, è un tripudio di bellezza, con soprattutto le nuove “Napoleone”, “Solo per gioco” e “Ruga fantasma” ad emozionare particolarmente per resa e intensità.

Il pubblico presente, non particolarmente chiassoso ma comunque partecipe, si scatena soprattutto sui singoli, perché il concerto proposto, bisogna dirlo, non è esattamente l’ideale per il karaoke. È comunque inevitabile che brani vecchi come “L’abbronzatura”, “Niente di strano” e soprattutto “Tubature” vengano accolte da veri e propri boati e accompagnati da singalong, compatibilmente con la difficoltà dei testi. Sono comunque i due episodi conclusivi, “Stella” e “Vinavil” (con la prima parte eseguita in un’inedita versione piano e voce) a suscitare gli entusiasmi maggiori, cosa abbastanza comprensibile, visto che sono freschi d’uscita. Un’ora e venti di grandi emozioni, quella che Giorgio Poi e i suoi compagni hanno saputo regalarci. Che sia uno dei più grandi talenti della scena italiana contemporanea credo sia ormai fuori discussione. Non mancatelo dalle vostre parti e soprattutto, chi sarà al Mi Ami, non gli preferisca nessun altro artista: potreste pentirvene amaramente.

Complimenti ancora ai ragazzi del Balena Festival. C’è bisogno di gente così in Italia. Ci vediamo l’anno prossimo.

Gringo Goes To Hollywood
Clavdio
Clavdio
L’ultimodeimieicani
Giorgio Poi
Giorgio Poi