I N T E R V I S T A


Articolo di Giacomo Starace
Immagini sonore di Anna Monguzzi

Sono stato agli Attitude Studios a intervistare Andrea Rock e Nicholas Johnson, due amici, due uomini di musica che sono protagonisti di molte storie. Sono legati da un’amicizia profonda e dalle corde di una chitarra. A marzo è uscito il loro primo album in collaborazione, This is Home, un disco ricco e pieno di vita.

This is Home, perché questo titolo e come mai avete deciso di farlo insieme?

N.J. Quando siamo tornati dagli Stati Uniti dopo Natale, eravamo in giro per la città e, d’impulso, ho detto: “Questa è casa”, Milano era il posto dove dovevo essere.

A.R. [Sentendo questa frase] ero molto contento perché la sua era una dichiarazione importante, cioè si sentiva accettato, diceva questa è casa, una parte del mio cuore resta negli States, ma ho trovato una nuova famiglia, cioè tutto il nostro gruppo di amici e di musicisti (Gianluca Veronal, Lorena Vezzaro, Davide Pascalis, Andrea Merico fra i tanti). Per questo This is Home è il titolo perfetto per il disco. Sul perché l’abbiamo fatto insieme, è perché noi siamo buoni bevitori e buoni cantautori, (N.J. le due cose vanno di pari passo), passiamo tempo insieme, suoniamo con la stessa backing band e quello era un legame ideale per creare un sound che potesse essere comune, anche se le sue influenze erano più nel genere “americana“, country/folk, mentre io sono più dal lato della musica Irish. Abbiamo fatto gruppo, penso che abbiamo deciso di fare l’album insieme perché siamo amici e amiamo quello che facciamo.

N.J. Seguiamo delle idee, un buon progetto, abbiamo la stessa band, è figo. Penso che, quando lo ascolti, senti lui e senti me, ma credo si percepisca anche quanto ci influenziamo a vicenda. Ci sono componenti che di solito non avrei avuto nelle mie canzoni, con quel poco di influenze punk, quel poco di colore irlandese, quel poco di folk, così come penso che si possano sentire influenze di vari cantautori in lui, un po’ di “americana…” è assolutamente un album di Nick e di Andrea.

Andrea, da dove vengono questo amore per il punk e per l’Irlanda? E quando hai scoperto di essere un cantautore, passando dall’ascoltare a fare musica?

Io dico sempre che la musica è un bisogno, non è una cosa che tu scegli. Puoi scegliere di andare a un concerto, puoi scegliere di ascoltare un disco, ma […] la musica è un bisogno: a un certo punto cerchi un modo di esprimerti e non lo trovi nelle altre situazioni. Quando ho capito che stavo cercando il mio posto nel mondo, ho realizzato che la musica sarebbe stata il mio mezzo di trasporto per riuscire a trovarmi una realtà in cui potessi essere davvero me stesso. “When I got the music I got a place to go“, dicono i Rancid in Radio, e questo è stato esattamente il mio ragionamento. Io, nel momento in cui ho cominciato a fare musica, ho trovato una community, una scena, nuovi amici e nuovi modi di interagire con il prossimo, cose che mi erano state completamente precluse perché, ad esempio, io frequentavo una scuola privata e lì non c’era niente che facesse parte del mio mondo, o perlomeno io non riuscivo a entrare nel loro. Quando è arrivata la musica ho capito che sarebbe stata proprio lei a trasportarmi in un’altra realtà e siccome, quando tu vivi, vivi di racconti che senti, ma anche di racconti che vuoi condividere, ho cominciato fin da subito a scrivere canzoni. L’Irlanda è arrivata nel momento perfetto, nel mio anno di transizione da quello che era il ragazzino che disegnava e leggeva i fumetti a quello che si è messo a fare musica per tanti anni. A 14 anni sono andato a Dublino in vacanza studio con la scuola per imparare l’inglese e lì entrai in contatto con il primo gruppo di ragazzi alternativi che facevano parte del giro di quelli che erano in vacanza con noi. Ho cominciato a parlare il più possibile lingua inglese, per imparare anche il significato delle canzoni che stavo cominciando ad ascoltare. Da lì è cambiata completamente la mia vita e ho scelto la musica come linguaggio e come mio modo di interagire con il prossimo.

Nicholas, invece quali sono le tue origini come cantautore?

È una lunga storia. Sono cresciuto in una piccola cittadina in Kentucky, Rocky Hill, sono andato alla Edmonson County Middle School ed ero un percussionista nella marching band. Quando sono andato al college non potevo avere una batteria nella stanza, per cui sono passato alla chitarra e ho comprato il libro Guitar for dummies (ride). Ho imparato così gli accordi che mi servivano e ho iniziato a scrivere canzoni. Con un paio di amici ho iniziato a suonare nella zona attorno al college e qualcosa è scattato sul palco, quando ho preso la chitarra e ho iniziato a suonare le mie canzoni. Ho capito che era l’unica cosa da seguire. Una volta laureato, volevo andare via e ho avuto l’opportunità di un lavoro nell’edilizia, che mi ha portato via dal Kentucky. Così mi sono mosso fra il New Mexico, Arizona, Wyoming, Georgia, Indianapolis, New York, dove ho incontrato mia moglie. Lavoravo dalle sei di mattina fino alle quattro/cinque del pomeriggio, poi suonavo dalle dieci di sera fino alle due del mattino circa. Ho continuato a farlo e finalmente, saltando un po’ di capitoli, sono arrivato in Ohio. A New York e in Ohio ho iniziato a pensare di poter davvero fare il musicista come lavoro. Ho acquisito la confidenza e quel poco di professionalità per poter fare cose da solo. Così è successo e poi sono arrivato a Milano.

Quali sono gli artisti che ti hanno influenzato di più?

Sono cresciuto negli anni ’90, per cui ho avuto strane influenze che a volte non hanno senso l’una con l’altra, come gli Oasis, che mi hanno conquistato, oppure i Counting Crows, specialmente per i testi: penso che siano quasi poesia, potresti togliere la musica e leggerli, sono davvero bellissimi. Da uomo del Sud, uno che mi ha influenzato davvero molto è stato Tom Petty: ti entra nelle ossa, nel sangue. Penso che le mie radici affondino nel Roots Rock. Poi Hendrix, The Beatles… tutti i grandi nomi degli anni ’70, scoperti grazie al padre di un mio amico. Per cui posso dire di aver avuto davvero tante influenze.

Tornando all’album, perché le persone dovrebbero ascoltare This is Home?

A.R. È una storia, perché la gente dovrebbe voler leggere un libro? Non è obbligatorio. Perché la gente dovrebbe leggere un graphic novel? Non è obbligatorio neanche quello, ma potrebbe dare un momento di serenità. È un disco molto onesto, è un libro molto piacevole da leggere, è un racconto sincero. Il mainstream ci insegna che c’è tanta musica, che c’è tanta musica di valore, ma c’è della musica differente. Si è parlato tanto di cantautorato in Italia, ma in pochi forse sanno realmente cosa sia. Ci sono dei progetti che vanno benissimo e che dicono niente, ci sono progetti che vanno abbastanza bene e che dicono qualcosa; noi abbiamo la presunzione di dire che questo disco racconta realmente quello che siamo. Quindi è un po’ come fare una chiacchierata con qualcuno al bar, è un’onesta chiacchierata con degli amici. Se hai bisogno di verità, penso che questo sia il disco giusto.

N.J. La verità credo sia un buon punto fermo. Willie Nelson disse che una bella canzone ha bisogno di tre accordi e verità: è esattamente quello che è l’album. Penso che racconti la sua storia, la mia storia, è un racconto autobiografico, ma penso che nel complesso siano canzoni vicine al cuore, per questo credo che siano davvero buone e tutti quelli che sono stati coinvolti ci hanno messo tutto quello che è accaduto loro. Quindi This is Home è una storia, è la nostra storia.

Storia che sta passando anche da qui, dagli Attitude Studios: qual è il significato del progetto?

A.R. “Attitude is the only thing that money can’t buy“. Attitudine è una parola che viene utilizzata tantissimo in questo momento, perché, passata la moda dell’influencer, passata la moda degli opinion leader, passata ormai da tempo la moda di usare il termine rock’n’roll per qualsiasi cosa, attitudine è la nuova parola trendy. Perché la gente sta cercando verità, attitudine è una parola che comunica verità. È nella stessa area. È qualcosa che tu non puoi comprare, o ce l’hai o non ce l’hai. Il progetto era molto più piccolo all’inizio, ovvero fare un home studio o un piccolo studio di produzione e niente di più, ma volevo uno spazio che potesse contenere più musica possibile, quindi serviva una live room, una grossa regia, la stanza per andare a fumare le sigarette, serviva tutto questo… Mi piace considerare questo posto come un riparo per la buona musica. Se entri in questo studio è perché hai una storia da raccontare e hai un’attitudine diversa rispetto agli altri, che tu sia un artista mainstream o che tu sia un artista super underground. Non è che metto il cartello “gli idoli di Sanremo non possono entrare qui”, per carità, magari hanno anche loro delle storie da raccontare che io ancora non conosco, però mi è sembrato naturale invitare personaggi come Nitro, Wrongonyou, Jesse Malin, Zerocalcare, Nick e tante altre persone che avevano un’attitudine differente rispetto alla media. Quindi, sebbene questo studio lavori a 360 gradi sulla produzione e sulla registrazione, lavorare su quelle cose di cuore ci riesce ancora meglio e ci riesce ancora meglio valorizzarle, perché anche se sono prodotti di altre persone li sentiamo comunque come nostri, non soltanto perché poi nei credits c’è scritto “recorded at Attitude Studios”, ma perché le sentiamo come nostre, per cui è un approccio differente al music business, decisamente.

La chiacchierata è andata avanti per un’ora abbondante, in cui Andrea e Nicholas hanno parlato della loro storia, dei Boston Celtics e della loro passione che ha invaso ogni aspetto della loro vita. È una storia che ha fatto trovare loro una scena musicale e un’amicizia costituita dall’aiutarsi e supportarsi ogni qual volta capiti di avere una chitarra in mano. This is Home è il risultato di un cammino che ha mille sfaccettature: entrambi sono impegnati, sia insieme che singolarmente, con la radio, gli Andead, il progetto P.G.A. Punk Goes Acoustic, nuove canzoni e concerti, il tutto alla luce di un’attitudine, una propensione a guardare il bello e il vero della propria vita, con la scoperta che raccontare qualcosa che ti è capitato e ti ha fatto riflettere non serve soltanto a te, ma anche a chi da sotto il palco o camminando con le cuffie nelle orecchie, ascolta, canta o suona le tue canzoni, con il cuore pieno di ciò che è capitato a lui. Il racconto di Andrea e Nicholas è un esempio per tutti, perché comunica il coraggio di fidarsi delle proprie storie tanto da raccontarle, perché, usando le parole di Nicholas: “è bello essere se stessi e non vergognarsene”.