R E C E N S I O N E


Articolo di Manuel Gala

Prendere i Cage The Elephant. Aggiungere dell’ottimo rock invecchiato in botti d’acero dal sapore hendrixiano. Mescolare saggiamente con alcune gocce di Pixies e Nirvana. Shakerare il tutto con l’aggiunta di ¼ di Beatles e ¼ di Black Keys dal colore rosso intenso. Versare in un bicchiere e gustare ghiacciato. Suonano così i ragazzi del Kentucky, un po’ amarcord con gusto retrò e un po’ strafottenti alla Pete Doherty. C’è tanto stile in quello che fanno e producono, che ogni loro nuovo passo viene atteso come una boccata d’ossigeno a livello musicale. Per questo erano attesi al varco i Cage The Elephant, come Atreyu al passaggio della prima porta nel film La storia Infinita; il tutto sta nel credere in se stessi se si vuole sopravvivere.

Il quintetto capitanato dai fratelli Shultz (Matthew vocalist e Brad chitarrista) si forma nel 2006 ed esordisce con l’omonimo album nel 2008. Dopo aver catturato l’attenzione del pubblico con i successivi Thank You, Happy Birthday e Melophobia, il cambio di rotta della band avviene nel 2015 con l’uscita di Tell Me I’m Pretty, album che lancia i Cage the Elephant fra i grandi del rock con pezzi ruvidi ma semplici, con un sound British ma senza scendere nel banale. L’album vince il Grammy Awards come miglior album rock dell’anno e la band si erge fra le grandi del periodo contemporaneo, esibendosi fra platee e palcoscenici importanti.

Nel 2017 regalano ai fans il live Unpeeled, perché i Cage danno il meglio quando possono respirare l’adrenalina che sale dal pubblico e finisce dritta sulle corde delle loro chitarre. 2019…l’ardua prova della conferma è arrivata. Esce il loro nuovo lavoro Social Cues, una scommessa secondo molti e un azzardo secondo altri. Il sound è più maturo e meno frizzante rispetto a prima, anche se ben concepito nel suo complesso. Apre l’album Broken Boy, l’eccezione che conferma la regola anche perché sembra il continuo del precedente lavoro, ma ahimè sarà la sola nota lieta. Si va dagli effetti sonori stile Bowie di Social Cuse al lento incedere di Black Madonna, passando fra percorsi quasi hip hop stile Twenty One Pilots in Night Running. Il ritmo è piatto, non ci sono sbalzi né onde travolgenti da perdersi dentro nuotando per risalire. Il tutto rientra nel canonico ed impostato rock stiloso e pettinato senza eccedere come Ready To Let Go e Love’s The Only Way, mentre si sente la mano di Dan Auerbach, leader dei Black Keys nel brano più incisivo dell’intero lavoro che risulta essere Dance Dance.

Un piccolo sussulto finale lo troviamo in Tokio Smoke, forse una delle poche cose riuscite all’interno di un lavoro che si è sviluppato troppo su una linea continua, senza toccare vette di godimento. Come nelle più grandi prove, la riconferma dopo il successo è un fardello grande, per alcuni troppo grande come ostacolo per poter essere superato. I Cage ci hanno provato. Hanno provato a restare sulla cresta dell’onda, cercando in ogni modo di rimanere all’altezza delle aspettative, di credere in se stessi, ma a questo giro hanno leggermente deluso. Il cocktail era lì, ghiacciato, pronto per rinfrescare la nostra gola e per dissetare la nostra voglia insana di rock. Volevamo tornare nelle nostre stanze ubriachi di spensieratezza. Un vero peccato, sarà per il prossimo giro!

Tracklist:
01. Broken Boy
02. Social Cues
03. Black Madonna
04. Night Running
05. Skin and Bones
06. Ready To Let Go
07. House Of Glass
08. Love’s The Only Way
09. The War Is Over
10. Dance Dance
11. What I’m Becoming
12. Tokyo Smoke
13. Goodbye