L I V E – R E P O R T


Articolo di Claudia Losini, immagini sonore di Hugo Lima

Cos’è lo spirito? Ho cominciato a farmi questa domanda quando Solange, durante il suo live, ha raccontato un aneddoto sulla sua infanzia. Cresciuta in chiesa, vedeva le suore che pregavano e le sue compagne che piangevano, urlavano, quando sentivano questo spirito entrare in loro. Lei ha confessato di essere sempre stata spaventata, quindi, dall’effetto di questa energia mistica. Che però poi ha trovato, più avanti, nella sua vita. Ho trascorso tre giorni percorrendo non so quanti chilometri tra un palco e l’altro, sempre con la stessa parola che mi tornava in testa: Spirito.
Dove lo trovo, il mio? Ce l’ho? Quando lo troverò mi metterò anche io a piangere o ne sarò spaventata? E gli altri, ce l’hanno? Tre giorni interi passati a osservare, e a riflettere sul senso di queste parole, cercandole negli occhi di tutti i passanti.

E in questi giorni ho visto tante energie diverse e tanta forza: quella di Solange, prima di tutto, che ha celebrato il corpo femminile e la cultura afroamericana, che è scesa dal palco per abbracciare chi, come lei, deve lottare costantemente per un posto nel mondo. Il suo è stato uno spettacolo elegante, raffinato, e soprattutto femminista, in grado di abbattere ogni tipo di stereotipo e di barriera, anche quella della perfezione, quando si è accorta di avere il top sistemato male e lo ha aggiustato, ridendoci sopra. La potenza della naturalezza.

Ho visto le magie di Jarvis Cocker, che ha chiesto ad alcuni tra il pubblico quale fosse la loro più grande paura, e, con la sua speciale ironia britannica, gliele ha spazzate via. Ci ha chiesto se ci piace ballare, ci ha raccontato la storia di un uomo che non balla più, che ora sta su un divano e ricorda quando ballava la house music, e con questo ci ha ricordato quanto sia importante divertirsi, a qualsiasi età. E ha scacciato anche il diluvio che si è abbattuto su Porto per tre, interminabili, minuti.

SURMA

Ho trovato del genio nella follia di Tommy Cash, un ballerino nato, che unisce i beat degli anni 90 a un’estetica sovietica dal gusto kitsch, mandala hippie a video non censurati di Brazzers, con un risultato così riuscito da lasciarti a bocca aperta a chiederti “Cosa diavolo sto vedendo qui?”.

Sono stata avvolta dal misticismo di Surma, che con la sua voce eterea e la performance di danza contemporanea ha reso ancora più labile il confine tra la nostra realtà e il suo universo magico. E ho sentito la purezza del suo sorriso pervadere il Seat Stage e riempirci di gioia.

JORGE BEN JOR

Mi sono commossa con le dure parole di Kate Tempest, che ti parlano al cuore e ti tirano uno schiaffo di realtà, nel mezzo di un’oasi felice come il festival.

Ho capito l’importanza di Rosalía, una ragazza che, per quanto si sia appropriata di un genere tradizionale e lo abbia reso contemporaneo, lo fa senza guardare in faccia nessuno, a modo suo, sicura della sua voce, del suo corpo e del fatto che, un fenomeno così, non si ripeterà mai più.

ROSALÍA

Sono stata avvolta dal calore dei miei amici, che nonostante il diluvio del primo giorno hanno affrontato il freddo col sorriso e con la voglia di cantare e di ballare. Ho ricevuto quell’affetto unico che solo chi ti vuole veramente bene riesce a regalarti. Ho fatto amicizia con un gruppetto di fricchettoni 70enni, bellissimi, che si facevano i selfie mentre in sottofondo risuonavano le canzoni di Jorge Ben Jor e ho pensato che anche io, tra un po’, sarò vista come quella “vecchia” che ancora va ai festival. E sono stata felice di questa consapevolezza. E ancora ho visto tutti quegli sconosciuti cantare, saltellare tra il verde delle colline, ridere e divertirsi, tutti con la voglia di stare insieme in quella piccola dimensione parallela che è il Nos Primavera Sound, per condividere una passione comune.
Se non è spirito questo.

L’edizione 2019 del Primavera Sound è stata ricordata come quella della parità di genere. In tanti hanno speso molte parole, giustamente, sull’equità e sull’importanza che ha avuto la selezione della line up quest’anno. Penso sia giusto, ancora, parlare di diversità, di uguaglianza e di abbattimento degli stereotipi. Ma io posso confessarvi che non ho mai notato queste differenze, allora e tutt’al più oggi, dagli artisti sul palco alle persone che popolano il festival: quello che ho visto è una comunità unita da qualcosa che va oltre ogni differenza, creata dall’energia e dalla forza che ogni singola persona presente a Porto ha portato con sé. E ho compreso la lezione di Solange. La musica non è questione di genere. È questione di spirito.