R E C E N S I O N E


Articolo di Manuel Gala

Un aggettivo per descriverli? Esplosivi!!
A quasi tutte le band e gli artisti che non si fermano all’esordio, tocca la fatidica prova della vita, ovvero superare le aspettative dell’album di debutto. Molti crollano e altri rimangono nell’anonimato. Loro non sono tra questi! Gli inglesi The Amazons, di Reading, non si sono fatti trovare impreparati e hanno tramutato il loro essere animali da palcoscenico, in animali da studio discografico, in una sorta di traslazione naturale di crescita interiore fatta di progetti e di idee marchiate a fuoco sul pentagramma.

A 2 anni dal debutto omonimo, con tanto di top ten uk, risorgono dalla polvere del silenzio rock con Future Dust, un lavoro brillante e decisamente d’impatto sonoro. Il sound è molto più maturo e rasenta a tratti l’Hard rock di una band americana piuttosto che inglese. La voce del front man Matthew Thomson si fonde armoniosamente con il sound sporco e ruvido fatto di riff spietati ispirati ai Led Zeppelin, come confermato proprio dal cantante: “Cercavamo un suono più duro e accattivante, più sporco e più sexy che catturasse l’attenzione. Ci siamo imbattuti prima nei Led Zeppelin e poi in Howlin’ Wolf e nel suo maledetto blues”.

Il nuovo lavoro riprende temi attuali come dipendenza dai Social, depressione e disturbi alimentari dovuti allo stress che porta il ritmo di vita odierno. Ed è proprio con Mother, primo singolo estratto, che i quattro di Reading iniziano la marcia alla scoperta dell’ultima fatica. “Nell’era dei social media ci viene detto come agire, e cosa provare. È un brano che sfida gli dei e tutti coloro che stanno nel mezzo!”.

Ed in effetti ha ragione Thomson a sfidare gli dei con questa poesia rock d’annata e dannata allo stesso tempo, un singolo d’impatto radio non indifferente e quanto di meglio oggi possa offrire il panorama inglese. Un pezzo che richiama molto il post grunge e le sfumature american style dei Queen of the Stone Age, a cui la band è molto legata musicalmente assieme agli Arcade Fire e ai Florence and the Machine.

Sulla stessa scia di potenza, arriva il secondo singolo estratto Doubt it, un incontro romantico, “una decisione da prendere che può risultare stupida per via della tentazione, un dubbio morale se resistere o meno al forte desiderio”. Strutturato in modo da impattare nelle orecchie come un’onda da domare, il brano è già un classico delle radio e delle classifiche rock.

Fuzzy Tree fa capire perfettamente il salto di qualità di questi musicisti, riprendendo a tratti la durezza dei Royal Blood e il fascino britannico dei Catfish and The Bottleman, in un brano veramente tirato quasi all’estremo, grazie ai brillanti assoli di Chris Alderton alla chitarra. Si continua con un paio di pezzi molto stile indie, come 25 e Warning Signs, dove si possono riconoscere le sfumature che arrivano da gruppi ormai Cult in UK come Foals e i primi Editors. Una menzione particolare per la dolce ballata All over town, molto ben riuscita quasi fosse un tributo alle band UK anni 90, e Dark Visions, una sorta di Vertigo degli U2 rivisitata, con Thomson in versione Bono Vox ad intonare cori da stadio coinvolgenti.
Il disco chiude il suo viaggio con End of a Wonder, un classico pezzo molto simile allo stile dei Rival Sons, sempre impeccabile nel suono, dove questi fortissimi ragazzi raggiungono l’apice del loro intento, amalgamandosi fra loro in una studio session memorabile, facendo rivivere le gesta delle immense leggende rock anni 70. Il punto più alto del disco in assoluto fatto di riff estesi e prolungati, batteria incalzante e chitarre senza respiro. Una cornice perfetta per chi aveva grandi aspettative da questo secondo album. L’ultimo omaggio è per gli Eagles nel brano Georgia, riprendendo qualcosa a tratti della storica e monumentale Hotel California.

Loro sono i The Amazons, pronti a far esplodere il loro sound ovunque voi siate, che sia una spiaggia desolata o un palazzetto stracolmo, saranno lì per farvi saltare come pochi altri sanno fare.