A P P U N T I  D A  S U O N I  M O B I L I


Appunti di James Cook, approfonditi da Luci

In un torrido pomeriggio domenicale raggiungiamo Seveso, bassa Brianza, con destinazione Villa Dho. La storica costruzione donata al comune negli ultimi anni del Novecento con il vincolo di utilizzarla per attività socio-culturali è anche sede dell’associazione Musicamorfosi. Il concerto di oggi è dedicato a Laura Conti; considerata la madre dell’ecologismo italiano, si è impegnata a lungo per far luce sul disastro di Seveso del 1976.
In programma c’è il concerto di Amaro Freitas, uno degli eventi che attendavamo con maggior curiosità, visto che lo scorso autunno l’ascolto del suo disco Rasif ci aveva decisamente appassionato.

Il musicista è originario di Recife, città costiera dello stato di Pernambuco, nella parte nord orientale del Brasile. Guidato del padre inizia a suonare il pianoforte in chiesa a 12 anni, rivelandosi ben presto un ragazzino prodigio. Conquista un posto al prestigioso Conservatorio Pernambucano de Música, ma deve rinunciare per le ristrettezze economiche della famiglia. Con ostinazione cerca qualsiasi occupazione che gli dia modo di finanziare le spese scolastiche. La svolta arriva a 15 anni, quando per caso si imbatte in un dvd del concerto di Chick Corea. Il ragazzo non aveva mai visto niente del genere ma comprende che è proprio quello ciò che vuole fare con un pianoforte. Comincia uno studio quasi ossessivo dello strumento, che a soli 22 anni lo rende uno dei musicisti più richiesti della sua città. Successivamente incontra e inizia a collaborare con il bassista Jean Elton e il batterista Hugo Medeiros. Nasce così la formazione in trio, la stessa che vedremo esibirsi al tramonto di oggi. “Voglio mostrare la semplicità della musica, per rompere lo stigma che il pianoforte è per una particolare classe sociale. Sì, è uno strumento difficile, a cui molte persone non hanno accesso, ma con esso puoi esprimere tutto”. Queste parole trasmettono pienamente l’essenza di Amaro ancora prima come uomo cresciuto nelle favelas, che come artista.

Il concerto sta per iniziare, ma prima il padrone di casa Saul Beretta invita il pubblico a disporsi sul prato in massima libertà per godere al meglio un evento che promette grandi emozioni. Si parte con “Coisa n.4”, di Moacir Santos. Amaro sembra aver ben chiaro in mente lo schema da seguire: parte concentrato, quasi dolcemente, ma ben presto esce tutta la sua energia, le dita si muovono velocissime e picchiano forte. Il suo stile percussivo osservato da vicino è davvero affascinate, in alcuni momenti si ha l’impressione che voglia quasi mordere i tasti, per la forza che ci mette. Lo sviluppo del pezzo dura una decina di minuti, durante i quali colpisce quanto i cambi di ritmo siano sempre in sintonia con le espressioni del viso e le movenze del corpo. E’ chiaro da subito lo splendido interplay con i suoi due amici (come chiamerà in uno dei pochissimi interventi parlati i due musicisti che lo accompagnano) con i quali scambia spesso sguardi di intesa.

Chi aveva in mente il Brasile della Bossa Nova si rende immediatamente conto che questo è un viaggio destinato a spingersi soprattutto altrove, verso territori inaspettati. Il pianoforte viene trattato spesso come uno strumento a percussione a 88 tasti che emette un suono tellurico, le sperimentazioni sono elettrizzanti, una travolgente esplosione musicale “deflagra” nell’aria. Mani che si incrociano, ritmo sincopato, improvvisi rallentamenti, un campionario che ritroveremo anche in altri brani in scaletta, tratti quasi equamente dai due album pubblicati finora (“Sangue Negro” del 2016 e il già citato “Rasif “del 2018).
Rispetto alle versioni ascoltate su disco mancano gli strumenti a fiato, ma le mille sfumature di colore che Amaro riesce a trasmettere attraverso il pianoforte, lo scambio perfetto con il contrabbasso (che in alcuni tratti sembra quasi un basso elettrico) e la batteria non ce li fanno rimpiangere. La maggiore libertà che può prendersi in concerto ci regala momenti indimenticabili, le sue note ci colpiscono alla pancia per poi deviare verso il cuore.

Lo spirito da cui originano i ritmi del nordest brasiliano ci arriva diretto, anche visivamente, attraverso quella sua splendida selva di capelli e un sorriso che si apre spesso inaspettato ed empatico durante le esecuzioni. C’è spazio anche per la dolcezza, con un samba filtrato dalla sensibilità di Amaro (“Samba de Cesar”, dal primo disco) e per un’inevitabile dedica alla memoria di Joao Gilberto (che ha lasciati il giorno precedente). La scelta cade su “Luiza” di Tom Jobim, con un’intensa esecuzione per piano solo. Si prosegue con la raffinatezza, a tratti tribale, di “Rasif” per giungere ad un’incredibile esecuzione di “Aurora”, una suite in tre parti molto elaborata che si dilata con tanti spazi lasciati all’improvvisazione e al puro divertimento. La sensazione è che Amaro, spesso sul punto di terminare l’esecuzione, cambi idea cercando di cogliere di sorpresa gli altri due musicisti, con grande spasso generale. Ne esce un momento straordinario: racchiude, esaltandole, le diverse anime del trio, esplora una libertà creativa che spazia dalla dolcezza alla forza, lasciandoci letteralmente a bocca aperta.

Si ritorna alle origini, con il brano “Encruzilhada”, bis finale tratto dall’album di debutto. Il ritmo è soavemente incalzante, con il contrabbasso e la batteria in evidenza, l’impronta è classica, ma già notiamo assaggi dell’innato estro percussivo del giovane artista. Prima di concludere c’è ancora spazio di risate con Amaro che invece di terminare inserisce piccoli richiami a pezzi famosissimi, suscitando una spontanea ilarità fra i musicisti e nel pubblico.
Abbiamo avuto l’opportunità di vivere un concerto che rimarrà nella memoria dei presenti per tantissimo tempo. Un privilegio poterne godere in un ambiente perfetto, così vicino ai musicisti da riuscire a cogliere ogni particolare della loro arte. Portiamo con noi la gratificante  consapevolezza di aver conosciuto uno dei migliori pianisti a livello mondiale, della nuova generazione.

Crediti immagini:  Roberto Del Bo