A P P U N T I  D A  S U O N I  M O B I L I


Appunti di James Cook, approfonditi da Luci

Sotto un cielo di stelle, con nuvole che si muovono veloci, raggiungiamo Villa Scaccabarozzi nel comune di Usmate Velate. L’edificio risale all’inizio del XIX secolo, quando il conte Rinaldo di Barbiano, principe di Belgioioso d’Este, fece della sua dimora una sontuosa “villa di delizia” per il soggiorno estivo, dotandola anche di uno splendido parco all’inglese. Divenne così uno dei luoghi di villeggiatura favorito dai membri più illustri della nobiltà milanese. Dopo l’acquisizione da parte dell’Amministrazione Comunale, dal 1997 sono stati avviati lavori di ristrutturazione che hanno permesso, fra l’altro, il recupero della suggestiva “Sala delle colonne”.
Anche in questa occasione ci troviamo in un posto ideale dove accogliamo una formazione che arriva da lontano, i Toko Telo (ovvero “gruppo di tre”), presenza abituale nelle manifestazioni internazionali più prestigiose dedicate alla world music. Il trio proviene dal Madagascar, enorme isola situata nell’oceano indiano, al largo della costa meridionale africana.

La formazione originale nasce dall’incontro fra tre dei più quotati musicisti malgasci, famosi sia a livello nazionale che internazionale: Monika Njava, splendida voce soul, Régis Gizavo, grandioso fisarmonicista e D’Gary (Ernest Randrianasolo), eccellente chitarrista. Tutti della stessa generazione, si conoscono da decenni, ma è solo alla fine del 2015, in occasione di un concerto tenutosi ad Antananarivo per raccogliere fondi a favore delle vittime di una carestia che sperimentano, con enorme successo, la formula in trio. Da questa emozionante serata Monika trae l’idea di registrare un disco, destinato non solo ad essere eredità artistica per i musicisti più giovani, ma concepito anche per raggiungere un pubblico fuori dai confini nazionali.
Toy Raha Toy, pubblicato nel 2017, conquista il primato in diverse classifiche, ma soprattutto diventa il “testamento musicale” di Régis Gizavo, che muore prematuramente nel luglio dello stesso anno. D’Gary e Monika Njava decidono che il modo migliore di onorare il loro amico scomparso è portare avanti il progetto, al quale si unisce il giovane e talentuoso chitarrista Joël Rabesolo. Insieme, nel 2018, registrano Diavola ottenendo nuovamente recensioni entusiaste. Da aprile sono impegnati in un tour “work in progress” che però già prevede date fra Europa, Canada e Stati Uniti. Stasera il trio si esibisce nella penultima tappa italiana.

Sul palco montato vicino alla villa, a ridosso della rigogliosa area verde, sale D’Gary. In apparenza un placido signore di mezza età, che rivela subito notevoli capacità tecniche con una intro di chitarra acustica, un lungo virtuoso assolo che delizia i presenti.
Entrano quindi: Joël Rabesolo, visivamente una specie di Jimi Hendrix ma con modalità molto più dolci e jazzy e la star femminile Monika Njava; il suo abito tradizionale ha un colore sgargiante, la collana e il turbante sono perfettamente in tinta, nell’insieme ci restituisce un’immagine davvero fresca e gioiosa. La sua voce, che modula alla perfezione tremoli potenti, decisi, ma altrettanto vibranti, tipici del canto nel sud malgascio, fin dalle prime strofe rivela una personalità ricca di sfumature affascinanti.
Dopo il primo brano la cantante parla amabilmente in francese, dice che è felice di essere in Italia e ci illustra i temi delle canzoni. Si tratta di storie semplici, che narrano con uno spiccato approccio cantautorale situazioni di vita quotidiana. Ad esempio “Hainao Moa” (che lei traduce in Vous savez quoi?) tratteggia la figura di un uomo che è innamorato di una donna, ma non ha il coraggio di dichiararsi, solo che al villaggio tutti già sanno del suo sentimento. “Zaza Somondrara” è la storia di una ragazza che sogna una vita migliore lontana dal villaggio natale, dove il destino comune per chi ha 12-13 anni è “finire” incinta. “Rapolany” ci fa conoscere il drammatico vissuto di una donna con i suoi figli: abbandonata dal marito, è in balia di un destino instabile, influenzato da forze esterne, come accade ad un aereo quando rolla.

Non mancano i momenti strumentali in cui gli intrecci tra l’acustica di D’Gary e l’elettrica di Joël generano suoni suggestivi, quasi magnetici; è evidente quanto l’ascolto ogni volta conquisti anche Monika, che infatti dichiara: “sono la donna più fortunata del mondo perché suono con i due migliori chitarristi del Madagascar!”. Altrettanto intrigante è l’effetto delle voci che si fondono e sovrappongono con tecnica perfetta nel cantato a tre trasmettendo un senso di profonda armonia.
Colpisce poi la lenta, struggente dolcezza di un pezzo come “Be Tepotepo”, che anche vocalmente riesce a farci “sentire”, molto da vicino, tutte le fragilità di un uomo che non torna a casa perché ha perso la fiducia in sé stesso. Di interesse particolare è il racconto al centro della traccia “Diavola”, che dà il titolo all’ultimo album del gruppo: in Madagascar, le infrastrutture pubbliche necessitano di una notevole ristrutturazione, per cui l’approvvigionamento dell’elettricità rimane un grosso problema, diversi villaggi non riescono ad averla. Quando arriva la luna piena, tutti la festeggiano come fosse un dono di Dio.

Stiamo ascoltando voci che si esprimono in una lingua incomprensibile, parlano di temi piuttosto lontani da noi, eppure, complice una melodia rassicurante, riescono ad essere davvero accoglienti, quasi famigliari. Forse perché le composizioni originali del trio si diramano vigorose fra presente e futuro ma hanno radici ben salde nelle tradizioni del sud, che così non solo convivono ma, senza soluzione di continuità, si rinnovano.
Nella mescolanza di ritmi veloci ed atmosfere più attenuate possiamo infatti individuare riferimenti allo tsapiky, una musica legata a cerimonie rituali che possono durare diverse ore o persino giorni. Le canzoni accompagnate da sonagli e da una particolare impostazione vocale richiamano lo Jihe, tipico dei popoli Vezo, Masikoro e Bara. C’è anche un cantato in cui il testo viene emesso con grande velocità. In questo caso il richiamo è al beko, tipico dei pastori ambulanti Antandroy.
Arrivati alla fine Monika ringrazia tutti con modi delicati, presenta i due super chitarristi, e insieme ancora ci donano un estratto della loro grande arte. Rimane in noi un senso di pace, così come la confortante meraviglia insita nella scoperta che entrare in contatto con la “diversità”, come sempre, ha arricchito anche il nostro spirito…


Crediti immagini: Roberto Del Bo