L I V E – R E P O R T


Articolo di Luca Franceschini

Arriva finalmente anche in Italia EX:RE, nuovo progetto di Elena Tonra che lo scorso dicembre, accantonati per un attimo i suoi Daughter, ha realizzato un disco che può essere considerato una sorta di avventura solista e che partiva, a livello lirico, dalla rottura di una relazione amorosa (“Regarding Ex”, appunto). Un lavoro convincente, per quanto mi riguarda tra i migliori del 2018, che pur mantenendo saldo, a mo di marchio di fabbrica, stile vocale ed elementi del songwriting adottati anche con la sua band principale, riusciva anche ad aprire prospettive nuove, incorporando sonorità più scure rispetto a quelle a cui eravamo abituati, oltre che qualche piccola incursione in ambito elettronico.

Oggi finalmente abbiamo modo di vederla in azione anche dalle nostre parti; personalmente ci speravo poco (quanta attenzione avrebbe potuto suscitare, in un paese poco curioso e ultimamente anche poco attento alle proposte straniere, il progetto parallelo della cantante di un gruppo che non può essere definito più che di nicchia?) ma sono stato davvero contento che sia potuto succedere.

Non c’è tanta gente, in effetti. Si suona ancora una volta sul palco piccolo, come già avvenuto per altri concerti estivi come Dream Syndicate e Anna Calvi. Peccato, perché una proposta del genere meriterebbe uno stage senza dubbio meglio allestito ma è anche vero che qui si sente meglio che su quello principale quindi si tratta di un giusto compromesso.

Non c’è supporto, si parte puntuali alle 22 come da copione, con I Need a Little Time di Courtney Barnett, in quel momento in rotazione nella playlist di attesa, che viene stoppata dopo pochi secondi per consentire l’ingresso del gruppo. Elena Tonra si piazza a sinistra e imbraccia la chitarra. Ironicamente il pezzo con cui sceglie di aprire è My Heart, ultima traccia del disco e anche quella più vicina al repertorio della sua band principale, essendo l’unica fortemente basata sulla chitarra. Ballata dolce, riflessiva, dove la sua voce ha modo di venire fuori immediatamente e cattura con la sua intensità. In effetti, nonostante le condizioni ottimali, nonostante il caldo e nonostante le zanzare, rimangono tutti ammutoliti, attenti e con lo sguardo rivolto verso di lei. Potenza della musica dal vivo quando chi esegue è dotato del carisma che ha lei.

Che poi non si direbbe, a vederla: non ha una bellezza appariscente, si muove poco, quasi ingessata e condizionata probabilmente da una timidezza innata. In realtà poi è il ritratto stesso della spontaneità e dell’umiltà. La bellezza della voce, il modo con cui la usa, l’autorevolezza che traspare ogni qualvolta esegue i pezzi, formano uno strano contrasto con la simpatia e la spensieratezza quasi adolescenziale con cui si rivolge al pubblico, raccontando dei suoi parenti italiani, che è andata a trovare nel pomeriggio, e scherzando su come ogni volta che deve parlare si dimentichi di togliere gli effetti alla sua voce, con risultati piuttosto esilaranti. Insomma, se all’inizio della carriera dei Daughter, avevo sentito gente dire che era una che se la tirava, direi che alla quarta volta che la vedo dal vivo, non potrebbe esserci affermazione più assurda. In ogni caso bastava esserci ieri sera per capire che di artisti così genuini ce ne sono pochi in giro.

Sul palco con lei anche la violoncellista Josephine Stephenson, che ha suonato anche sul disco, il batterista Fabian Prynn e il chitarrista Jethro Fox. In realtà a parte Fabian, che starà sempre dietro le pelli, la divisione tra gli strumenti è piuttosto fluida, visto che le posizioni vengono scambiate quasi ad ogni brano, e sia Josephine che Jethro si occupano a turno di Synth e tastiere.

Ottima resa sonora, dicevamo, con la voce assoluta protagonista ma con un’architettura strumentale che, nella sua semplicità, valorizza i vari episodi e li rende anche più eterogenei tra loro, se paragonati con le versioni in studio.

Tra le cose migliori, impossibile non citare I Can’t Keep You, che è anche l’unica dove batteria e chitarra si irrobustiscono, il ritmo si fa più veloce e si crea un’atmosfera maggiormente elettrica, con sfumature quasi Dark Wave. Poi New York, spettacolare per come si riempie a poco a poco, sfociando in una coda strumentale di grande fascino; o ancora The Dazzler, lenta, cupa ma che si fa via via più luminosa. O l’ipnotica 5AM, col suo basso pulsante. E per finire, una Romance da brividi, con Elena che, situazione inedita per lei, abbandona sia il basso che la chitarra, per concentrarsi solo sulla voce, offrendo ancora una volta una prestazione vocale al limite della perfezione.

Ed è anche interessante constatare come la cupezza estrema delle liriche, la rabbia e la sofferenza che da esse traspare, siano in qualche modo stemperate da un’esecuzione che non è semplicemente mera riproposizione, replica acritica di un vissuto che non è più presente; al contrario, l’impressione è che, riaccadendo sul palco, queste canzoni siano in grado di svolgere una sorta di funzione catartica e quindi di stemperare il dolore. Non si spiegherebbe altrimenti l’atteggiamento positivo e disteso dei quattro, i sorrisi con cui ricevono gli applausi del pubblico.

È durato poco ma il disco è stato eseguito per intero, non c’è altro da proporre. Il bis, nonostante tutto, arriva comunque, con lei che quasi si scusa per il fatto che hanno finito le canzoni e devono ricorrere a quelle di qualcun altro. Viene così eseguito il classico dei The Korgis Everybody’s Got To Learn Sometime, reso in maniera piuttosto vicina al mood che si è respirato per tutta la sera.

Finisce così ma per una volta nessuno può lamentarsi che sia stato breve: 60 minuti a questa intensità giustificano in pieno il prezzo del biglietto, oltre che non avrebbe avuto molto senso proporre altre cose, visto che il progetto, fondamentalmente, è composto da queste dieci canzoni, nulla di più. Anzi, piuttosto ci sarebbe da far notare che non siano state eseguite canzoni dei Daughter: abbastanza ovvio, si dirà, ma mi pare dica anche del coraggio di un’artista che, pienamente consapevole dei propri mezzi, non ha paura a presentarsi in una veste completamente nuova, lasciando da parte la fonte principale della propria fama.

Al momento la sua band principale si è semplicemente presa una pausa (anzi, da poco sono apparsi su Tiny Changes, il disco che documenta il concerto tributo a Scott Hutchinson, il leader dei Frightened Rabbit scomparso l’anno scorso), almeno per quanto ne sappiamo. Se per loro non dovesse tuttavia esserci un futuro, abbiamo la certezza assoluta che la loro cantante avrà comunque davanti a sé un futuro di grandi speranze.