A P P U N T I  D A  S U O N I  M O B I L I


Appunti di James Cook, approfonditi da Luci

Siamo a Lissone, nella centrale piazza della libertà davanti a Palazzo Terragni. L’edificio, costruito fra il 1938 e 1940, è un notevole esempio di architettura razionalista, attualmente adibito a sala teatrale e conferenze. E’ evidente che l’ambiente urbano, nel suo complesso, beneficerebbe di un lavoro di riqualificazione e in effetti l’amministrazione comunale si sta proprio muovendo in questo senso. La temperatura è sopra ai trenta gradi, qualche immancabile zanzara ci fa compagnia, ma l’atmosfera rimane comunque piacevole.
L’aspettativa per la serata è piuttosto alta dopo l’ascolto dell’ultimo disco di Lúcia e l’eccellente accoglienza ricevuta nei festival internazionali di world music. Siamo fiduciosi che si potrà creare un “ottimo contrasto” fra il panorama un po’ anonimo che ci circonda e ciò che accadrà sul palco.

Poco dopo le 21:30 arrivano Lionel Galonnier, amante degli strumenti e della musica afro-cubani, con un kit ibrido di batteria e percussioni ed Edouard Heilbronn; quest’ultimo, chitarrista e co-arrangiatore del progetto, è appassionato di cultura brasiliana e musica dal mondo.
I due giovani musicisti, entrambi di Strasburgo, seguono Lúcia ormai da qualche anno; mostrandosi subito ben affiatati, partono con un’introduzione di chitarra acustica e percussioni in crescendo, quasi a preparare il terreno più appropriato per l’ingresso della protagonista del concerto. Lúcia si avvicina con portamento regale, ha un abito smanicato e scarpe abbinate, folti capelli corti in libertà e sorriso smagliante. Parte l’esecuzione di “A Bahia É da Banda”, dal sapore etnico, solare, lei si muove in continuazione agitando una piccola percussione. Magrissima, sinuosa ed atletica, è inarrestabile, canta in un portoghese che ispira una gran simpatia. L’artista in inglese ci presenta alcune canzoni dall’ultimo disco, pubblicato quasi tre anni fa. 



In effetti la de Carvalho è molto focalizzata su Kuzola (questo è il titolo dell’album), perfetta sintesi della storia di una cantante nata in Angola, che vive in Francia da più di 20 anni e ha i ritmi e le percussioni del Brasile come principale influenza della sua musica.
Partire, viaggiare, ritornare alle origini, incontrare musicisti locali, contaminare e ravvivare la propria creatività, per riconquistare una libertà espressiva più armoniosa. Tutto questo si respira in un album “on the road” e nelle tappe dell’omonimo film documentario del 2018 girato da Hugo Bachelet. A conti fatti tutta la setlist arriverà appunto dalla seconda pubblicazione (tranne una traccia dal primo album e una cover).
Nel brano che segue, “indignados”, Eduard prende la chitarra elettrica, attacca con un ritmo in levare e lei lo accompagna energica con il tamburo a tracolla. La canzone è un sentito omaggio al movimento sviluppatosi nel 2011 in Spagna, gente comune che “dal basso” protestava contro il governo per le condizioni conseguenti alla grave crisi economica, chiedendo una democrazia più partecipativa. Durante tutto il concerto spicca come Lúcia e i musicisti formino un trio molto coeso, è evidente che sono perfettamente rodati, si intendono al volo, anche nel momento in cui si aggiungono le loro voci.

Lei ha il sole dentro, ce lo dice chiaramente e ce lo canta in “De Sol de sol”, pezzo che si conclude con campanacci e fischietto, in pura atmosfera da carnevale brasiliano, altra canzone che trasmette tanta allegria e voglia di ballare. In “Vem, Ver” (unico brano che ascolteremo tratto dal primo disco “Ao descubrir o mundo”) ritroviamo un trio che si esibisce in grande armonia. Lei, così flessuosa, ci ricorda vagamente Grace Jones, poi inizia a saltare ed è ancora grande festa.
“Coisas de familia” è un momento che serve per riprendere fiato, una piccola pausa riservata al batterista che si cimenta con varie percussioni. Poi rientra Edouard con la chitarra acustica e un ritmo dolce, il cantato di Lucia si dilata malinconico, quasi struggente, con quella adorabile pronuncia, e si unisce ad uno splendido intreccio di voci nel finale.
A questo punto la cantante si siede davanti a noi, come volesse raccontare qualcosa. Ci chiede: se la vostra vita fosse un giardino, come sarebbe? E poi parla del suo giardino che, a conti fatti, è molto ricco. Introduce il pezzo “No Meu Jardim” descrivendoci in sintesi il suo vissuto. La narrazione inizia declinando il tutto in positivo. Dall’infanzia in Angola con i genitori, quando tutto era una scusa per cantare, poi meta il Portogallo dove ha scoperto la fantasia, in seguito è stata adottata da una famiglia francese ed è arrivata la musica, portando armonia dentro e intorno a lei. Ci parla di pace, gioia, ci augura di essere felici, di stare bene, usa parole bellissime abbinate ad un sorriso sempre contagioso. “Prendre la vie comme elle vient et ne pas baisser les bras” (Prendere la vita come viene e non mollare). Così aveva già detto in altre occasioni, come non essere d’accordo?

Rispetto al disco e i concerti in full band, è chiaro che i tre artisti hanno un ampiezza sonora più limitata, ma la presenza fisica ed espressiva garantiscono una resa ugualmente eccezionale. Durante tutta l’esibizione Lúcia cerca sempre di coinvolgere il pubblico, facendolo cantare, applaudire, seguire istruzioni precise per giocare con lei ed è davvero impossibile resisterle. La platea collabora con entusiasmo ad ogni minima richiesta.
Di “My version”, traccia bilingue, colpisce la consapevolezza con cui parla d’amore, quel ritornello in inglese che dichiara, inequivocabile, quanto a volte sia meglio muoversi, tagliare i ponti, per tornare liberi di respirare. “Mas que nada” parte con uno spoken word portoghese/francese per una versione molto accattivante del classico brasiliano scritto da Jorge Ben più di 50 anni fa. Non resta che chiudere gli occhi per ritrovarsi piacevolmente immersi nelle atmosfere brasiliane. “Tira a Mão” è di nuovo l’occasione per notare quanto Lúcia sia una donna, ancor prima che musicista, particolarmente sensibile e attenta “al sociale”. Questa canzone infatti, sempre a due voci, affronta il delicato tema delle violenze domestiche subite dalle donne. Con tono vibrante, energico, a tratti persino graffiato, non solo invita a celebrare quei maschi che riservano amore e rispetto per ogni presenza femminile della loro vita, ma aggiunge: “stasera mi piacerebbe che applaudissimo tutti quegli uomini e donne che rispettano se stessi. Siete d’accordo? Allora lo facciamo!”. E così chiede ai presenti di seguirla nel canto battendo anche le mani.


I bis iniziano con “Zwelenu o Dimi Dyetu”, brano a cappella in kimbundu, che intuiamo parlare del suo paese nativo. “Sem Fronteiras” è davvero il l’ultimo pezzo. Lúcia infila ancora il tamburo a tracolla ed inizia a ballare, ci divide in due gruppi per farci interagire ancora meglio insieme a lei in portoghese.
Prima di chiudere ci parla di kuzola e del suo significato, “amore” nella lingua regionale angolana parlata dalla madre.
Dopo l’incontro di stasera facciamo parte della sua famiglia e ce lo testimonia scattando una foto che ha in primo piano loro 3 musicisti e noi festanti sullo sfondo.
Abbiamo vissuto un evento dal sapore speziato, viaggiando in gran parte fra Africa e Brasile. Una parentesi all’insegna del buon umore, della voglia di gioire godendo ogni istante del presente, ma anche di riflettere mantenendo il sorriso.
Quando Lcia torna in mezzo al pubblico per parlare e autografare i cd non sembra nemmeno stanca.
Il suo sguardo colmo di speranza, l’energica dolcezza, il carico di vibrazioni positive sono ancora tutti lì, sul palco e nell’aria.
Li portiamo a casa con noi pensando quanto la vita sia piena di bellezza, ogni volta che vogliamo vederla…


Crediti immagini: Maurizio Anderlini (1,3,4,6,7,8,11,12) e Roberto Del Bo (2,5,9,10)