L I V E – R E P O R T


Articolo di Marco Chrappan, immagini sonore di Salvatore Vitale

Giunta alla sua terza edizione, la rassegna di musica alternativa ROAM organizzata nell’ambito del LongLake Festival, propone nella data centrale di venerdì 26 il live show di Apparat, pseudonimo di Sascha Ring, tornato sulle scene con l’album LP5 dopo la sbornia elettronica del progetto Moderat.
Spettacolo che rischia di saltare quando la compagnia aerea decide di perdere diversi flycase di strumentazione lasciando la band con poche speranze. L’organizzazione del Festival risponde prontamente mandando richieste di aiuto con tutti i mezzi di comunicazione disponibili e in breve tempo viene trovato tutto il necessario per rimpiazzare le perdite. Si torna in pista.
L’attuale line up della live band di Apparat conta oltre a Sascha altri 4 eccezionali collaboratori: Philipp Thimm (basso, chitarra, violoncello, tastiere e cori), Christoph Hamann (basso, tastiere, viola, cori), Christian Kohlhaas (trombone, tastiere), Jörg Wähner (percussioni e batteria).

Lo spettacolo è veramente suonato quasi al 100%, in contrasto alle ultime esperienze e al lungo periodo di militanza nella musica elettronica, soprattutto durante l’inizio solista di carriera.
Nello scorrere della serata l’impressione è che sul palco ci sia una troupe di scienziati alle prese con un complicato esperimento capeggiati dal capo laboratorio Sascha Ring. In realtà la musica di Apparat è come il distillato di una esperienza creativa liberissima che non preclude nessuna strada e svolta in percorsi imprevedibili. Questo succede in molti brani suonati qui tratti dall’ultimo album LP5, che ci portano su un rollercoaster emotivo fatto di cadute, improvvise accelerazioni e momenti di calma assoluta.
Da dove viene Apparat, in quale tempo e luogo ci troviamo quando siamo immersi nel suo oceano sonoro? Impossibile dirlo. Una delle canzoni più note, pubblicata nell’album del 2011 Devil’s Walk (in collaborazione con Anja Plaschg alias Soap & Skin), viene usata per la visionaria serie prodotta da Netflix ‘Dark’ che naviga tra diversi periodi storici della Germania di provincia. Proprio in Dark uno dei protagonisti sostiene che  “la distinzione tra passato, presente e futuro è solo un’illusione ostinatamente persistente”.


Tutto accade ora. E del resto ogni esperienza dalla minimal techno, passando per il progetto Moderat fino alle composizioni per film e teatro, si è accumulata nel progetto Apparat per portarlo alla sintesi odierna in un caleidoscopio dai tanti colori e sfumature. Sintesi nel quale ormai è impossibile distinguere un’epoca e uno stile ben preciso.
I dettagli sonori sono tanti e importanti, ogni frase è studiata per comparire in quel preciso punto come quella linea di basso elettrico nell’iniziale Dawan che introduce la seconda metà della canzone. Nella dimensione live Apparat e soci prendono LP5 lo smontano completamente e lo ricostruiscono da capo pezzo per pezzo. Studiata ma mai artificiale e musicalmente universale, la proposta sonora rimane facilmente fruibile mantenendo allo stesso tempo un elevato tasso di sofisticazione.


Certo i pezzi sono lontani dalla forma canzone e spesso è in agguato un approccio estremamente astratto. Astratto e rarefatto per la precisione,  tornano alla mente l’approccio minimalista degli ultimi Talk Talk di Spirit of Eden e Laughing Stock, dove le canzoni erano formate da idee musicali appena accennate e il contesto era l’elemento essenziale per comprendere l’idea di fondo. Anche qui il concerto di Apparat si presenta e viene fruito meglio come unico flusso sonoro al cui interno ci sono diversi movimenti e non brani scollegati tra di loro. Un applauso anche al pubblico attento e coinvolto emotivamente (una ragazza di fianco a me accenna a una lacrima durante l’ultimo brano) capace di silenzio assoluto durante i momenti dove è richiesta attenzione.
Al termine di questo incredibile viaggio sonoro Sasha è visibilmente contento e si chiede se forse sarebbe meglio perdere ogni volta gli strumenti in viaggio per suonare così.

Aprono la serata due proposte molto interessanti, Under Changeover progetto del ticinese Adriano Liriti e i Lea Porcelain duo post-punk berlinese, coadiuvati per l’occasione da una sezione ritmica. Due ottime scelte che vanno a confermare la validità di un festival come il ROAM sempre attento alle tensioni creative ‘alternative’ con un orizzonte e un respiro internazionale.