R E C E N S I O N E


Articolo di Letizia Grassi

Il 9 agosto è arrivato l’autunno, con ben 21 giorni di anticipo sull’anticipo. Già, perché il quarto album dei Bon Iver, previsto in uscita per il 30 agosto, conclude le stagioni cominciate dodici anni fa con l’inverno di For Emma, Forever Ago. L’autunno è la stagione più introspettiva delle quattro, caratterizzata da un repentino cambiamento nei colori e dal mutare costante dei sentimenti, per raggiungere la perfetta malinconia che rende accessibile l’esistenza. E la chiave di lettura dell’intero album si trova proprio nel titolo, da analizzare ancor prima di iniziare l’ascolto. Infatti, la reiterazione del pronome personale i,i potrebbe sottolineare la natura intima del lavoro della band, quel viaggio introspettivo attraverso la musica dei rumori a cui Justin Vernon ci ha sempre abituato.

Photo Credit: Graham Tolbert / Eric Carlson

Un’attesa che, dopo un primo e fugace ascolto, non viene smentita. Uno dopo l’altro, i brani sono caratterizzati da un caleidoscopio di suoni provenienti da molteplici strumenti musicali. Chitarre, sintetizzatori, violini, sassofoni e cori gospel si fondono in un unico, grande suono, protagonista indiscusso che dà voce alla profondità dei testi. Non si tratta più di un solo genere, o di uno stile esclusivo, bensì di molteplici sfaccettature, infinite sfumature ed accenti musicali pop che rendono vivo l’ascolto e l’immaginazione. L’impianto acustico cela un’espressività emotiva, resa ancora più travolgente dalla voce soul ed in falsetto di Vernon, così come da quelle dei collaboratori all’album, tra cui Bruce Hornsby, James Blake, Aaron e Bryce Dessner dei The National, e Brad e Phil Cook dei Megafaun.
I testi sembrano molto più accompagnare, piuttosto che raccontare, come se troppe parole non riuscissero totalmente nell’intento di trasmissione emozionale. E, dunque, sono la musica, il ritmo e la sonorità che parlano, esprimono, regalano e guidano all’ascolto. Ciò nonostante rimane inconfondibile la profondità delle liriche e lo stile delle stesse, il quale è frutto di un’armoniosa unione tra il mondo indie folk e quello più elettronico, tipico dei Bon Iver di 22, A Million. Brani caratterizzati da una considerevole carica psicologica, ricchi di loop ed effetti totalmente originali, quasi a rendere le voci poco afferrabili.
Il viaggio condotto dai Bon Iver si apre con un trio – Yi, iMi e We – che rappresentano, forse, la musicalità più rumorosa e strumentale di i,i. Difatti, l’intro musicale Yi è una brevissima registrazione, nella quale si riescono a sentire solo alcune parole: “You recording Trevor?” “Yes”. iMi, a cui ha collaborato James Blake, mette in risalto sonorità particolarmente audaci, nelle quali riecheggia la voce distorta dell’artista, che canta un testo semplice. Infine, We è caratterizzato dall’impronta decisamente molto più pop, con sfumature di hip-pop date da una voce secondaria di sottofondo e dal suono vibrante delle percussioni.

Difficile scegliere quale sia il singolo più riuscito, poiché ognuno di essi sprigiona melodie avvolgenti e sensazioni talmente diverse tra loro che non si riesce a seguirle tutte insieme. Holyfields, ad esempio, è un brano costruito interamente sulle variazioni di una pulsazione ritmica, che lascia poco spazio strumentale e scandisce bene il tempo e la voce di Vernon. Sicuramente Hey Ma è il risultato di una geniale intuizione, quella di lasciare che il brano si costruisca da sé, esplodendo a tratti e caratterizzandosi per un forte potere lirico e strumentale. Il “bip” di apertura dei sintetizzatori sembra lo stesso del battito del cuore, motivo attorno a cui ruota tutto il testo. Si tratta di un brano malinconico, che racconta i momenti di sconforto durante i quali tutti vorremmo sentirci a casa. Vernon rivolge parole dolci ed intime ad una figura materna, attraverso una voce calma e pulita, evocando scenari di struggevole solitudine. Alla malinconia segue l’azione con U (Man like), una ballad accompagnata dagli accordi squillanti di un pianoforte, che ricordano un nostalgico lite-rock, e influenzata fortemente da motivi gospel. Il brano si presenta come una protesta, una sorta di rimprovero nei confronti di coloro che parlano di american love senza preoccuparsi dei senzatetto che dormono per strada, o della maggior parte delle problematiche che affliggono l’uomo moderno. How you do?, domanda Justin Vernon, la cui voce è accompagnata da quelle dei vari artisti che hanno collaborato al pezzo.

Se con Jelmore si tocca l’apice dell’introspezione, attraverso suoni distorti ed un testo dalle tematiche molto attuali, brani come Naeem e Faith si distinguono per una timida fusione tra più elementi, musicali e lirici. Il primo, caratterizzato da un crescendo “alla Mumford&Sons”, è dotato di un vulcanico coro di sottofondo, che, insieme alla voce di Vernon in primo piano, accompagna un testo quasi indecifrabile. Faith, invece, è un brano molto più semplice, in cui protagonista è, appunto, la fede, raccontata sia da un punto di vista spirituale, che prettamente umano, sottolineando la facilità con cui essa diminuisce. La canzone si apre con la voce soul e calda di Justin Vernon, accompagnata dal suono delicato di chitarre acustiche e sintetizzatori. In un secondo momento il tutto esplode in una melodia travolgente, cui fa da sfondo un timido ma potente coro, il quale, infine, lascia spazio alla voce di apertura, che si dissolve soavemente per concludere la canzone.
La vena folk torna viva con Marion, breve componimento in cui i Bon Iver danno ampio spazio a molteplici strumenti, quali chitarra, sassofono, trombone, tromba ed una dolce armonica finale. Segue Salem, il cui riferimento al tema della stregoneria che caratterizza questa città è accompagnato da sonorità jazz e soul. Simili melodie si ritrovano anche in Sh’Diah, canzone in cui Vernon canta in falsetto, fino al momento in cui fa la sua comparsa un prorompente sassofono, che guida il brano verso il finale. 

I Bon Iver concludono il loro viaggio introspettivo con RABi, una canzone dalla vena molto southern rock, in cui il cantante spinge ad apprezzare le piccole cose della vita, nonostante quest’ultima possa spesso rivelarsi molto faticosa.
Questo quarto album dei Bon Iver lascia ben poco in sospeso, ma al tempo stesso non è di immediata intuizione. Infatti, un solo ascolto non basta per carpirne totalmente l’essenza, né, probabilmente, per cogliere le piccole e nascoste sfumature che compongono i brani. Sicuramente le relazioni personali rappresentano una linea sottilmente tratteggiata in ogni testo, una sorta di pretesto per far emergere concetti a sfondo malinconico, romantico e, soprattutto, esistenziale. Un’umanità da ritrovare, da riscoprire.
Quello dei Bon Iver si conferma, ancora una volta, un lavoro di introspezione e di esperimenti musicali che in i,i trova la sua apoteosi. Provenienti dal panorama indie-folk, i Bon Iver non sembrano rinnegare le proprie origini, anzi, molto di ciò che hanno prodotto in passato è indubbiamente riscontrabile anche in i,i, nel quale, tramite molteplici passaggi, si intuisce il talento indiscusso di chi lo ha composto. Nonostante ciò, per poterlo apprezzare fino in fondo, respirando tutta la sua natura introspettiva ed interiorizzando tutta la sua carica musicale, è fondamentale ripetere più volte l’ascolto.

Tracklist:
01. Yi
02. iMi
03. We
04. Holyfields,
05. Hey, Ma
06. U (Man Like)
07. Naeem
08. Jelmore
09. Faith
10. Marion
11. Salem
12. Sh’Diah
13. RABi