L I V E – R E P O R T


Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Alessandro Pedale

Mark Oliver Everett, o Mr. E, se preferite, torna finalmente a Milano dopo diversi anni dall’ultima volta (almeno quattro, se non vado errato) quando ne è passato già più di uno dalla pubblicazione di The Deconstruction, un disco che, senza strafare, ha rappresentato ugualmente un altro riuscito capitolo all’interno di una produzione ormai decisamente corposa. E appare abbastanza ironico che, il tour di promozione di un lavoro che parla di smontare le esperienze pezzo per pezzo al fine di ritrovarne il senso, sia di fatto portato avanti all’insegna della linearità più estrema. Abbandonate le tastiere, le orchestrazioni, gli Eels si presentano con una formazione a quattro, con i soliti The Chet (Jeff Lyster) alla chitarra, Al (Allen Hunter) al basso e Little Joe (Joe Mengis), che è in line up solo dallo scorso anno.

Ed è a partire da qui, da quello schema sempreverde che è all’origine stessa del rock, che i nostri danno vita al concerto in maniera roboante: la celebre fanfara del film “Rocky” come musica d’ingresso, trombette da stadio a tutto volume come dei bambini dispettosi e poi via, con versioni grezze e ultra tirate di “Out in the Street” (The Who), “Mississippi Delta” (Bobbie Gentry) e persino una muscolosa “Raspberry Beret”, dove la versione originale di Prince viene ancora più ammantata di rock americano.
E lo fanno così, diretti, “No Filter”, come direbbero gli Stones.
Un bel contrasto con il duo femminile delle Chaos Chaos, che ha aperto per loro suonando una mezz’oretta. Ballate adolescenziali per tastiera e batteria, alternate a cose più robuste, in salsa Garage Post Punk con solo le basi registrate a fornire la linea melodica. Divertenti ma niente di che, quando arrivano gli headliner risulta chiaro che il livello è un altro e non ci sarebbe neppure da stupirsene.

Comunque sia, gli Eels hanno deciso che concederanno poco alle ballate (dopo questo inizio al fulmicotone, Everett si scusa ironicamente per l’esecuzione di “Dirty Girl” e “I Need Some Sleep”) e molto di più al repertorio più sporco ed elettrico. Naturale dunque che l’ossatura del concerto sia costituita dalle varie “Bone Dry” (non sono molti gli episodi dell’ultimo disco, ormai i doveri promozionali sembrano finiti), “Flyswatter”, “Dog Faced Boy”, “Prizefighter”, “Tremendous Dynamite” e altri titoli su questa falsariga. Non c’è molto per gli amanti di “Blinking Lights and Other Revelations” insomma, soprattutto se consideriamo che anche alcuni dei brani più “leggeri” vengono accelerati e caricati di distorsione (vedi su tutte “My Beloved Monster”, “I Like Birds” e “Mr. E’s Beautiful Blues”). Che ad un certo punto della serata arrivi “I Like the Way This is Going”, per dire, è assolutamente piacevole ma si capisce che il concerto sta andando da tutt’altra parte.

Anche qui, dipende da che faccia della band preferisci ma per il resto è impossibile non vedere come questa formazione a quattro sia assolutamente straordinaria. Sezione ritmica da paura, con un Little Joe che senza strafare tiene sempre un groove irresistibile, The Chet con un tocco delizioso nelle ritmiche e impeccabile negli assoli, questa roba così datata, ultimamente rubricata nell’ambito dell’archeologia musicale (spesso senza troppi torti, devo dire) ma che se inserita nel contesto giusto sanno sempre comunicare emozioni. E questa sera, davvero, ne abbiamo avuto la prova.
Il tutto poi corredato da una resa sonora da manuale, potente e nitida quanto basta.
Tra un brano e l’altro, c’è il solito cabaret di Mr. E, uno che, a dispetto delle vicende tragiche che lo hanno colpito in diversi momenti della vita, è sempre stato una persona aperta, solare e dotata di un’ironia demenziale che rende i suoi spettacoli ogni volta qualcosa di più di un semplice concerto.

Questa sera, per esempio, prende simpaticamente di mira uno spettatore della prima fila, con barba e capelli lunghi, leggermente sabbathiano nel portamento, facendo finta che Charles Manson fosse venuto a vederli e portando avanti questo sketch di fatto fino alla fine del concerto. Il malcapitato, piuttosto imbarazzato ma anch’egli divertito, non salirà sul palco come richiesto da Mark e verrà omaggiato da un’improvvisata versione di “Helter Skelter” (che, per chi non lo sapesse, era la canzone il cui titolo fu trovato scritto sullo specchio del bagno della villa di Cielo Drive dove si compì il celebre massacro del 1969).
Poi ci sono le ripetute parodie della rockstar, che si atteggia a leader indiscusso della band, l’unico che può occupare la zona del fronte palco, lasciandosi alle spalle i suoi musicisti. E infatti più di una volta si assisterà alla scena esilarante di Chet che, noncurante dei limiti impostigli, si avventurerà davanti alle prime file producendosi nei suoi assoli e verrà puntualmente richiamato all’ordine da un tecnico travestito da membro della security (che oltretutto, per aggiungere un ulteriore elemento di nonsense, aveva, non so se volontariamente o meno, il look tipico dell’Amish).

Per non parlare poi del momento della presentazione della band, con battute e aneddoti raccontati su ognuno di loro.
Insomma, una manica di cazzari che però, quando suona, lo fa alla perfezione, assicurando due ore ad altissimo livello. Ecco, questo è il rock che ci piace: lontano dai cliché fasulli da Virgin Radio, lontano dalle tamarrate degli anni ’80 che sono invecchiate malissimo, lontano da un certo prendersi sul serio che io personalmente ho sempre detestato. Invece, quando vedi gli Eels sul palco, capisci che il punto è avere storie da raccontare e la voglia di condividerle. Che il palco non è il luogo dove ci si esibisce ma quello in cui ci si mette a nudo. Che anche l’ironia, fatta in questa maniera, è un modo per essere veri.

Chaos Chaos
Chaos Chaos