I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Sono passati quattro anni da Loan, il loro disco di debutto e tante cose sono cambiate, in casa Kettle of Kites: nuova formazione, una line up di quattro persone sparsa in giro per tre paesi, ma una voglia di fare musica rimasta pressoché intatta. Arrows, il loro nuovo disco, uscirà ad ottobre ma loro ne hanno già presentato un’ampia porzione a giugno, quando hanno suonato al Planetario di Milano, parte di una serata che ha unito musica e divulgazione scientifica in maniera del tutto inedita e interessante.
La nostra intervista avrebbe dovuto tenersi proprio a ridosso di quell’evento ma poi, complici impegni e problemi logistici, non ce l’abbiamo fatta fino alla fine dell’estate.
Poco male, perché in questo modo ho avuto la possibilità di ascoltate e metabolizzare al meglio Arrows, un lavoro che rappresenta un deciso passo in avanti nel cammino dei Kettle of Kites, sempre guidati dal cantante e chitarrista scozzese Tom Stearn, a cui si sono uniti il chitarrista Marco Giongrandi, il bassista Pietro Martinelli, mentre Riccardo Chiaberta rimane fisso alla batteria. Arrows è un lavoro impegnativo, che richiede tempo e pazienza per essere apprezzato a dovere ma che sa anche regalare molto a chi vi si accosti con il dovuto atteggiamento. È Folk ma allo stesso tempo sa ridefinire il genere, inserendo elementi non scontati all’interno delle sonorità di base e presentando strutture che si distaccano dalla forma canzone per andare ad abbracciare liquidità, continuo cambiamento, suggestioni di varia natura e provenienza.
Ne abbiamo parlato via Skype con Tom, Marco e Pietro, in una conference call rilassata e divertente, dove comunque non sono mancate tutte quelle informazioni necessarie per conoscere di più questa band.

Partiamo dall’inizio: il 7 giugno avete preso parte a “Stelle e musica: spettacoli da particelle” al Planetario di Milano, dove avete alternato le vostre canzoni alle spiegazioni astronomiche di Lorenzo Caccianiga. Io vi ho visto suonare per la prima volta in questa occasione e, al di là della bellezza della vostra performance, mi è sembrata anche una cosa molto suggestiva. Voglio dire, non mi pare capiti tutti i giorni di vedere un’unità così profonda tra la musica dal vivo e una disciplina scientifica, per quanto con approccio divulgativo…
Tom
: Ci sembrava un’opportunità ottima perché si legava al tema del disco, che è sostanzialmente un concept di tipo fantascientifico. Abbiamo quindi pensato di partecipare perché così avremmo potuto unire le due cose con un ottimo risultato, era l’occasione perfetta per il disco che avevamo appena registrato. È stata poi un’esperienza divertente e unica, perché non avevamo mai fatto niente del genere…
Pietro: Mi permetto di aggiungere che secondo me quella sera la nostra stessa performance ha avuto un “plus” proprio dal fatto che fossimo sotto la volta stellata: ogni volta che suonavamo si abbassavano le luci e quindi vedevamo le stelle sopra di noi. Ricordo in modo particolare l’ultimo brano che abbiamo proposto, che ha una lunga coda, un crescendo finale molto importante e in quell’occasione ricordo di aver proprio sentito la mia performance migliorata dall’effetto visivo che io stesso avevo davanti a me.
Marco: Ero stato contattato da alcuni ragazzi che lavorano al Planetario, sapevo già che facevano queste serate ma non ero stato più di tanto interessato a richiamarli perché so che di solito in queste occasioni la musica funge più da sottofondo, da intermezzo. In questo caso però non eravamo semplicemente ad accompagnare qualcosa che non c’entrava niente con noi ma il tema delle stelle, come ha detto prima Tom, si legava perfettamente col disco ed è per questo che abbiamo deciso di accettare.
Tom: C’entrava molto anche con lo scrittore che ha ispirato questo disco, Isaac Asimov, perché anche lui unisce la scienza con la bellezza, in questo caso quella della scrittura.

Appunto, parliamo di Asimov. Da dove parte l’idea di prenderlo come ispirazione per l’intero disco?
Tom: Parte dal fatto che io sono un grande fan dei suoi libri. In realtà non leggo tanta fantascienza ma dopo aver finito il primo volume del ciclo della Fondazione, mi sono innamorato del suo modo di scrivere, dei mondi che crea; partire da lui mi sembrava un modo per scrivere canzoni con un’ispirazione diversa, un modo per indirizzare la nostra musica su un oggetto differente e da esso trarre ispirazione. E poi c’è stato il fatto che a livello di testi, ho trovato molto interessante lavorare sui temi dei suoi libri, pensavo che avrebbe potuto essere un’occasione per dare una direzione diversa al disco.

C’è tanto di attuale, in effetti, nonostante sia uno scrittore di sessanta anni fa. Penso alla psicostoria, intelligenza artificiale… anche “Oliver”, che è il vostro pezzo che parla dell’amore tra una donna e un robot, potrebbe avere degli interessanti riflessi nell’epoca che ci troviamo a vivere…
Marco: Ci sono un po’ di temi: c’è ovviamente l’intelligenza artificiale ma c’è anche tutto il discorso climatico; non vuole essere un disco politicizzato ma è un argomento che ci tocca, poi c’è il tema dell’abbandono del pianeta oppure, in “Caves”, si parla dell’umanità ridotta a vivere in grotte dopo aver creato dei disastri nel proprio mondo…
Tom: L’attualità di Asimov è uno degli aspetti che più mi piace di lui. Se ci pensi, è incredibile che abbia scritto negli anni ’50, era veramente molto avanti!
Marco: È anche un po’ un pretesto, perché il fatto di indirizzarci su un argomento così specifico ci dà anche la possibilità di andare molto in profondità, nel momento in cui il campo si restringe a certi argomenti. Non scrivo io i testi ma immagino che funzioni così. Ad esempio, la canzone che parla dell’amore tra una donna e un robot, ti spinge a chiederti che cosa vuol dire amare.
Tom: In effetti sono tematiche che possono essere legate alla scienza ma poi c’è sempre questa tendenza ad andare su temi più profondi, esistenziali…

Anche il tema della libertà mi sembra importante: quanto davvero siamo liberi nel nostro modo di rapportarci alla realtà? Che responsabilità ci dobbiamo prendere davanti alle cose? Io non penso che una band abbia un compito politico, però l’arte per come si pone è sempre politica, da un certo punto di vista…
Marco: Assolutamente. Infatti io non volevo negare questo, prima. Semplicemente, non siamo dichiaratamente politici, ma è chiaro che l’arte ha dentro questa componente. Di sicuro non vogliamo fare una canzone per salvare il mondo!
Pietro: poi non c’è mai una dichiarazione su che cosa è giusto e che cosa è sbagliato, sono spesso domande aperte che mettiamo davanti all’ascoltatore, ognuno ci legge quello che vuole.
Marco: Se la tua sensibilità è su un certo tipo di livello, puoi vederla come una canzone politicizzata ma lo stesso disco ha dentro di sé tematiche diverse e quindi possibilità di andare a fondo su molteplici livelli. Ci sono anche canzoni quasi intime, per dire.

Parliamo di “Arrows”: a me è piaciuto molto. Al di là del livello di ispirazione dei pezzi, ci ho visto un certo modo di declinare un genere piuttosto standardizzato come il Folk, una componente acustica ma anche delle strutture e delle atmosfere che vanno in direzioni diverse. È un disco difficilmente inquadrabile, insomma. C’è anche molto libero fluire, soprattutto nelle linee vocali…
Tom: Di base, una cosa che caratterizza molto il sound del gruppo è che parte da certe sequenze, da riff di chitarra che scrivo io e a cui metto sopra una melodia. Spesso sono linee che si ripetono e che vengono sviluppate assieme agli altri membri del gruppo, i quali aggiungono il loro contributo facendo così sviluppare il pezzo.
Marco: Quando Tom porta queste parti, spesso sono già complete. È capitato a volte che, prima di diventare pezzi del gruppo, fossero cose che Tom suonava da solo. A volte capita che prima dei concerti, se ci ha fatto sentire qualche idea nuova in precedenza, lo esortiamo a suonarla dal vivo. Con “Supernova”, ad esempio, era successo così. Poi si tratta di prendere il nocciolo di quello che lui ha fatto con la chitarra classica e dividerlo, quindi magari un piccolo dettaglio diventa una parte di basso, un’altra linea la prendo io… perché Tom alla fine è un chitarrista classico per cui c’è tutto un mondo in quello che fa. Succede che noi lo allarghiamo, cercando di dar voce alla sonorità iniziale, in maniera più elettrica, più larga… dipende dalle volte.
Pietro: Abbiamo avuto modo di lavorare in un certo periodo dall’anno scorso, a stretto contatto. Viviamo tutti in zone diverse perché Marco sta a Bruxelles, il nostro batterista è a Londra mentre io e Tom siamo a Genova. Abbiamo però avuto un periodo in cui siamo riusciti a vederci e lavorare sulle pre produzioni dei brani, quindi registrare le idee iniziali di Tom, provare coi programmi che si usano per registrare, aggiungere, togliere, spostare, sempre però mantenendo l’idea iniziale, a livello di pancia: perché quando tu senti Tom suonare e cantare qualcosa da solo, questo ti arriva subito; è anche uno dei motivi per cui provo così tanto piacere a suonare con lui. È sempre qualcosa di sincero, di autentico, e per quanto lineare possa essere, ogni tanto ci sento dentro qualche passaggio Prog. Non a tutti piace qui (risate NDA) ma nel corso della mia vita musicale ho imparato a distinguere tra il Prog fine a se stesso e quello che invece è al servizio del veicolare emozioni. E devo dire che Tom ha solamente quest’ultima parte qui… oddio vedo le facce che fanno… tutto bene (risate NDA)?
Tom: Per carità, non ho niente contro il Prog, è che vedo quello che stiamo facendo in modo un po’ diverso però riconosco che vi si possano scorgere tratti di questo tipo…
Pietro: Lo definirei quasi un’orchestrazione classica, c’è una sorta di matrice classica, oppure da soundtrack…

Sì questo l’ho notato anch’io. Quanto è importante questo feeling orchestrale, soprattutto a livello di arrangiamento? Ho visto alcuni video in cui suonate dal vivo con un ensemble da camera e anche in un brano come “Weatherwane” questo feeling è molto presente…
Tom: È più che altro legato a quello che serve al pezzo ma non abbiamo comunque paura di intraprendere una certa strada, se ci sembra che possa rendere la canzone più bella. Dall’altra parte, ci piace mischiare tanti stili, non limitarci ad essere solo noi quattro che suoniamo gli strumenti…
Pietro: E poi non vediamo come punto negativo il fatto di avere su ogni brano una sonorità completamente diversa da quella precedente…
Tom: Ci sono legami tra i ritmi, le melodie, la mia voce, che creano questo senso orchestrale…
Marco: Questo è vero. Il fattore orchestrale infatti è già presente nella chitarra di Tom, mi piacerebbe fartelo sentire in una delle versioni embrionali dei brani, c’è già tanto materiale in quello che fa. Soprattutto, è un modo di suonare che non è inquadrato. Si percepisce in esso una simmetria nelle misure, negli arrangiamenti, che però non è palese come nella canzone rock più tipica. In questo senso quindi si può parlare di costruzione orchestrale. La canzone ha già diversi livelli sui quali si muove, quindi noi dobbiamo solo decidere come distribuirli e valorizzarli al meglio.

È uscito il video di “Supernova”: mi ha colpito molto per la sua tecnica particolare e perché, pur discostandosi totalmente dal concept fantascientifico del disco, alla fine, se lo si guarda bene, non ne risulta neppure così estraneo…
Tom: Per me il video è sempre abbinato alla canzone, non è mai una cosa diversa, un’altra narrativa. È un qualcosa che puoi guardare assieme alla musica, sono due aspetti che si completano a vicenda. Arrivare a questo risultato per me sarebbe la cosa ideale. Poi questo video in particolare abbiamo pensato di farlo così per un po’ di ragioni. Prima di tutto, l’artwork del disco è stato realizzato tutto in pellicola da Carlotta Cardano, una fotografa bravissima, che ha usato dei filtri naturali per creare delle immagini che sembrano provenire da altri mondi; è quindi un aspetto visivo legato alla fantascienza ma allo stesso tempo c’è questa componente vintage, di altri tempi. A partire da queste immagini abbiamo poi girato “Oliver”, che in realtà abbiamo preso da un cortometraggio del 1982, “Flatlandia, di Michele Emmer.
Marco: Abbiamo preso il footage originale e l’abbiamo messo al servizio della musica…
Tom: Quindi con questo primo video, tutto girato in pellicola, e con le foto di Carlotta, abbiamo creato un’estetica, che abbiamo ulteriormente sviluppato con il video di “Supernova”. Proprio per questo abbiamo deciso di girare in pellicola, in Super8 e di staccarci volutamente da tutto ciò che potesse essere inteso come cliché della fantascienza…
Pietro: È la stessa cosa che è accaduta con i testi del disco, comunque, perché non c’è mai qualcosa di esplicitamente collegato a certi temi.
Tom: Tornando a “Supernova”, è stata un’idea di Tiziano Colucci, il registra, di girare immagini che avessero dentro sia la natura, sia creazioni dell’uomo, in modo da creare un contrasto. È legato anche alla canzone, che come dicevamo prima, parla di amore tra un essere umano e un robot.
Marco: Adesso che abbiamo quasi terminato il lavoro su “Arrows” a livello di materiale da pubblicare (perché molte volte il quadro di quello che si è fatto arriva dopo) possiamo dire che la cosa bella è che abbiamo lavorato con altri artisti e che non abbiamo mai voluto che il video e le fotografie avessero meno importanza della musica. Carlotta e Tiziano del resto hanno la loro sensibilità e hanno realizzato dei lavori dove si sono messi in gioco loro stessi, hanno dato delle idee. Noi ad esempio non sapevamo come sarebbe uscito il video: Tiziano ci ha dato l’idea di prendere queste pellicole e ci ha chiesto di lasciar fare a lui. Noi abbiamo accettato e infatti siamo felicissimi di come è venuto…
Tom: È bello lavorare con delle persone che sono libere di aggiungere…
Pietro: Arricchisce soprattutto l’idea iniziale di non voler mettere l’ascoltatore davanti a qualcosa di preconfezionato. A noi trasmette certe cose, ad un altro ne trasmetterà delle altre: il bello è questo!

Voi provenite da zone diverse, come avete detto anche prima, non vivete vicini e, anche se oggi la tecnologia permette di gestire molto meglio certe situazioni, sta di fatto che non deve essere facile portare avanti un lavoro costante…
Pietro: in effetti Marco ai concerti non c’è, quello che vedi è il suo ologramma… (Risate NDA)
Tom: Siamo arrivati a questa formazione perché non è così facile trovare gente con cui si lavora bene, musicisti di livello con cui condividere le stesse idee musicali. Ci siamo trovati perché vogliamo tutti far parte di questo progetto, spingerlo avanti e ci piace molto suonare insieme. Concretamente, è avvenuto tutto tramite Pietro, che era il bassista della line up precedente. Tramite lui ho conosciuto Marco e tramite Marco ho conosciuto Riccardo…
Pietro: Io, Marco e Riccardo ci conoscevamo già da tempo, quando eravamo tutti in Italia, ormai saranno quasi dieci anni. Poi non ci siamo visti per un po’ perché loro si sono trasferiti ma a seguito dello sfaldamento della vecchia formazione c’è stata l’occasione di far ascoltare Kettle of Kites a Marco un annetto prima che entrasse nel progetto. Ne avevamo parlato, a lui piaceva…
Marco: Continuavo a stalkerarli: “Se vi serve un chitarrista…” (risate NDA) La cosa bella è che quando hanno fatto “Loan” né io né Riccardo eravamo nella band. Riccardo era appena venuto a trovarmi a Bruxelles ed era appena uscito il disco di Pietro per cui gli ho detto: “Prova a sentire questa cosa, lavora con questo cantautore scozzese…”. Riccardo è rimasto colpito e poi si sono verificate le circostanze per cui entrambi siamo entrati in formazione.
Pietro: Aggiungo che stiamo anche imparando tantissimo dalle esperienze estere, abbiamo tutti altri progetti e quindi facciamo esperienze diverse, anche a livello di genere; va quindi a finire i Kettle of Kites siano una sorta di bacino dove facciamo rientrare tutto, così che poi c’è anche molta apertura su ogni tipo di proposta.
Tom: La distanza è certamente un ostacolo, rende più difficili certe cose ma è vero che con la tecnologia si riesce a fare tanto. In più, quando ci troviamo per le prove lavoriamo sempre a ritmi serrati…
Pietro: Ci sentiamo costantemente, ma quando effettivamente ci vediamo, gli orari delle prove sono da leva militare (risate NDA). Torni da quattro giorni di prove coi Kettle of Kites che non ne puoi più… (risate NDA)

Adesso cosa farete? Uscirà il disco e poi?
Ci sciogliamo (risate NDA)
Marco: come nella migliore tradizione!
Tom: Cercheremo di fare uscire questo disco nel miglior modo possibile e di suonare il più possibile. Vediamo poi in che direzione ci porterà, noi puntiamo sempre a fare cose belle, ci metteremo anche già a lavorare sul nuovo materiale, comunque.
Marco: Stiamo organizzando il tour: abbiamo già suonato a Glasgow il 6 settembre, a Londra l’8. Il 21 novembre saremo a Bruxelles ma il calendario è in aggiornamento…