R E C E N S I O N E


Articolo di Claudia Bernini

Rimanere sé stessi e allo stesso tempo concepire qualcosa di nuovo, di innovativo, è per pochi. Ci riescono i The Lumineers con il loro terzo album in studio, III, da loro stessi definito “una narrazione cinematografica”. E in effetti questo lavoro è un insieme di musica, immagini e parole, sapientemente intrecciati per produrre qualcosa di unico e condurre l’ascoltatore attraverso una storia lunga tre generazioni.

L’album è idealmente diviso in tre capitoli, dedicati alla famiglia Sparks: si parte da Gloria, personaggio ispirato a un membro reale della famiglia Schultz, per poi passare al nipote Junior Sparks e infine al figlio, Jimmy. Tre pezzi per ogni capitolo, un video per ogni brano, e tre bonus track a chiusura del disco. I suoni sono 100% The Lumineers: chiunque sia in cerca del loro folk semplice e autentico non resterà deluso, anche se talvolta lo troverà più cupo rispetto ai due precedenti album, in linea con la storia che stanno raccontando.

Partendo dal primo capitolo, veniamo introdotti alla storia di Gloria con Donna, una ballata piano e voce che inizia a far presagire, in un ensemble di immagini e di parole (“non sono le parole che dici/ma come le dici/hai detto a tua figlia che è una persona ordinaria”) il futuro complicato che aspetta la protagonista. Segue Life In The City, che ci catapulta nella vita della ragazza e nelle sue difficoltà a sopravvivere alla città (“vivere la vita in città/non sarà mai bello”): qui ritroviamo la band nei suoi suoni più tipici. La sezione si chiude con Gloria e siamo ormai dentro la dipendenza dall’alcol e dalle droghe: il peso della parole e, nel video, delle immagini, è attutito dall’attitudine generale del pezzo, leggero e ritmato.

Capitolo secondo: parliamo di Junior, il nipote di Gloria, attraverso tre ballate chitarra e voce, che ci conducono dal primo reale dolore provato dal ragazzo (It Wasn’t Easy To Be Happy For You) alla consapevolezza sul tipo di uomo fragile e complicato che è suo padre (Lord Of Landslide) fino alla chiusura con Left for Denver, in cui il tempo della storia e del racconto coincidono, come fossero riflessioni live.

L’ultima sezione è quella più di tutte intrisa di malinconia, nei suoni, nella voce. Il figlio di Gloria non ha scampo, lo si capisce già dal primo pezzo. Jimmy è intrappolato in sé stesso (My cell), nelle sue dipendenze, diverse da quelle della madre, ma comunque conseguenti. Jimmy Sparks ci racconta il suo precipitare, senza più riuscire a risalire. Entrano un piano e un violino nel tessuto musicale, a riempire di profonda disperazione la storia dell’uomo. Il capitolo si conclude con April e Salt and Sea, chitarra, voce e piano a concludere la storia di qualcuno che non può essere salvato.

L’album si chiude con tre bonus track scollegate dalla storia principale, un regalo della band ai fan. Ma ciò che rende grande questo disco rimane la dimensione intima, emotiva, poetica, raggiunta attraverso una narrazione curata e dettagliata e l’uso sapiente di voce e strumenti, come un faro che si accende per mostrarci qualcosa, in questo caso una storia, e compiutamente si spegne una volta raggiunto il suo obiettivo, una volta finite le parole.