L I V E – R E P O R T


Articolo di Giuseppe Spanò Greco, immagini sonore di Antonio Spanò Greco

Come passare una serata speciale? Semplice. Ingredienti: un locale in cui non sei mai stato, un musicista mai ascoltato dal vivo e che non vedi l’ora di conoscere, una serata di pioggia e un po’ di strada da fare. Condisci il tutto con quanto basta di curiosità e piacere della scoperta. Tutto da servire lentamente per assaporare ogni emozione.

Com’è andata?

Beh, appena entri allo Spazio Ligera, un pub/bar di via Padova a Milano, ti sembra di essere in un tranquillo centro sociale. Come inviato di Off Topic – mi avvio subito verso la sala della musica.

Wow, rimango incantato. É una vecchia cantina perduta: sembra di sentire ancora l’odore del mosto e del lavoro, quando il pane quotidiano era fatica. Pareti tappezzate di storia operaia. Pochi posti e musica di sottofondo che ti abbraccia e ti fa sentire a casa.

Incrocio Michael e mentre sorseggio una buona birra compro gli ultimi cd pubblicati, Americana e True North, così poi li faccio autografare.

Scatto una foto? Dopo. Quando l’adrenalina è alta, i visi sono un po’ più rilassati, gli occhi ancora caldi che scintillano di soddisfazione.

Inizia il concerto. Volumi perfetti e silenzio tra il pubblico. La sala è piena e trepidante.

Michael Chapman, presentato come “uno dei più grandi chitarristi finger picking”, inizia il concerto pizzicando le corde con una disinvoltura stupefacente. Mai visto nessuno alle soglie degli ottanta (ha 78 anni!!) suonare così! Mi impressiona molto, non riesco a staccare gli occhi dal suo braccio appoggiato alla chitarra, dalle sue dita che scivolano magistralmente sulle corde. Quando inizia a cantare la sua voce si cuce attorno alle note della chitarra che ricolmano la sala. L’attenzione è massima, la magia è iniziata.

Posso sentire il suo respiro, la sua fatica, il suo immedesimarsi in quello che racconta attraverso la sua musica. Ci sta regalando la sua anima. Sembra un reduce, un sopravvissuto di una spedizione di uomini ostinatamente fedeli a se stessi. Sarà, forse, per questa coerenza e onestà che dal 1969 scrive musiche e testi osannati dalla critica e poco conosciuti dal grande pubblico.

Michael canta e suona in modo da far sembrare tutto semplice. Accorda la chitarra “a orecchio” come ormai non fa più nessuno. In un attimo passa da un’accordatura aperta in re a un’altra come se niente fosse. La vecchia scuola fa bella mostra di sé e mi fa percepire Michael come persona intimamente autentica.

Le sue canzoni raccontano di storie vissute, di momenti difficili, di rimpianti e occasioni perse. Nello stesso tempo la musica ti accarezza, a volte ti strattona, altre ti consola. Si avverte il suo piacere di raccontare, come se fossimo tra amici attorno a un fuoco, e l’atmosfera è pervasa di una tenerezza che non puoi far tacere e che penetra l’anima.

A ogni brano gli applausi scrosciano fragorosi e convinti. Quando si ferma e chiamiamo il bis, Michael non si fa pregare. Riabbraccia la sua chitarra e ce la offre volentieri. Alla fine si vede stanco ma soddisfatto del suo pubblico.

Ora posso farmi autografare i cd e racchiudere nelle copertine anche l’odore della felicità.

Il ritorno sarà più lieve e risentirò i brani dell’ultimo cd. True North si apre con una melanconica ballata sul tempo perduto intitolata It’s too late e penso, stai tranquillo Michael che non è mai troppo tardi per ascoltarti.

Buona vita sempre.