R E C E N S I O N E


Articolo di Luca Franceschini

Alessandro o “Alex” Cremonesi non è mai stato un artista facilmente inquadrabile. Ha legato il suo nome principalmente all’operato dei La Crus, di cui ha scritto, insieme a Mauro Giovanardi, praticamente tutti i testi, influenzandone la poetica ma senza mai apparire in prima persona sul palco, essenziale e allo stesso tempo defilato.
Negli anni successivi allo scioglimento del gruppo si è impegnato in numerosi progetti, spesso e volentieri sperimentali e poco canonici, il più delle volte in compagnia di Lagash, lo pseudonimo con cui Luca Saporiti dei Marlene Kuntz firma i suoi molteplici lavori e collaborazioni al di fuori del gruppo.
La prosecuzione della poesia con altri mezzi è però una questione diversa, soprattutto perché è la prima volta, almeno da quel che mi è dato di ricordare, che il paroliere inscrive il proprio nome in copertina, per un progetto che seppur frutto di un’unica, enorme joint venture, è comunque roba sua.

Partiamo proprio da qui, perché la lettura dei credits è forse l’aspetto che sorprende di più: Luca Lezziero, Bienoise, Andrea Chimenti, Riccardo Sinigallia, Mara Redeghieri, Edda, Giorgio Prette, Davide Arneodo, Alessandro Grazian, Max Casacci, e ovviamente, oltre a Lagash, gli ex La Crus Mauro Ermanno Giovanardi e Cesare Malfatti, sono solo quelli più conosciuti (almeno dal sottoscritto), quelli che balzano agli occhi subito ma sono meno della metà di tutti gli artisti coinvolti. 
Si tratta dunque di un disco che, nelle parole del suo autore, è nato da un autentico mash up di interventi e contributi, che hanno aperto degli “interstizi” (sempre per citare lui) all’interno dei quali la creatività di questo inedito collettivo ha potuto sprigionarsi liberamente.
Al fondo, un’idea semplice: fornire ad alcuni cantanti una serie di frammenti di testo, scritti dallo stesso Cremonesi e aventi come filo conduttore il tema della psicanalisi, per farglieli liberamente interpretare. I vari artisti hanno confezionato il tessuto sonoro a ciascuno più confacente, utilizzando chi dei campioni di suono, chi dei Beat, chi i propri strumenti.
Il risultato è spiazzante, a tratti inclassificabile ma allo stesso tempo anche sorprendentemente bello. Descriverne il contenuto è impossibile, almeno per me, che da sempre manco di vocaboli e termini adeguati per parlare della musica che ascolto. Al di là di questo, siamo veramente sicuri che sia utile? Questo è un disco che procede a piccoli passi, più per frammenti e suggestioni che secondo una visione d’insieme. A determinare questa natura discontinua è la genesi stessa dell’opera: il punto di partenza sono i frammenti lirici, che vengono reinterpretati e riletti ogni volta in chiave diversa, così che si ha come l’impressione di guardare un prisma che riflette la luce da molteplici facce.


È in linea col titolo, dopotutto. Parafrasando il celebre assunto di Von Klausewitz (che parlava di guerra e politica), ci si potrebbe chiedere: “Come continua la poesia quando la parola non basta più? Quando il senso del messaggio si confonde con la bellezza evocativa della parola?”. Il tentativo di trovare forme diverse per identici versi serve a rispondere e configura una sorta di paesaggio emotivo dove è facile perdersi in contemplazione. Il tutto, con mezzi espressivi fortemente debitori all’elettronica, mai fine a se stessa e sempre in simbiosi con gli strumenti tradizionali (c’è tanto la tastiera ma anche il basso, così come la tromba o il violino), coi riferimenti principali che possono essere indicati nel lavoro di Maroccolo, da solo o coi Deproducers (band con la quale lo stesso Cremonesi ha lavorato parecchio in passato) ma con anche diversi momenti che citano le prime cose dei La Crus (“Correre”, “Dov’è finito Dio?”) che avevano proprio quest’atmosfera incalzante fatta di elettronica minimale.
E poi c’è il discorso di Orfeo ed Euridice, a cui sono dedicati due dei cinque testi del disco, un mito che nel corso dei secoli è stato raccontato e interpretato in tantissimi modi diversi. Qui (ed è a mio parere altamente significativo), l’autore sembra seguire il Pavese dei “Dialoghi con Leucò”, secondo cui il voltarsi di Orfeo, con la conseguente perdita della sposa, sarebbe stato un atto volontario, unica maniera per riappropriarsi del proprio essere poeta e lasciarsi indietro un amore che la morte aveva irrimediabilmente corrotto. Probabilmente è una lettura forzata, ma lo trovo inerente al modo stesso in cui sono presentate queste 17 composizioni: occorre liberarsi di ciò che sappiamo della musica e della poesia, occorre trovare nuove forme, lontane da quelle prefissate, perché la bellezza possa ritornare a fiorire. Un disco difficile, a cui bisogna accostarsi con libertà e con pazienza.
Un disco che chiede di farsi scoprire ma anche di farsi leggere, decodificare, con un ascoltatore che non è solo mero fruitore ma che diventa in qualche modo costruttore stesso dell’opera che ha davanti.
Coraggioso e anche per questo imprescindibile.

Tracklist:
01 Interstizio 2
02 Desiderio I
03 Orfeo 2
04 La Prosecuzione Della Poesia Con Altri Mezzi
05 Desiderio IV 3
06 La Prosecuzione Della Poesia Con Altri Mezzi 2
07 Desiderio I 2
08 Orfeo
09 Interstizio 3
10 Desiderio IV
11 La Prosecuzione Della Poesia Con Altri Mezzi 4
12 Desiderio IV 4
13 La Prosecuzione Della Poesia Con Altri Mezzi 3
14 Euridice
15 Interstizio 1
16 Desiderio IV 2
17 Please, Close Your Es